ANCHE DOPO IL 16 A 0, IL PD TREMA: “IL MIX DELLA SCONFITTA E L’INCOGNITA SUI PROCESSI DEL CAV: IL GOVERNO RISCHIA”

Carlo Bertini per "La Stampa"

Incassato il «filotto» (sedici a zero con Roma, Viterbo, Imperia, Brescia, Treviso e Iglesias strappate al nemico), nel Pd scatta la corsa a intestarselo: segno che neanche una vittoria schiacciante riesce a sedare la guerra tra bande, neanche i sondaggi che vedono un recupero di due punti e mezzo a discapito dei 5 Stelle.

Davanti e dietro il proscenio, secondo i diversi stili delle case madri, cioè delle correnti, a parte le uscite trionfalistiche dei leader, ognuno tira dalla sua parte: per un renziano come il ministro Del Rio, «il Pd riparte dai suoi sindaci», chiara evocazione dell'effetto trascinamento del sindaco più popolare di tutti, che si è speso per Marino e per gli altri candidati, girando come una trottola ancor più di Epifani.

I bersaniani invece, suscitando acide battute dei dalemiani, vanno dicendo che è merito di chi c'era prima, così come dimostrano i sondaggi in risalita ai danni dei grillini, insomma questo risultato è l'onda lunga delle fatiche e del sacrificio che si è sobbarcato l'ex leader. Il quale però mostra il suo lato più ecumenico, ascrivendo il merito di questa «vittoria strepitosa» al Pd e ai suoi candidati, sfidando chiunque a dire «che si è vinto nonostante il Pd», chiara frecciata alla Serracchiani, che ancora paga la sua battuta più celebre.

Quel che non dice Bersani, però, lo dice in chiaro Epifani, «è un po' una rivincita, un risarcimento di quello che doveva succedere e non è successo ma è anche il frutto di quella semina». Per il premier, «il risultato premia lo schema delle larghe intese» e per il suo braccio destro Boccia, «il partito è uscito dallo stallo e riparte dai territori e dal governo per costruire il futuro».

Un dalemiano di peso come Enzo Amendola, coordinatore dei segretari regionali, fa notare però che «abbiamo vinto ovunque e fatico a intestare a questo o a quello un risultato che dimostra solo la tenuta del nostro elettorato e lo sfaldamento di quello di Pdl e Lega. Spero piuttosto che non ci siano contraccolpi, perché questa è una fase drammatica per il Paese».

Dietro i facili trionfalismi, è proprio sulla tenuta del governo che si addensano le maggiori preoccupazioni, a cominciare da quelle confessate nel chiuso della prima riunione della segreteria proprio da Guglielmo Epifani, che ha ammesso con i suoi dirigenti come «il mix della sconfitta e dell'incognita dei processi di Berlusconi può far temere sulla tenuta dell'esecutivo».

Altro che fattore di stabilità, anche i vertici del Pd sanno benissimo che un centrodestra perdente nelle città ma in testa nei sondaggi a livello nazionale, può esser tentato di uscire subito dall'angolo. Ripercussioni sul governo? «È complicato valutarlo, vediamo che dice il centrodestra, bisogna capire come loro rifletteranno su questo voto», risponde Epifani a La7, rivendicando «il ruolo che il Pd dimostra di avere nel Paese. E invitando «ad andarci cauti col dire che il Cavaliere è il primo azionista del governo».

Perché ora il dato vero è che «siamo ancora in recessione profonda e la prima cosa è sostenere in tutti i modi un'azione anticiclica, perché siamo seduti su una situazione esplosiva». E qui il segretario passa subito all'incasso, «il governo acceleri, stimoli tutte le condizioni per dare lavoro ai giovani con investimenti. Se ci sono risorse, bisogna togliere l'Imu a chi non ce la fa ed evitare in parte l'aumento Iva».

E anche sulle riforme, «abbiamo bisogno di un periodo di stabilità, la prima traversia può far saltare tutto». In ogni caso, questa «rivincita del voto delle politiche carica di responsabilità tutto il partito. Il Pd ritrovi il suo orgoglio».

 

Graziano delrioepifani-cadutaMARINO serracchiani default BERSANI luigi Berlusconi in tribunale

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