VENTI DI GUERRA TRA CINA-GIAPPONE, TRAPPOLONE PER OBAMA? - LA CONTESA TRA PECHINO E TOKYO SULLE ISOLE SENKAKU METTE IN CRISI LA STRATEGIA “ORIENTALE” DELLA CASA BIANCA: IN CASO DI SCONTRO, UN TRATTATO OBBLIGA GLI USA A INTERVENIRE AL FIANCO DEI GIAPPONESI - BARACK COL FIATO DI ROMNEY SUL COLLO: “SEI IL TAPPETINO DI PECHINO!” - IL PREMIER GIAPPONESE NODA NEI GUAI PER L’INTERVENTISMO DEL GOVERNATORE DI TOKYO…

Paolo Mastrolilli per "La Stampa"

L' ultima cosa di cui hanno bisogno gli Stati Uniti in questo momento è una disputa territoriale tra Cina e Giappone, e magari tra Giappone e Corea del Sud, per una manciata di piccole isole. La tensione crescente, infatti, complica i piani di Washington per aumentare la sua presenza economica e militare nella regione asiatica del Pacifico. Ma lo scontro tra Pechino e Tokyo sulle Senkaku/Diaoyu rappresenta una minaccia ancora più grave per gli americani, perché il trattato di cooperazione e sicurezza con i giapponesi li obbligherebbe ad intervenire, in caso di minaccia all'integrità territoriale del Paese.

Le isole contese, Senkaku per i giapponesi e Diaoyu per i cinesi, erano state occupate dagli americani nel 1945. Non interessavano a nessuno, fino a quando nel 1969 uno studio dell'Onu aveva rivelato che sotto il loro mare c'è petrolio e gas. Washington le aveva restituite a Tokyo nel 1971, nell'ambito degli accordi che avevano definito l'assetto di Okinawa, sede di una fondamentale base militare Usa.

Circa dieci anni prima, gli Stati Uniti avevano firmato col Giappone il Treaty of Mutual Cooperation and Security, che con l'articolo 5 prende un impegno simile a quello che ha la Nato verso i suoi membri: «Ciascuna parte riconosce che un attacco armato contro i territori sotto l'amministrazione del Giappone sarebbe pericoloso per la propria pace e sicurezza, e dichiara che agirebbe per contrastare il comune rischio». Le Senkaku sono amministrate da Tokyo, e quindi gli americani sarebbero obbligati a difenderle, se la Cina compisse qualche atto ostile.

L'amministrazione Obama ha dichiarato che vuole riequilibrare la propria strategia politica, economica e militare, per dare più peso al rapporto con l'Estremo Oriente. Nel gennaio scorso il presidente ha avviato la Defense Strategy Review, identificando l'Asia come una priorità. Di conseguenza Washington ha avviato un processo che ha già visto alcune decisioni operative, come l'apertura di una nuova base dei marines in Australia, per trasformare le parole in fatti. Questo processo però richiede tempo, e uno scontro adesso comprometterebbe la sua realizzazione.

Il problema è che da una parte la Cina va verso la transizione che cambierà la sua leadership, e quindi non può permettersi di cedere sul piano delle rivendicazioni nazionalistiche; dall'altra il Giappone è in una situazione politica molto instabile, e ciò costringe il premier Noda ad inseguire le accelerazioni del governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, che promettendo l'acquisto delle isole Senkaku punta a rafforzare le chance del figlio Nobuteru in una possibile sfida per la guida dell'esecutivo nazionale.

In questo quadro, la Corea del Sud ritiene di essere diventata ancora più importante per gli Usa, e quindi sente di poter fare le sue provocazioni sulle isole Takeshima/Dokdo. Una disputa col Giappone su questi altri scogli, infatti, aiuta il leader di Seul Lee Myung-bak in vista delle elezioni che anche nel suo Paese si terranno entro l'anno.

Obama è preso in mezzo tra le rivalità, ma anche lui non può permettersi di apparire troppo morbido con la Cina, in vista delle presidenziali di novembre. Infatti il suo avversario repubblicano Romney lo ha già accusato di essere il «tappetino di Pechino», perché non risponde con forza alle violazioni delle regole sui commerci internazionali fatte dalla Repubblica Popolare, dove non mancano le voci che suggeriscono di rispondere alla crisi delle Senkaku occupando l'arcipelago Ryukyu con tutta Okinawa.

I punti fermi della strategia di Washington in Asia restano due: l'alleanza col Giappone e la necessità di lavorare con la Cina, frenandone però le aspirazioni espansionistiche. Quindi il portavoce del dipartimento di Stato, Victoria Nuland, ha detto che «gli Stati Uniti non prendono posizione sulla disputa e sollecitano le parti a risolverla col dialogo», però riconoscono che rientra nelle disposizioni dell'articolo 5 dell'accordo con Tokyo.

Infatti il capo del Pentagono Panetta, durante una sua recente visita in Giappone, ha promesso l'uso dei droni per pattugliare le isole contese. Washington, in sostanza, ha mandato il suo avvertimento: vuole una soluzione pacifica e concordata, ma in Giappone ha 50.000 soldati e la Settima flotta, e i trattati che ha firmato la impegnerebbero ad usarla in caso di scontri.

 

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