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GIORGIA MELONI VEDRA’ MACRON IL 3 GIUGNO A ROMA: SARA’ L’INCONTRO DEL DISGELO? - IN QUELLE STESSE ORE DOVREBBERO RIPARTIRE ANCHE I COLLOQUI DI PACE TRA RUSSIA E UCRAINA A ISTANBUL - L’EUROPA, CHE NON SARÀ PRESENTE A QUEL TAVOLO, VORREBBE LANCIARE UN “SEGNALE DI UNITÀ” ATTRAVERSO IL FACCIA A FACCIA NELLA CAPITALE TRA DUE LEADER CHE SI DETESTANO - A DIVIDERLI IL NODO DEI VOLENTEROSI: PER MESI, LA PREMIER HA BOCCIATO L’IDEA DI TRUPPE SUL TERRENO IN UCRAINA. E L’ELISEO HA ESCLUSO LA DUCETTA DALLE RIUNIONI – L’OBIETTIVO E’ ORA CONVERGERE SULLA DIFESA DI KIEV...

Anais Ginori Tommaso Ciriaco per la Repubblica - Estratti

 

emmanuel macron giorgia meloni foto lapresse

Si vedranno a Roma, alle 18 di mercoledì 3 giugno. Già l’agenda dice molto del vertice tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron: in quelle stesse ore dovrebbero ripartire i colloqui di pace tra Russia e Ucraina ad Istanbul. L’Europa non sarà presente a quel tavolo, ma lancerà comunque un «segnale »: i due leader teoricamente più distanti si ritroveranno nella capitale. Unità di necessità, certo.

 

Emergenziale. Senza cancellare vecchi e recenti sgarbi. Ma obbligata, per provare a tenere Donald Trump al tavolo del G7. Per stanare i russi. E per costruire un progressivo percorso di riavvicinamento anche sul nodo dei “volenterosi”, che sarà evidente al termine del summit. Tutti indizi di una svolta decisa nel corso di una telefonata - anticipata da questo giornale - che risale a venerdì scorso.

 

giorgia meloni emmanuel macron foto lapresse

È un colloquio che va ricostruito per spiegare il senso di un vertice a suo modo straordinario: il presidente francese ha visitato a Palazzo Chigi la premier solo una volta, nel settembre del 2023, e solo dopo aver partecipato ai funerali di Giorgio Napolitano. Al giugno di quello stesso anno risale invece l’ultimo bilaterale di Meloni all’Eliseo.

 

È Macron a chiamare, lo scorso 23 maggio. Gesto cortese in risposta ad un primo passo mosso tre giorni prima da Meloni, che rompendo un lungo gelo contatta l’Eliseo e riferisce del colloquio con Leone XIV. Quando i due si sentono di nuovo, concordano su un punto. Lo solleva il francese: «Diamo un segnale. Qualcosa che vada oltre la telefonata». La situazione è talmente critica, concorda l’italiana, che «non ha senso dividersi».

Decidono dunque di organizzare un incontro. Ci lavorano alcuni facilitatori: l’ambasciatore francese a Roma, Martin Briens, assai vicino al Presidente. La struttura diplomatica della Farnesina, dietro la regia di Antonio Tajani. E ovviamente i leader. La forma è sostanza, dunque entrambi accettano di porgere la mano: Meloni invita, Macron accetta di viaggiare fino a Roma. Manca solo la data, a quel punto. Viene confermata solo nelle ultime ore, tenendo anche conto di un passaggio decisivo: la sostanziale coincidenza con i nuovi negoziati tra russi e ucraini in Turchia.

 

von der leyen macron meloni

È un segnale dell’Europa. Con un obiettivo politico: accorciare le distanze. A partire dal nodo dei volenterosi. Per mesi, la premier ha bocciato l’idea di truppe sul terreno. E l’Eliseo l’ha esclusa dalle riunioni.

 

Adesso, la dinamica segue la direzione opposta. Ne discutono i due leader al telefono. Parigi è pronta a concentrarsi sulle condizioni di sicurezza per l’Ucraina, da sempre pallino italiano, sostenendo che «la prima di queste garanzie è l’esercito ucraino».

 

Di più: Macron sembra disponibile a confrontarsi su un meccanismo simile all’articolo 5 della Nato, più volte proposto da Roma, senza però legarlo formalmente all’alleanza. Insomma, è il ragionamento consegnato da Macron, esiste un terreno comune su cui ritrovarsi, anche mantenendo una contrarietà all’impiego diretto di militari italiani:

 

sono differenze comprensibili, è il senso del messaggio, perché ogni paese ha una politica interna con cui fare i conti. Il formato dei volenterosi, è ora la linea, è «aperto e inclusivo».

 

VERTICE A PARIGI - GIORGIA MELONI EMMANUEL MACRON

Anche la presidente del Consiglio muove passi. Frena la retorica anti-francese, fortissima nel governo. E dismette gli slogan ostili all’attivismo anglo-francese (se e quando si dovesse poi arrivare alla pace, si riaprirà anche il dibattito sull’impegno italiano, ad esempio sull’addestramento dei militari ucraini, a cui difficilmente Roma potrà sottrarsi).

 

Molto si muove soprattutto per evitare che l’incognita Trump faccia saltare prima il G7 e poi il vertice Nato di fine giugno. Prioritario, per Macron e Meloni, è evitare che il fallimento dei due summit per mano americana faccia collassare la difesa ucraina. Il peso, per l’Europa, diventerebbe quasi insostenibile. E questo vale anche per i dazi.

 

Macron ha abbandonato i toni massimalisti e cerca sponde continentali. In patria, le grandi imprese spingono per una linea più realista e il miliardario Bernard Arnault invita il presidente a «trattare, anziché minacciare». E anche Meloni, in difficoltà nel tentativo di mediazione tra Ue e Casa Bianca, ha bisogno di qualche certezza: troppo volatile la posizione di Trump, troppo frammentate le posizioni dei big dell’amministrazione Usa.

giorgia meloni emmanuel macron vertice europeo sull ucraina foto lapresse donald trump - melania trump - giorgia meloni - funerale di papa francesco

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