GIULIO, MI MANCHI - IL FRATELLO CENTENARIO DI ANDREOTTI APRE L’ALBUM DEI RICORDI

Antonio Maria Mira per "L'Avvenire"

«Mi mancheranno gli incontri della domenica. Quando Giulio veniva qui, e non perdeva una domenica, parlavamo di calcio, della Roma, tutti e due tifosissimi. Non so come facesse, ma sapeva tutto. Soprattutto di Totti. No, non parlavamo di politica. Parlavamo della Roma, ci raccontavamo qualche barzelletta. Oppure io gli raccontavo di papà, morto quando aveva solo 3 anni. Giulio non si ricorda niente, non si può ricordare perché era troppo piccolo».

Ne parla al presente, sorride, ma si vede che è commosso, Francesco Andreotti, Franco per parenti e amici, fratello maggiore dello statista dc. Cento anni a luglio, lucido e ironico, storico comandante negli anni '70 dei 'pizzardoni' (i vigili urbani di Roma), ci o-spita nella sua casa vicino a Campo de' Fiori e ci regala, con spiccata cadenza romana, ricordi e aneddoti del suo rapporto con Giulio (lo chiama sempre così), dai giochi sul terrazzo agli incontri coi professori del fratello, dal consiglio di accettare la proposta lavorativa di Moro all'abbraccio dopo l'assoluzione definitiva per mafia.

Fino all'ultimo incontro a ottobre, ma a casa di Giulio (poi l'aggravarsi della malattia del fratello bloccò la tradizione). «Sono venuti il maresciallo della scorta di Giulio e l'autista. Mi hanno preso di peso e portato a casa sua a Corso Vittorio. Abbiamo parlato di quando eravamo giovani e andavamo in villeggiatura a Segni. Ci hanno portato un caffè e allora ho chiesto qualche biscotto. Li hanno portati ma Giulio se li è mangiati tutti lui e a me non ha lasciato niente. Ci sono rimasto male...». Ridacchia, proprio come il fratello.

Chi era per lei Giulio Andreotti?
«Mio fratello minore, ma anche fratello 'superiore'. Sa io sono sempre stato rispettoso della gerarchia... Quando ci siamo fatti questa foto (è quella che tiene sul letto assieme a quella della moglie), Giulio si era messo alla mia sinistra ma io l'ho spostato a destra. Lui era ministro...»

Che rapporto c'era da ragazzi?
«Siccome papà non aveva raggiunto l'anzianità per la pensione da insegnante, mamma rimase con noi tre fratelli a carico. Io fui messo in collegio e quindi non stavamo insieme.
Appena sono uscito dal collegio mi sono subito impiegato per aiutare casa e anche Giulio che ancora studiava.

Anzi andavo io qualche volta a parlare coi suoi professori. Era studiosissimo ma non gli piaceva la matematica, al punto che mamma era preoccupata perché il professore le aveva detto: 'Suo figlio è un disastro'. Poi però ha fatto il ministro delle Finanze...»

Com'era da bambino?
«Era molto religioso. Abitavamo con una vecchia zia, zia Mariannina che era molto devota, e tutti i dopo pranzo andava con lei in chiesa. E così è stato sempre. Una volta trovai mamma molto addolorata e mi disse nientemeno che Giulio le aveva detto di volersi fare prete. Aveva 20 anni. Allora gli dissi ' senti Giu', se po' esse bravissimi e bo-nissimi cattolici senza esse' preti. Lo sai che mamma c'ha solo noi due...'. E difatti non si è fatto prete. Ma non so se ho fatto bene o male...» (ride di nuovo).

Tra di voi c'era complicità?
«C'era un grande affetto fraterno. All'inizio io ho fatto un po' da padre a Giulio. Ma quando sono stato in guerra in Africa è stato lui che ha fatto da padre a mio figlio. Ma, forse perché per un certo tempo avevo provveduto a lui, aveva come una soggezione nei miei confronti.
Tanto è vero che mamma mi domandava spesso: 'Giulio ha detto che, se te serve quarche cosa, de dijelo' . Pensi che per aiutarmi anche economicamente alle volte, quando veniva la domenica, alzavamo il cuscino del sofà e trovavamo una busta... senza dimme gnente».

Che ricordo ha dei primi anni di impegno politico di suo fratello?
«Nel 1937 Giulio era stato assunto dalle Imposte dirette come avventizio. Moro che era presidente della Fuci gli propose di fare il direttore del giornale Azione fucina . Allora io gli dissi: 'Senti, io accetterei la proposta di Moro, perché alle imposte che fai...'. E infatti fece il direttore, poi il presidente della Fuci, conobbe De Gasperi, diventò suo amico e da lì...

Ricordo che quando De Gasperi telefonava e rispondeva mamma, lui attaccava il telefono, perché mamma cominciava a dirgli 'gli fa fare tardi la sera, lavora troppo...'. Mamma era dolce ma nello stesso tempo forte. Ci ha tirati su da sola, con la sola pen-sione di guerra di 142 lire al mese».

Ma i vostri impegni professionali si sono mai incrociati?
«Una rivista una volta pubblicò la foto del presidente Usa Carter col fratello e di Giulio con me. C'era scritto: 'Questi sono i fratelli Andreotti di cui non si sente mai parlare'. Era così.
Non mi sono mai intromesso nel lavoro di Giulio, anche perché quello che facevo mi piaceva molto. Affetto e rispetto. Pensi che quando abitava a via San Valentino e andava dal barbiere a piazza San Bernardo, doveva scendere per via Veneto e fare la rotatoria di piazza Barberini. Avrebbe potuto tagliare ma diceva all'autista 'per carità, se no mio fratello mi fa la contravvenzione'».

Ma anche lei era una personalità.
«C'è stato un periodo in cui ero conosciuto in tutto il mondo, soprattutto negli Usa dove mi invitavano molto spesso. Conoscevo molto bene il sindaco Lindasy e una volta mi chiese come mai non riuscivamo a finire la metropolitana. Io gli risposi: 'Roma è la città eterna. Se si fa presto...'.

A una cena offerta a Giulio, che era presidente del consiglio, Lindsay disse: 'Io sono amico di suo fratello che è capo della polizia di Roma, lei è il capo del governo. Voi siete i padroni d'Italia'. E Giulio quando tornò a Roma mi chiese: 'Ma senti un po', come mai sei amico del sindaco di New York?'. Gli ho riposto che lo ero diventato andando a trovarlo. Di lui sono amico, di quello di Roma non lo so...».

Ha mai avuto paura per suo fratello durante gli anni di piombo?
«E diamine se ho avuto paura! Le Brigate rosse avevano indagato su tre politici: Moro, Fanfani o Giulio. Scelsero Moro perché era il più facile. Per Giulio il questore chiamò anche me. E prendemmo delle misure, così nella strada davanti a casa sua facemmo una buca transennata per non far passare le auto. Ricordo che a Torre Argentina una volta lessi su un muro 'A morte Andreotti'».

Le fece male?
«Embé... (si commuove). Le Brigate rosse avevano fatto dei dossier anche su me e mio figlio, sapevano tutto: quando uscivo, dove andavo. Ma hanno lasciato perdere, forse perché non mi interessavo di politica. E non mi è mai successo niente».

Giulio Andreotti è stato definito l'uomo dei misteri...
«Come fratello con me non ha mai avuto misteri. Indubbiamente come uomo di governo avrà avuto la necessità di avere qualche notizia riservata ma chiamarla mistero...»

Come ha vissuto il periodo dei processi per mafia?
«Ero molto addolorato. Però ho avuto la grande soddisfazione che nessuno mi ha parlato male. Tutti, in tutto il mondo, mi dicevano, 'sta tranquillo, che tanto tuo fratello non è tipo da aver fatto quelle cose...'».

E suo fratello?
«Indubbiamente era preoccupato, però esteriormente quasi non si notava. Si è sempre fidato della giustizia anche se un po' gliela tiravano...».

In che senso?
«Tra le tante cose fu accusato di essersi baciato con Riina. Ma mio fratello e anche io non siamo mai stati per i baci. Una stretta di mano, un abbraccio, ma mai baci, neanche tra noi due. E dubito con la moglie... Quando c'è stata l'assoluzione definitiva, mi ha telefonato e poi è corso qui. Ci siamo abbracciati (si asciuga una lacrima...). C'era commozione, quella sì, ma baci, neanche quella volta».

Cosa vorrebbe che fosse ricordato di suo fratello?
«Una vicenda che non ricorda nessuno o quasi. Mio fratello era amico di Gorbaciov, era stato in Russia a parlargli, poi era subito passato in Usa per parlare col presidente Reagan. E quello è stato il primo contatto tra i due. Ma non se ne parla».

Segue la politica di oggi?
«No, nun ce voglio proprio capi' , non mi interessa. È troppo differente dalla mia mentalità. Sarà che so' nato e cresciuto in un'altra epoca...».

Torniamo all'ultimo incontro. Perché parlaste di Segni?
«Era il paese di papà. Giulio vi era molto attaccato ed era anche il suo collegio elettorale. Mi ricordo che nel paese tutti dicevano che lui c'era nato. Una volta gli dissi 'a Giu' ma tutti dicono che sei nato a Segni...'. Mi rispose 'lassa sta', lassali parla', è meglio così che ci sono le elezioni'»
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