luca zaia giorgia meloni matteo salvini

DAGOREPORT - MAI VISTA L’ARMATA BRANCAMELONI BRANCOLARE NEL BUIO COME PER LE REGIONALI IN VENETO - SENZA QUEL 40% DI VOTI DELLA LISTA ZAIA SIGNIFICHEREBBE LA PROBABILE SCONFITTA PER IL CENTRODESTRA. E DATO CHE IN VENETO SI VOTERÀ A NOVEMBRE, DUE MESI DOPO LE MARCHE, DOVE IL MELONIANO ACQUAROLI È SOTTO DI DUE PUNTI AL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA RICCI, PER IL GOVERNO MELONI PERDERE DUE REGIONI IN DUE MESI SAREBBE UNO SMACCO MICIDIALE CHE RADDRIZZEREBBE LE SPERANZE DELL’OPPOSIZIONE DI RIMANDARLA AL COLLE OPPIO A LEGGERE TOLKIEN - LA DUCETTA HA DOVUTO COSÌ INGOIARE IL PRIMO ROSPONE: IL CANDIDATO DI FDI, LUCA DE CARLO, È MISERAMENTE FINITO IN SOFFITTA – MA PER DISINNESCARE ZAIA, URGE BEN ALTRO DI UN CANDIDATO CIVICO: OCCORRE TROVARGLI UN POSTO DA MINISTRO O MAGARI LA PRESIDENZA DELL’ENI NEL 2026 - SE LA DUCETTA È RABBIOSA, SALVINI NON STA MEJO: I TRE GOVERNATORI DELLA LEGA HANNO DICHIARATO GUERRA ALLA SUA SVOLTA ULTRA-DESTRORSA, ZAVORRATA DAL POST-FASCIO VANNACCI - IL PASTICCIACCIO BRUTTO DEL VENETO DEVE ESSERE COMUNQUE RISOLTO ENTRO IL 23 OTTOBRE, ULTIMA DATA PER PRESENTARE LISTE E CANDIDATI…

luca zaia giorgia meloni

DAGOREPORT

Mai vista l’Armata BrancaMeloni brancolare nel buio come per le regionali in Veneto. Se la legge sul Terzo Mandato non permette la rielezione di Luca Zaia, nulla vieta la scesa in campo di una lista dei fedelissimi del governatore uscente.

 

Forte di un bacino elettorale del 40%, decisivo per la vittoria in Veneto, il caso Zaia sta mandando fuori di testa la Fiamma e tutto il cucuzzaro di Palazzo Chigi.

 

Per sbrogliare la matassa e convincere il governatore a non presentare la sua lista, la Ducetta l’ha voluto incontrare a Roma. Zaia, tranquillo e serafico, è rimasto sulle sue posizioni: se Fratelli d’Italia scodella come candidato, Luca De Carlo, senatore bellunese, coordinatore regionale del partito, si troverà contro il voto della mia lista.

 

matteo salvini federico sboarina giorgia meloni luca zaia

Ergo: senza quel 40% di voti della lista Zaia significherebbe una probabile sconfitta per il centrodestra. E dato che la data più probabile del voto in Veneto porta la data del 23 novembre è successiva al voto di fine settembre nelle Marche, regione che ad oggi i sondaggi attestano la ricandidatura dal meloniano Francesco Acquaroli sotto di due punti rispetto al candidato del centrosinistra Matteo Ricci.

 

Per il governo, perdere il potere in due regioni sarebbero due pugni micidiali, sferrati in rapida successione, che diventerebbero una overdose di Viagra per raddrizzare il campolargo dell’opposizione.

LUCA DE CARLO

 

Fatti due calcoli, la Ducetta ha dovuto così ingoiare il primo rospone: il nome di De Carlo è stato cancellato senza nemmeno assicurarsi di avvisarlo: eccolo tonante che annuncia che il presidente del Veneto spetta a Fratelli d’Italia quando un’ora e mezza prima Meloni e Salvini l’avevano già defenestrato.

 

Ma quando Salvini indica il nome di uno dei suoi vicesegretari, Alberto Stefani, con Zaia capolista in tutte le province, come nel 2020, per blindare il consenso e dare forza al partito, a quel punto non ci sta a perdere definitivamente la faccia la Statista della Sgarbatella.

 

Forte del suo bottino di voti ottenuti alle europee del 2024 in Veneto (37,58%) contro il 9% di Salvini, abbandonato polemicamente da Zaia, La Giorgià de' noantri smania per conquistare almeno una regione del dovizioso Nord (se la Lega comanda con Fontana in Lombardia, Zaia in Veneto e Fedriga in Friuli, Forza Italia con Cirio governa il Piemonte, a noi niente?).

 

ALBERTO STEFANI - LEGA

Ma anche Zaia, sulla proposta di Stefani candidato, non fa felice il detestato Salvini: fa lo gnorri, dice e non dice, getta la palla in tribuna. Uscire allo scoperto per ora non gli conviene: il governatore più amato d'Italia lascia i due galletti rosolare ben bene.

 

Non solo. Che i tre governatori detestino il sovranismo sboccato e populista del segretario della Lega, che non ha ottenuto né l'autonomia differenziata né il terzo mandato, imbarcando la componente post-fascista del generalissimo Vannacci che alle europee ha intascato 530mila voti, non è un mistero. Uno strappo della metà del partito fondato nel 1991 da Bossi farebbe felice solo l'ambizione sfrenata di Vannacci di prendersi la Lega, buttando fuori il Capitone.

luca zaia matteo salvini massimiliano fedriga attilio fontana

 

Per superare le bandierine di partito, tolti di mezzo De Carlo e Stefani, l'unico punto di caduta è la scelta di un candidato civico. Cala subito la carta dei meloniani: l'azzimato Matteo Zoppas, ex presidente di Confindustria Veneto, riconfermato alla guida dell’ICE, agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane.

 

Naturalmente, i Fratellini d’Italia fanno presente a Zaia che, dopo il sacrifico del loro De Carlo, la lista ufficiale del candidato presidente del centrodestra può essere affiancata da una sola lista civica, quella che fa capo al nome del candidato civico; quindi, la lista Zaia da sola non si può presentare, deve confluire in quella civica del candidato governatore. Il motivo è semplice: la lista Zaia drenerebbe più voti a Fratelli d’Italia che alla Lega.

 

matteo zoppas

A quel punto, al grido di “Veneto svenduto”, Zoppas viene ovviamente azzoppato dai leghisti veneti che in alcune province, Treviso in testa, spingono furenti per lo strappo da Roma e Milano: una corsa in solitaria in culo a tutti.

 

Come disinnescare la mina Zaia? Quando nelle interviste zagaja di un “progetto politico, altrimenti mi candido”, la dichiarazione va tradotta così: non ci penso proprio a diventare sindaco di Venezia, non desidero finire impantanato in Veneto, aspiro a un posto che conti veramente a livello nazionale, chessò? il ruolo di ministro oppure, alla scadenza del mandato di Zafarana ad aprile 2026, la presidenza dell’Eni…

 

giorgia meloni luca de carlo

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