LE JENE DELLA SILICON VALLEY - MARISSA MAYER, AD DI YAHOO, NELLA BUFERA PER LO STOP AL TELELAVORO (“E NOI MAMME COME FACCIAMO?”) - SHERYL SANDBERG, BRACCIO DESTRO DI ZUCKERBERG A FACEBOOK, SCRIVE UN LIBRO SULLE DONNE IN CARRIERA CHE NON PIACE ALLE FEMMINISTE –AMORALE DELLA FAVOLA: “UNA VOLTA PRESO IL POTERE, LE DONNE SI COMPORTANO PEGGIO DEGLI UOMINI…”

Massimo Vincenzi per "la Repubblica"

«Fai un salto mortale: mi diceva mio padre. Fanne un altro all'indietro: mi diceva mio marito. Ora ripeti i due salti ma con una benda sugli occhi: e questa volta a pretendere l'impossibile acrobazia per stare in equilibrio sulla mia vita è una donna. E io, cara Marissa, una cosa così non la posso accettare»: scrive sulla sua pagina Facebook, Katharine da Compton California.

E ancora: «La signora Sheryl è sicuramente brava e intelligente, ma non credo che i suoi insegnamenti possano avere un valore per la maggior parte delle lavoratrici americane. Abbiamo storie troppe diverse, viviamo in mondi lontani», posta Erin sulla pagina dei blog del New York Times.

La "cara" Marissa e la "signora" Sheryl sono rispettivamente Marissa Mayer amministratrice delegata di Yahoo e Sheryl Sandberg direttore operativo e braccio destro di Mark Zuckerberg a Facebook. Lauree prestigiose, record e primati a non finire, carriere strabilianti, inserite a più riprese negli elenchi di Forbes, Fortune e Time sui personaggi più potenti della Terra: le padrone della Rete, che ora si trovano a dover risalire la corrente del fiume virtuale (e non solo) di critiche che le sta investendo. Da eroine delle donne di tutto il mondo a cattive ragazze: il passo nella Silicon Valley è breve, basta un click.

In realtà a loro due è servito un po' di più. Marissa Mayer è andata a colpire uno pilastri della fede nella new economy e delle lotte di conquista in rosa: il telelavoro. Contrordine colleghi (ahimè soprattutto colleghe), è il senso della sua lettera ai dipendenti, dovete tornare in ufficio e stare insieme, solo così possiamo recuperare ed incrementare creatività e produttività. Bufera annunciata e puntualmente arrivata.

Ma come? Proprio da una che ne ha beneficiato, che quando è diventata Ceo era incinta, che per tutte queste ragioni - scrivono in molte alle pagine virtuali dei giornali - dovrebbe conoscere alla perfezione quanto è prezioso il nostro tempo di mamme e lavoratrici. Proprio da una così ci arriva questa botta.

Migliaia di parole. Che si impastano alle critiche che hanno colpito la sua collega e buona amica Sheryl Sandberg. Colpevole di aver scritto un manuale, che lei definisce manifesto, per spiegare alle donne come far carriera. "Lean in": alzate la testa, andate avanti. E anche contro di lei l'accusa di tradimento è immediata: basta cercare su Google il suo nome e le prime schermate sono da bollino rosso.

A guidare la rivolta delle militanti del Web contro le due, alcune delle firme storiche del giornalismo femminista americano. A partire dal premio Pulitzer e firma di punta del
New York Times Maureen Dowd che letta la notizia su Yahoo e il telelavoro scrive un
commento sul suo blog dal titolo inequivocabile: scendi dalla nuvola. E il resto dell'articolo non è più tenero: con tanto di velenosi riferimenti alla precedente polemica che aveva colpito Marissa Mayer: la sua brevissima pausa maternità.

«Ho bisogno di solo due settimane di stop», disse allora ricevendo critiche e battute ironiche, come quella con cui la Dowd chiude il suo pezzo: «Lei ha un asilo nido fuori dalla porta del suo ufficio. Ma non tutte sono così fortunate». E in poche ore ecco arrivare quasi settecento commenti. E non va meglio con gli altri giornali: «La sua decisione è un insulto
alla nostra intelligenza», strilla il Boston Globe.

E Usa Today per firma della giornalista e scrittrice Joanne Bamberger coglie l'essenza della polemica e mette insieme le due "cattive ragazze": ecco la nuova battaglia delle mamme. Chi sono le nemiche delle donne? Altre donne. La tesi è semplice: le loro parole lasciano l'amaro in bocca a tante lavoratrici che soprattutto in questo periodo di crisi devono affrontare mille difficoltà. Loro si dimenticano da dove vengono. Forse le intenzioni sono buone, ma i risultati sono disastrosi.

Quella che se la passa peggio è Sheryl Sandberg, che due giorni dopo l'amica, finisce anche lei nel tritacarne della Dowd: «Lei non si accontenta di essere la ragazza della Silicon Valley ora vuole diventare la Betty Friedan dell'era digitale», con riferimento ad una delle icone del femminismo mondiale che la stessa manager cita ad esempio nel suo libro.

E poi il blog è una lista di giudizi sarcastici: la Pifferaia magica in stivaletti di Prada che vuole rivoluzionare l'universo femminile, la sua pagina Facebook è un monumento all'ego, non tutte possono contare su Mark Zuckerberg o Sergey Brin, butta tutta la responsabilità e il senso di colpa sulle donne, prima di fondarlo bisogna conoscere la differenza tra un movimento sociale e un social network e via così. Sino alla pietra tombale: «Lei dice di usare il marketing per ideali sociali, invece usa ideali sociali per la sua operazione di marketing».

Anche qui commenti taglienti, sino all'accusa più feroce: «Sospetto che sia un uomo», scrive una blogger. Ed è il centro del problema, la ragione per cui il tema è di quelli da record di condivisioni sui social (e non solo): ovvero il ruolo delle donne nei posti di lavoro e ora - in maniera crescente - il ruolo delle donne di potere nei confronti delle altre donne.

Il Wall Street Journal dedica all'argomento una lunga inchiesta dove racconta la tirannia delle api regine. L'articolo disegna alla perfezione i confini del campo di battaglia dove combattono Marissa Mayer, Sheryl Sandberg e le loro rivali. In questi ultimi anni piano piano, vincendo secoli di cultura maschilista e superando situazioni di oggettiva difficoltà, sono finalmente sempre di più le manager in rosa. E loro "una volta preso il potere" come si comportano nei confronti delle colleghe?

Spesso, è l'amara conclusione, peggio degli uomini, o meglio prendendo dal sesso forte gli aspetti più detestabili. Invece che essere le mentori delle loro collaboratrici ne boicottano la carriera, chiudono loro le porte: perché la grande paura è che l'ascesa di una non si va ad aggiungere all'altra, ma ne prende la poltrona: 1+1 fa sempre 1. Incapaci di superare le loro insicurezze (indotte dall'atmosfera patriarcale che regna ancora nelle aziende) le manager non riescono a dare un volto nuovo, femminile al comando. E a corredo dell'articolo inquietanti cifre sulle ricerche che provano l'aumento del mobbing di donne verso altre donne.

Anche qui la sfida è a colpi di mouse: commenti nell'arena infuocata dentro la quale provare a capire cosa deve essere il femminismo 2.0. Dibattito aperto, tanto che non mancano voci in difesa della Sandberg. Tra le lettrici: «Per me è importante che noi donne andiamo sempre avanti, basta con queste chiacchiere inutili. Conquista dopo conquista puntiamo a correre per la Casa Bianca».

E tra gli opinionisti, dove il Daily Beast è il più netto: «Gli attacchi colpiscono lei, non entrano nel merito di quello che ha scritto, e dimostrano come ci sia già una grande confusione sui messaggi del suo libro. È vero che vuole lavorare dentro il sistema più che distruggerlo ed è vero che si rivolge ad un pubblico di privilegiate. Ma qual è il problema?

Nessun libro parla a tutti e quando gli autori sono uomini di successo e potere non sono messi alla berlina perché ignorano i problemi degli immigrati che lavorano alla giornata. Paragonarla a Melissa Mayer è particolarmente ingiusto: lei cita continuamente icone del femminismo, l'altra ripete di continuo quasi come in un mantra che non si considera tale. E in più abolisce il lavoro da casa colpendo duramente le donne.

Mentre la manager di Facebook chiede politiche governative e aziendali che concedano pause pagate, asili di alta qualità che siano abbordabili e lavoro flessibile. Ha raggiunto livelli di ricchezza e potere quasi inconcepibili e vuole usarli per aiutare le altre donne a risollevarsi. Non è questo che le femministe hanno sempre chiesto alle donne di grande successo?».

E alla luce degli studi (il più recente è apparso proprio in questi giorni su un sito di riferimento dell'universo femminista americano) che testimoniano quanto in realtà ai bilanci delle aziende faccia parecchio bene avere capi donna il dibattito è destinato a proseguire all'infinito. Non a caso tra breve sono in uscita i libri (ben due per Harper Collins) della sorella di Zuckerberg, Rand.

Tema: le nostre vite travolte dall'ondata digitale, una storia tra professione e famiglia, tra vita privata e tecnologia: recita la fascetta pubblicitaria. Una garanzia di successo e veleni.
Come forse, anzi certamente, le ragazze cattive della Silicon Valley avevano ampiamente previsto nell'attesa di aggiornare i loro profili Facebook con altri trionfi. E altre polemiche.

 

 

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