EURO-CRAC - SIAMO RIDOTTI COSÌ: “SE L'EUROPA SI COMPORTA CON MADRID COME HA FATTO CON ATENE SARÀ UN DISASTRO - ANCHE BERLINO NON CRESCE PIÙ, ED È LOGICO: A CHI PUÒ VENDERE LE SUE AUTOMOBILI SE IL RESTO D'EUROPA VIENE STRANGOLATO? - UNO SCATTO SUBITO, ALTRIMENTI L'EURO ESPLODE, LE MONETE VENGONO SVALUTATE DEL 50%, IL DEBITO RADDOPPIA, I PAESI EUROPEI ENTRANO IN UNA VIOLENTA RECESSIONE CHE PORTA ALLA FAME, A RIVOLTE E A ELEZIONI DAGLI ESITI PERICOLOSI, VEDI HITLER”…

Intervista a Michel Rocard di Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera"

Qual è il suo primo pensiero nel vedere l'Europa, che lei ha contribuito a costruire, sull'orlo del baratro?
«Penso che o ci inventiamo al più presto qualcosa di mai veramente osato finora, cioè la federazione politica, o siamo destinati tutti alla rovina. Le farò un esempio: da più di 100 anni la Corsica non riesce a portare in equilibrio i suoi conti. Un pasticcio di corruzione, abitudini estremamente mediterranee, diciamo così, e pure un po' mafiose.

Eppure non si è mai sentito un direttore del Tesoro né un ministro dire "ne abbiamo abbastanza della Corsica, d'ora in poi finanzierà il suo debito da sola sui mercati internazionali, con i tassi che riuscirà a spuntare". Non è mai successo perché l'addio alla Corsica si sarebbe trasformato nel disastro monetario, economico e politico di tutta la Francia. In Europa, con Grecia e Spagna, ci dobbiamo comportare esattamente nello stesso modo».

Incontriamo Michel Rocard negli uffici sugli Champs Élysées del think tank progressista «Terra Nova», molto vicino alla presidenza Hollande. Rocard, 81 anni, è stato primo ministro e allo stesso tempo rivale di François Mitterrand: laddove quest'ultimo teorizzava «nessun nemico a sinistra» e si alleava con i comunisti, Rocard diventava il leader della deuxième gauche, quella socialdemocratica, modernizzatrice, apertamente favorevole all'economia di mercato.

Eppure anche lei oggi critica lo strapotere dei mercati sulla politica.
«Più che altro sono stupefatto dal permanere, nella cultura dei dirigenti europei, del pensiero monetarista. L'ultimo Nobel conferito a un monetarista risale a Milton Friedman nel 1976, eppure non ne siamo ancora usciti. L'idea che il mercato debba essere lasciato libero di riequilibrarsi da solo, anche quando palesemente non ci riesce, è alla base del modo di procedere della cancelliera Merkel».

La Germania spinge per un'unione politica, ma continua a opporsi alle misure per la crescita.
«È inconcepibile, perché da tre mesi anche Berlino non cresce più, ed è logico: a chi può vendere le sue automobili e le sue lavatrici se il resto d'Europa viene strangolato? Quando si comincia a tagliare la spesa pubblica destinata agli investimenti e alla ricerca è la fine. Io posso anche capire che la Germania, di fronte alla richiesta di pagare per gli altri, abbia delle esitazioni; solo che ormai non può più permetterselo».

La nuova emergenza arriva dalla Spagna.
«Se l'Europa si comporta con Madrid come ha fatto con Atene sarà un disastro. Se aiutiamo la Spagna alla condizione che paghi gran parte del suo debito, finirà per crollare. Immaginiamo che Madrid esca dall'euro, e che nascano magari due monete, una dell'Europa del Nord e una del Sud: per la Spagna significherebbe una svalutazione del 50%, l'impossibilità di comprare petrolio, gas, di avere la corrente elettrica nelle case. È uno scenario spaventoso, e verosimile».

Che cosa pensa degli incitamenti di Obama a intervenire?
«Spero abbiano effetto. Detto questo c'è da dire che non è certo l'Europa continentale all'origine della crisi. Nel 2007, con Lehman Brothers, le garanzie offerte dalle autorità politiche al sistema bancario sono arrivate al 70% del Pil in Usa e Gran Bretagna, e in media solo al 36% in Europa. Questo perché noi europei siamo stati meno pazzi degli anglosassoni. L'Italia, dove pure la classe politica ha dato spettacolo, è stata gestita bene da ottimi tecnocrati, che sono riusciti a limitare i danni.

Ora siete messi meglio della Francia, perché il vostro equilibrio primario è salvo. Prendete denaro solo per rifinanziare il debito, non per pagare il funzionamento dello Stato o la Difesa. Il guaio è che lo prendete a tassi troppo alti. Negli Stati Uniti, la Fed ha prestato soldi alle banche americane allo 0,01 per cento. La povera Grecia paga il denaro al 6%, cioè 600 volte più caro. Ovvio che sia in recessione».

Colpa degli anglosassoni quindi?
«Colpa di un elemento culturale e di un altro istituzionale, e nel primo gli anglosassoni c'entrano qualcosa. Da prima della II Guerra mondiale al 1980 il debito americano totale (sommando famiglie, aziende e Stato) è rimasto stabile, intorno al 120% del Pil. Dall'elezione di Ronald Reagan in poi (e con la Thatcher in Gran Bretagna) è schizzato fino a raddoppiare. È una follia che ha contagiato tutti, anche politici, banchieri ed economisti europei, tuttora intellettualmente paralizzati davanti a quel che sta succedendo, perché imbevuti di monetarismo, che spinge all'indebitamento».

E l'elemento istituzionale?
«Quella è la vera colpa europea. All'inizio della crisi greca, con un debito inferiore al 2 per cento del Pil totale del continente, sarebbe bastato che un presidente europeo dicesse "basta, metto 300 miliardi di euro sul tavolo, scoraggio gli speculatori e salvo la Grecia", e adesso staremmo a parlare di altro. L'Europa deve darsi, subito, delle istituzioni unitarie che le permettano di agire in fretta e di non dipendere più dagli umori della cancelliera tedesca del momento».

Altrimenti?
«Altrimenti l'euro esplode, le singole monete vengono svalutate del 50%, il debito raddoppia, i Paesi europei entrano in una violenta recessione che porta alla fame, a rivolte e a elezioni dagli esiti pericolosi, vedi Hitler. Con il suo mezzo miliardo di abitanti e le sue qualità l'Europa potrebbe diventare una grande potenza mondiale. Se solo riuscisse a sopravvivere».

 

 

 

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