la chiesa cattolica della sacra famiglia a gaza israele netanyahu ettore sequi

UNA BOMBA DOPO L’ALTRA, NETANYAHU IMPONE IL SUO “VICINATO SICURO” – L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “IL COLPO SFERRATO DA ISRAELE CONTRO LA CHIESA CATTOLICA DELLA SACRA FAMIGLIA A GAZA NON È SOLO UN ATTO MILITARE. DOPO IL 7 OTTOBRE, ISRAELE HA ADOTTATO UNA STRATEGIA DI NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DI OGNI MINACCIA, DENTRO E FUORI I PROPRI CONFINI” ­ “DOPO AVER CONTRASTATO PER ANNI L'INFLUENZA IRANIANA IN SIRIA, SOTTO ASSAD, ISRAELE OGGI NON ACCETTA CHE QUEL VUOTO VENGA RIEMPITO DA UNA SIRIA RIASSORBITA NELL'ORBITA TURCA…”

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

chiesa del sacro cuore di gaza colpita da israele 4

Il colpo sferrato da Israele contro la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza non è solo un atto militare. È un gesto che, per la sua valenza simbolica, scuote anche chi finora osservava il conflitto da lontano. La weaponizzazione della fame e della paura – il loro uso come strumenti militari – era già evidente, ma l'episodio di ieri, e le condanne internazionali che ne sono seguite, hanno reso ancora più chiara la gravità della crisi.

 

L'attacco a Gaza e quello di due giorni fa al palazzo presidenziale a Damasco non sono coordinati e non fanno parte della stessa operazione, ma rispondono a una stessa logica: dopo il 7 ottobre, Israele ha adottato una strategia di neutralizzazione preventiva di ogni minaccia, dentro e fuori i propri confini.

 

benjamin netanyahu nella striscia di gaza

Gaza, Cisgiordania, Libano meridionale, Golan, Siria post-Assad, i corridoi iraniani tra Eufrate e Tigri: tutto rientra in una mappa di contenimento di sicurezza. Israele punta a blindare il proprio perimetro strategico non solo contro minacce presenti, ma anche per impedirne l'emergere in prospettiva.

 

Dopo aver contrastato per anni l'influenza iraniana in Siria, sotto Bashar al-Assad, Israele oggi non accetta che quel vuoto venga riempito da una Siria riassorbita nell'orbita turca. Di fronte al nuovo regime insediatosi a Damasco, il mondo politico, la difesa e l'intelligence israeliani oscillano oggi tra due visioni strategiche, entrambe compatibili – almeno per ora – con la realtà sul terreno.

 

padre Gabriel Romanelli ferito nel bombardamento della chiesa a gaza

La prima visione mira a impedire la ricostituzione di uno Stato siriano funzionante, anche se formalmente non ostile. Il timore è che un governo come quello di al-Sharaa, se stabilizzato, possa allearsi con la Turchia o con altri attori sunniti e tornare a esercitare pressione sul Golan.

 

Per evitarlo, Israele punta a bloccare ogni ricostruzione statuale fin dall'inizio, sostenendo una minoranza armata come i drusi di Suwayda per indebolire il centro. È una versione aggiornata della dottrina della "periferia utile" di Ben Gurion, fondatore dello Stato di Israele: non confrontarsi con Stati forti, ma sostenere attori locali per costruire aree d'influenza gestibili, creare zone cuscinetto e impedire l'emergere, ai confini, di uno Stato unitario forte e sovrano.

 

AL JOLANI - ERDOGAN

La seconda visione mira a sfruttare la debolezza siriana per forzare una normalizzazione dei rapporti bilaterali. I raid su Damasco puntano a mostrare forza e costringere al-Sharaa a trattare da una posizione di svantaggio.

 

L'operazione è quindi anche un atto di coercizione diplomatica attraverso l'uso calibrato della potenza militare. I raid aerei colpiscono ciò che resta delle capacità militari siriane, logorando il governo per spingerlo ad accettare una resa mascherata. Una intesa potrebbe includere il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan, la smilitarizzazione del sud della Siria e garanzie sull'assenza iraniana o sul sostegno a Hezbollah.

Gli Stati Uniti vedono in un percorso di normalizzazione lo strumento per stabilizzare il Levante. Ankara e Baku si offrono come facilitatori. Il nuovo assetto siriano verrebbe così integrato in un equilibrio favorevole a Israele e Washington e strutturalmente ostile a Teheran.

 

ettore francesco sequi foto di bacco

Le operazioni israeliane, precise e mirate, servono entrambe le strategie: indeboliscono la Siria e creano le condizioni per trattare da una posizione di forza. Israele non ha ancora fatto una scelta strategica definitiva e mantiene aperte entrambe le opzioni che, per ora, considera complementari.

 

C'è anche una dinamica interna che ha spinto Israele all'intervento. I drusi israeliani, pienamente integrati nelle Forze Armate e nella società, hanno sollecitato il governo dopo gli eventi di Suwayda. Difendere i loro correligionari rafforza la coesione nazionale, proprio mentre Netanyahu ha perso due partiti alleati ultraortodossi e fatica a tenere la maggioranza[…]

 

david zini benjamin netanyahu

Nel frattempo, anche il quadro internazionale si muove. Washington punta a una stabilizzazione negoziata tra Israele e la nuova Siria, per consolidare l'equilibrio regionale e focalizzare l'attenzione sulla sfida strategica con la Cina nell'Indo-Pacifico. Ankara cerca di rafforzare il proprio ruolo nella gestione della crisi siriana, mentre Baku mette a disposizione canali tecnici e supporto operativo.

 

chiesa del sacro cuore di gaza colpita da israele 1

Israele ha una priorità: evitare una Siria armata, ostile e allineata con potenze rivali. Ma non ha ancora deciso se ottenere questo obiettivo lasciando il caos sul campo o negoziando un accordo draconiano. I raid degli ultimi giorni riflettono questa duplicità strategica. Damasco e Gaza sono state colpite per ragioni diverse, ma rispondono a una stessa logica: colpire prima che la minaccia si formi. Non solo reagire al rischio, ma impedirne la nascita.

al jolani con donald trumpchiesa del sacro cuore di gaza colpita da israele 3

 

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