matteo renzi gioca ai videogame

"ORA FATEVI IL GOVERNO SENZA DI NOI" - IN CONFERENZA STAMPA, IL “BULLETTO” ROSICA CONTRO LEGHISTI E GRILLINI: “CI AVETE CHIAMATI MAFIOSI, ORA FATEVI IL VOSTRO GOVERNO SE NE SIETE CAPACI...” - ALDO CAZZULLO: “È PARSO UN EX FUORICLASSE, ALLA RICERCA DEL TOCCO MAGICO PERDUTO. SI È ABBANDONATO A RECRIMINAZIONI IMPROBABILI. IN REALTA' LA SUA PARABOLA ERA GIÀ FINITA IL 4 DICEMBRE 2016 - IL RITRATTONE DI RENZI BY PANSA

Aldo Cazzullo per www.corriere.it

 

MATTEO RENZI GIOCA AI VIDEOGAME

Lì per un attimo si è rivisto il Matteo Renzi che nel discorso di insediamento a Palazzo Madama fa imbestialire i senatori, parlando a braccio con la mano destra in tasca: «Per prima cosa, questa è l’ultima volta che voi votate la fiducia a un governo». O il presidente del Consiglio che fa infuriare i giornalisti, convocandoli a Palazzo Chigi per una conferenza stampa che si rivela una proiezione di slide destinate al pubblico a casa: «Dal prossimo mese avrete 80 euro in più in busta paga, da spendere per regalare un libro a vostro figlio e andare una sera in pizzeria!».

aldo cazzullo

 

Ieri, nell’ultimo discorso da segretario, rinviato per tutta la piovosissima giornata romana in un inseguimento di voci, discussioni, ripensamenti, Renzi ha avuto un solo guizzo da vecchi tempi, quando ha detto a leghisti e grillini: «Ci avete chiamati mafiosi, corrotti, impresentabili. Avete detto che abbiamo le mani sporche di sangue. Bene, ora fatevi il vostro governo senza di noi, se ne siete capaci».

 

MATTEO RENZI CON MERCEDES

VINCITORI E VINTI

Per il resto, è parso un ex fuoriclasse, alla ricerca del tocco magico perduto. Si è abbandonato a recriminazioni improbabili. Difficilmente l’onda antisistema che ha travolto il Pd (e un po’ anche il partner mancato Berlusconi) sarebbe stata meno lunga, se l’Italia avesse votato insieme con l’Olanda o la Francia o la Germania; perché al Sud l’economia è messa decisamente peggio che in Olanda o in Francia o in Germania.

 

matteo renzi meme socialisti gaudenti

E il risultato incerto di domenica non dipende dal No al referendum costituzionale, semmai dalla bocciatura dell’Italicum («ma con una sola Camera sarebbe stato inevitabile il ballottaggio, e la sera delle elezioni avremmo conosciuto il nome del vincitore», ribadirà Renzi nelle conversazioni private). La sua parabola era già finita il 4 dicembre 2016. Quello di ieri non è neppure il punto finale; è un altro gradino verso gli inferi delle risse di partito e dell’agonia di una leadership.

 

matteo renzi da giletti

Renzi fa sapere che se ne va, ma non subito. Annuncia le dimissioni, ma non molla il partito agli avversari. Si rinserra nella propria personale ridotta della Valtellina: impedire che il Pd si getti nelle braccia dei Cinque Stelle. L’ultima missione è evitare che i democratici eletti al Sud seguano i pifferai grillini, proprio come al Nord i forzisti già obbediscono alla Lega. Per questo ripete in modo ossessivo, per quattro volte, «no ai caminetti», «no ai reggenti», «sì a un segretario eletto con le primarie», per poi chiarire in privato che non si ricandiderà: «Sarà Delrio, sarà Chiamparino. Decidano loro. La cosa non mi riguarda più».

 

RENZI, DIMISSIONI DOPO LA SCONFITTA

videomessaggio di renzi contro la camusso e i sindacati 8

Il messaggio comunque è chiaro: la complicata fase a venire la gestirà ancora lui. Sarà lui a salire al Colle da Mattarella. Aspettare l’elezione dei presidenti delle Camere (ma quali presidenti?) e la formazione del governo (ma quale governo?) significa darsi ancora un tempo indefinito. E il segretario si riserva anche il diritto di dire dei sì, ovviamente «sulle cose utili al Paese». Conta insomma di poter fare ancora politica, seppure dimidiato dalla necessità di mollare sul serio, prima o poi: «Me ne andrò un minuto dopo aver ancorato il Pd all’opposizione» assicura.

massio ancillotti e matteo renzi

 

In realtà, il partito non vorrebbe lasciarlo a nessuno; come una moglie da cui ci si deve separare, ma che non si vuol vedere a braccetto di un altro. Grandi leader all’orizzonte non se ne vedono. Quelli di Liberi e Uguali avrebbero fatto meglio a restare; oggi forse il Pd sarebbe loro. Zingaretti e Delrio hanno salvato la ghirba per un soffio, Franceschini ha perso nella sua Ferrara, la Pinotti nella sua Genova; l’effetto della popolarità di Gentiloni non si è visto fuori dal quartiere Trionfale; Minniti è arrivato terzo a Pesaro. Il ministro dell’Interno è l’unico compagno che Renzi cita, forse con una punta di malizia: il suo caso è «il simbolo di queste elezioni»; l’artefice della svolta sull’immigrazione viene battuto «dal signor Cecconi, considerato impresentabile dagli stessi grillini che l’avevano candidato».

MARIA ELENA BOSCHI DA' IL CINQUE A MATTEO RENZI

 

La fiorentinità viene fuori al ricordo di questi quattordici anni di campagna elettorale permanente, dalla presidenza della provincia a Palazzo Madama, passando per il Comune e le primarie. «Sarò il senatore di Firenze, Scandicci, Signa, Lastra a Signa e Impruneta», scandisce con orgoglio toponomastico. Si ricomincia dal basso, «strada per strada, dalle periferie della nostra quotidianità», che manco papa Francesco.

 

Gentiloni non viene mai nominato. «Ho fatto la campagna che mi ha chiesto lui — dirà Renzi alla fine —. Un po’ troppo tecnica. Abbiamo rivendicato le cose fatte, abbiamo evitato le promesse. Non abbiamo fatto sognare». La distanza rispetto al 2014 non potrebbe essere più siderale; e non solo perché allora la sinistra era al massimo storico — «vi scateno contro Guerini con il quaranta virgola otto per cento!» minacciò i giornalisti, come se il mite ex sindaco di Lodi fosse un pitt-bull rottamatore — e ora è al minimo.

RENZI E GENTILONI

 

Il Renzi dell’anno d’oro sapeva deviare il vento dell’antipolitica nelle proprie vele. Il bilancio di governo è meno negativo di quanto il responso popolare lasci credere. Però mille giorni a Palazzo Chigi hanno logorato politici più strutturati di lui, con squadre più forti, in tempi meno terribili. Questo è il tempo della rete, in cui a un diciottenne Renzi appare come Andreotti: un signore che era al potere molto tempo fa.

 

2 - IMMIGRATI, AMICI E BANCHE LA TOMBA DEL BULLO

Giampaolo Pansa per “la Verità”

 

Volete una prova regina, nel senso di indiscutibile, della batosta subita da Matteo Renzi?

giampaolo pansa

Una sconfitta tanto pesante da rendere impossibile che resti al potere sia pure di un Partito democratico con le pezze al culo? Se la cercate, vi può aiutare il sottoscritto, quel rompiscatole di Giampaolo Pansa, che ogni settimana confeziona il suo velenoso Bestiario.

 

Cercate La Stampa di ieri, lunedì 5 marzo. e andate a pagina 11. C' è una grande foto del Bullo, scattata mentre si recava a votare nel suo seggio al Liceo classico Machiavelli in via Santo Spirito, a Firenze. In quell'immagine il Bullo ha l' aspetto di un bandito di strada appena catturato. La faccia gonfia. La capigliatura in disordine. Lo sguardo impaurito. L'occhiata rivolta verso un personaggio che non si intravvede, forse il poliziotto che lo ha arrestato.

MATTEO RENZI E MARCO MINNITI

 

Alle spalle del Bullo ci sono due donne che sorridono con aria furbastra. Saranno le due carabiniere che, senza divisa e in abito simulato, hanno collaborato a mandare al gabbio un criminale. Avete scrutato con attenzione la foto? Bene, adesso riflettete sul quotidiano che l' ha offerta ai propri lettori. La Stampa è diretta da Maurizio Molinari, un giornalista di valore, ma difficile da classificare. C'è stato un momento nel quale il sottoscritto ha pensato che il numero uno della Busiarda, in piemontese significa Bugiarda, fosse un tifoso di Renzi e del renzismo. Mi sbagliavo?

 

LA STRETTA DI MANO TRA ENRICO LETTA E MATTEO RENZI

Chi lo sa. Ma oggi di certo non lo è più. Gli eventi elettorali del 4 marzo forse gli hanno fatto cambiare bandiera. Sono un vecchio cronista e la carta stampata non mi stupisce. E la fotografia che vi ho descritto mi conferma che nulla al mondo è più evanescente delle simpatie dei giornali.

 

Comunque sia, a me Renzi non è mai piaciuto. Rivendico la paternità del soprannome che lo dipinge meglio di qualsiasi altro: il Bullo oppure il Super Bullo. Ho cominciato a chiamarlo così quando ha fottuto un politico per bene come Enrico Letta. Era il 2013, se non sbaglio. Letta era il premier democratico. Quando il Bullo venne eletto segretario del Pd, si mostrò in televisione accanto a Letta e pronunciò tre parole destinate a imprimersi nella memoria di molti italiani: «Enrico stai sereno!». E appena due mesi dopo lo pugnalò alla schiena e prese il suo posto da capo del governo.

RENZI BOSCHI

 

Pensai: «Questo Renzi è un vero bandito. Farà polpette di chi non si inginocchia davanti a lui». Non sbagliavo. Infatti il Bullo cominciò subito a distribuire etichette malvagie ai politici e ai giornalisti che non tessevano le sue lodi. Di colpo, diventammo tutti gufi, ossia menagrami. Oppure una schiera di rosiconi che si mordevano le mani e non intendevano fare i paraculi al servizio del grande presidente del Consiglio.

 

Ma il Bullo era davvero un grande premier? Penso proprio di no. Quando cominciò a distribuire gli 80 euro al mese un po' a tutti, mi tornò in mente Achille Lauro. Era un politico napoletano del primo dopoguerra, miliardario, monarchico e donnaiolo senza freni. Per scovare dei voti offriva a tutti una scarpa sinistra, dicendo: «Se mi voterete e mi farete eleggere, vi consegnerò la scarpa destra!». Però almeno lui pagava le scarpe con il proprio portafogli, e non con i soldi dello Stato, ossia con i nostri risparmi.

RENZI E BOSCHI

Che cosa ci lascia in eredità il Bullo? Poco o niente. Voleva abolire il Senato e adesso si è candidato a Palazzo Madama.

Voleva trasformare le banche italiane e si è invischiato nel disastro di Banca Etruria. Qui si è imbattuto nella più bella del reame, la magica Maria Elena Boschi che l' ha mandato a terra con un colpo d' anca. Voleva trasformare il Pd in un partito personale, imitando il francese Emmanuel Macron, e si è trovato alle prese con la scissione guidata da un Pier Luigi Bersani ormai al limite del pensionamento.

 

Si è inventato una riforma del lavoro, ma ha messo fuori gioco i sindacati, dimostrando di non aver capito che in Italia chi sottovalutata la Cgil, la Cisl e la Uil condanna sé stesso a una brutta morte. Infine ha scelto di circondarsi di un plotone di fedelissimi e a questo punto ha mostrato tutta la sua debolezza.

RENZI LOTTI

 

Il famoso Giglio magico si è rivelato un povero clan di serventi debolissimi. Volete dei nomi? Eccoli. Il prode Luca Lotti, nominato ministro dello Sport in quanto tifoso della Fiorentina. Un tal Lorenzo Guerini, messo di guardia alla sede democratica del Nazareno. Il povero Maurizio Martina, ministro dell' Agricoltura, notevole per il volto scarno e dolorante come quello di un Cristo in croce. Infine l' unica vera potenza, la seducente Maria Elena. Lei sarà l' unica a rimanere in piedi, soprattutto adesso che, grazie all' esilio protettivo in Alto Adige, ha imparato il tedesco.

 

Marco Carrai con Matteo Renzi

E non è escluso che a prenderla in nota sia la gigantesca Angela Merkel teutonica. Le farebbe comodo una ragazzona dotata di un sex appeal senza rivali, tanto in Germania che in Italia. Infine per dirla tutta, le vere ragioni della catastrofe renzista sono soprattutto due. Le ricordo a beneficio dei politicanti che tenteranno di prendere il posto del Bullo. La prima è l' immigrazione selvaggia di migliaia di neri che dall' Africa subsahariana sono approdati in Italia. Li troviamo dappertutto.

 

Fanno la bella vita in centinaia di hotel molto comodi, come minimo di tre stelle.

Campano a spese nostre, senza battere un chiodo. Sono in gran parte maschi, ben pasciuti e ben nutriti. Li vediamo agli ingressi di tutti i supermarket, mentre giocano con telefonini di ultima generazione. Chiedono soldi e infastidiscono le nostre donne.

MATTEO E TIZIANO RENZI

 

La seconda è la sensazione che i nostri risparmi non siano più al sicuro nelle banche italiane. L' effetto di questa incertezza si è rivelato drammatico per quel che resta del Partito democratico e soprattutto del suo leader ormai sui margini di un abisso: l' irrilevanza politica, la disistima generale, l' irrisione che suscita nel popolo, tanto invocato dal bullismo ormai in agonia. Il regime renziano, ossia il renzismo, doveva durare qualche decennio. Invece si è dissolto in nemmeno cinque anni.

 

renzi mattarella

Concludo con una confessione personale. Il Bullo è appena caduto e già mi manca. Il giornalismo di battaglia, quello che cerco di praticare alla mia veneranda età, ha bisogno di figure da avversare, da bastonare con le parole, da sbeffeggiare con uno stile irridente. Per il sottoscritto, Renzi era il pupazzo adatto, poiché eccitava il lato carogna del mio carattere. Da ragazzo ho letto tre volte il Cuore di De Amicis.

 

E il mio eroe era Franti, la carogna per eccellenza. Il cattivo in servizio permanente, il ribaldo incrociato con il ribelle. Ma adesso che cosa farò? Dovrò inventarmi un nuovo pupazzo da strapazzare. Tuttavia la scelta non mi mancherà. Fatevi avanti, successori del Bullo. Riceverete il trattamento che meritate. Vi do un consiglio soltanto: state bene attenti a non ripetere certi errori. Come mettere le mani nelle tasche degli italiani.

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