fulvio abbate

ARIDATECE LA BANDIERA ROSSA! - IL MARCHESE FULVIO ABBATE: “LA SINISTRA HA COMBATTUTO ANNI PER CESSARE DI ESSERE “COMUNISTA”. MA A COSA HA PORTATO? ALLA FINE LA COSCIENZA DELLA FOGNA SOVRANISTA E XENOFOBA TI SPINGE A FAR RITORNO ALLA PERCEZIONE CHE NEL TUO ESSERE STATO “COMUNISTA” C’ERA COMUNQUE L’IDEA DI CAMBIARE LE COSE, DI ESSERE OPPOSIZIONE ALL’OTTUSO”

Fulvio Abbate per https://www.linkiesta.it

 

Anni di cure, ricoveri, anni di punture, anni di costosissime cliniche, anni perfino di non meno esose comunità di recupero, anni e ancora anni di terapie spietate da imporre al proprio fisico, e tutto questo per cessare infine di essere “comunisti”.

 

FULVIO ABBATE

Anni di ripensamenti, nuove cure, ancora flebo e perfino clisteri, punture semplici e lombari, nuove ispezioni corporali, anni e ancora anni, lì sul letto in corsia, a guardare il soffitto, cioè se stessi, sperando di veder svanire da lassù, accanto alla plafoniera al neon, il volto sembiante di Marx, comprendendo infine che era soltanto umidità, semplice condensa, e non un’apparizione epifanica, così fino ad avere la sensazione vittoriosa di avercela fatta, il corpo definitivamente fuori dagli equivoci ideologici, simbolici, perfino estetici, addirittura feticistici, sentimentali.

 

fulvio abbate

Anni e ancora anni convinti di un risultato davvero certo, inattaccabile, e dunque, appunto, che non fossimo più “comunisti”, perché il comunismo, soprattutto quando si fa sistema, regime, governo o semplice CAF, come ho scritto in un pamphlet sul conformismo, diventa orrore burocratico, merda, case con linoleum in luogo di un vero pavimento, gulag, nel migliore dei casi angustia da riunione perduta tra le “varie ed eventuali”, come spiegano i versi di Majakovskij dedicati alle fluviali riunioni.

 

Anni e ancora anni a inutilmente dirsi che presso i cretini del vicinato sarebbe stato inutile anche precisare che la nostra idea di “comunismo” era comunque diversa da quella impiantata in Unione Sovietica, in Polonia, in Cecoslovacchia, o in Cina o in Cambogia o Vietnam, anni a pentirsi di aver ritenuto uno scrittore vittima del sistema concentrazionario quale il povero Solgenitsin “al soldo delle potenze capitalistiche occidentali”, e non soltanto lui…

 

Finché, improvvisamente, come nella canzone del partigiano, nonostante ormai tu laicamente da un ventennio non sia più “comunista”, vai sul terrazzo, guardi intorno e di colpo prendi atto di un consesso umano condominiale simile a una cloaca antropologica, sì, i tuoi stessi vicini, “popolo” di dirimpettai razzisti e incapaci di un pensiero razionale, prossimi al fascismo e alle sue semplificazioni autoritarie, i nostri peggiori condomini, appunto, i nostri peggiori cognati.

fulvio abbate

 

A quel punto, obtorto collo, non puoi far altro, di più, occorre procedere a macchina indietro furiosamente, così nonostante i molti soldi spesi per ottenere una prima guarigione dall’inutile e nociva emozione che giunge dalle note de “l’Internazionale”, così nonostante la memoria delle flebo e delle molte altre punture, delle infermiere crudeli e dei neon del refettorio della comunità e, ancor prima, del Sert e addirittura della sezione con i ritratti di Gramsci, Togliatti, Papà Cervi e dei “ragazzi dalle magliette a strisce” che scesero in piazza contro il governo Tambroni…

 

slogan comunista

Insomma, alla fine la coscienza della fogna ti spinge a far ritorno, se non all’orgoglio, comunque alla percezione che nel tuo essere stato “comunista” c’era comunque l’idea, come dice un Marx redivivo e non più illusoria macchia di condensa, che si debba “mutare l’esistente” o comunque essere opposizione all’ottuso. È un concetto difficile da assimilare dai razzisti della Scala A del tuo stesso comprensorio? Evidentemente, sì.

 

Tu però sei comunque altro da tutti loro, dai cognati affacciati a controllare la “Ritmo”, a sputare dall’ammezzato sui barconi dei migranti, a dire “È finita la pacchia!” Dunque, tornerai a dirti “comunista“, poco importa che in fondo in fondo non lo si sia più, che tu lo sia già stato “comunista”, tanto quegli altri, gli ottusi, i razzisti, i dirimpettai, i cognati, gli stessi che ripetono “Prima gli Italiani”, “Padroni in casa nostra”, e perfino cose assai più vomitevoli, continueranno a pensarti “comunista”, a bollarti come tale, anche se tu in realtà, come recentemente ha detto perfino Fausto Bertinotti parlando di se stesso, nel frattempo, giustamente, laicamente, sei diventato addirittura “liberale” (sic).

lella e fausto bertinotti

 

Già, a cosa è servita la tua sofferta conversione, metti, alla socialdemocrazia tanassiana, segnata appunto da punture e ancora altre applicazioni, verso il modulo base del pensiero democratico, se poi guardando intorno sei costretto a prendere ancora una volta atto dell’umana fogna nazionale, antropologicamente razzista e reazionaria, maggioritaria, verrebbe voglia di definirla “Vandea” in senso proprio, storiografico, pensando cioè a quel territorio di Francia che continuò a stare con Re Luigi anche durante la rivoluzione francese del 1789, ma sarebbe inutile perché quel “popolo” del quale sei ormai obbligato a pensare nel suo orizzonte limitato non comprenderebbe, e infatti sta sempre laggiù, sul terrazzo condominiale, a brandire le solite parole nella tua direzione: “Radical chic”, “Rolex” e poche altri concetti propri dell’assenza di un pensiero.

 

matteo salvini luigi di maio

Insomma, dirsi “comunista” servirà almeno per vederli schiumare di rabbia, i razzisti, i sovranisti nuovamente lì a ripetere “Prima gli italiani!“, dimentichi del fatto che proprio gli Italiani, per decenni, e forse ancora adesso, sono dovuti emigrare prendendo calci e sputi dai residenti autoctoni, talvolta perfino assimilati ai “cani” sui cartelli che ne vietavano l’ingresso nei locali pubblici in quanto “meridionali”, ma forse tutto questo non servirà affatto perché quel popolo che oggi sui social ripete la litania del “primagliitaliani” è forse il simbolo di un analfabetismo civile assoluto, impossibile da scalfire perfino con le parole del buon senso, forse aveva ragione Pasolini, il “frocio”, così almeno lo chiamavano gli antenati di chi oggi plaude al taglio di capelli da comiliter di Matteo Salvini, aveva ragione il poeta Pasolini quando, parlando dell’Italia, concludeva così: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’ Europa”.

 

ENRICO BERLINGUER 5

In assenza de “l’Unità”, gloriosa testata di ciò che già fummo noi “comunisti” quando fischiava il vento, comunisti adesso ritrovati, giornale finito in un buco nero per responsabilità degli stessi nostri “compagni”, c’è da immaginare un altro organo ufficiale che serva a diffondere il sentimento che nuovamente ci fiorisce in petto come un fiore. Per antifrasi, credo che il nostro foglio debba chiamarsi “Il radical chic”, nella certezza che anche questa locuzione benedetta dai manuali di retorica e di stilistica – ripeto: antifrasi - gli orgogliosi sovranisti raccolti tra la tintoria e il “Punto Snai” lì sotto casa mai riusciranno a penetrare. Avanti popolo, sì, ma quello che innalza la bandiera rossa.

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