IN-CALZA A PENNELLO – NELL’ULTIMA LEGGE DI STABILITÀ C’ERA UN COMMA PER ALLUNGARE LA POLTRONA A INCALZA, CHE POI VI RINUNCIÒ ANNUSANDO LA BUFERA GIUDIZIARIA – LA CASA DEL GENERO COMPRATA CON IL “LODO SCAJOLA”

Alberto Statera per “la Repubblica

 

IL “codicillo Incalza” comparve nell’ultima legge di stabilità, inserito dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Ma si farebbe torto alla reale statura di Ercole Incalza, il grand commis delle grandi opere pubbliche arrestato ieri, se non lo si accreditasse del ben più impegnativo “codice Incalza”, il graal simbolo di conoscenza e sapienza che fa degli alti dirigenti di questa Repubblica i titolari di un potere immenso e quasi sempre insondabile colonizzatore di quello della politica.

 

ERCOLE INCALZA ERCOLE INCALZA

Il “codicillo” non erano altro che sei righe di legge che prorogavano fino al 31 dicembre 2015 “i rapporti di collaborazione coordinata e continuata in essere alla data in vigore della presente legge” per garantire il funzionamento della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture. Cioè il rapporto di collaborazione del settantenne Ercole Incalza, che sarebbe tranquillamente rimasto al suo posto se egli stesso non avesse preferito rinunciare al “codicillo” e ritirarsi forse presagendo la tempesta imminente.

 

 Il ministro Lupi lo considerava maestro e vate e varie volte aveva provato a portarlo in dote alla sua obbedienza di Comunione e Liberazione. Il 23 agosto 2005, di fronte alla platea del meeting di Rimini fatta di giovani virgulti incerti tra la prevalenza della fede e quella degli affari, aveva proclamato dal palco: «Voglio ringraziare davanti a tutti una persona che ho incontrato in questi anni, un prezioso collaboratore del ministro Lunardi, ma prezioso collaboratore di tutti noi. Volevo presentare e fare un applauso a Ercole Incalza, che è una persona eccezionale e un patrimonio per il nostro paese». Pietro Lunardi è quel ministro gentiluomo alla cui società di famiglia Incalza non lesinò mai provvide quantità di pubblici appalti.

ERCOLE INCALZA  ERCOLE INCALZA

 

Ma la trasversalità, oltre alla perfetta conoscenza di norme, artifici e malizie dei pubblici appalti e a una totale spregiudicatezza, è l’unica vera religione di Incalza. Una sola volta comparve quasi da comprimario in un’operazione politica, nel 1996, all’epoca del cosiddetto “tentativo Maccanico”. Caduto il governo Dini, il giurista consigliere di Stato laico e repubblicano che era stato anche presidente di Mediobanca, doveva costituire un governo tecnico formato da esponenti dei due poli di sinistra e di destra, al quale da molti mesi stava intensamente lavorando anche il presidente delle Ferrovie dello Stato Lorenzo Necci, che con Incalza era stato l’artefice del progetto dell’alta velocità.

 

Nel governo che avrebbe visto insieme Pds e Forza Italia, avallato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Necci, di antiche simpatie lamalfiane, sarebbe stato vicepresidente del Consiglio e super-ministro alle infrastrutture e Incalza, suo braccio destro, ben più che un semplice sottosegretario: l’uomo che avrebbe sbloccato per sempre la macchina inceppata delle Grandi Opere d’Italia. Pinuccio Tatarella, mente pensante di Alleanza Nazionale, era entusiasta del progetto, ma Gianfranco Fini si mise di traverso e contribuì a farlo fallire.

 

Pietro Lunardi Pietro Lunardi

Come si fa a restare in sella per più di un trentennio, passare indenne attraverso centinaia di appalti col trucco, schiere di ministri che vanno e vengono, decine di processi e fare soltanto qualche giorno di arresto ai tempi di una delle tante Tangentopoli, ma rimanere quasi una verginella di cui tutti — ma proprio tutti — invocano i favori? Si, perché dietro la quinta monumentale del ministero in Piazzale di Porta Pia, Incalza calca le scene fin dai tempi della sinistra ferroviaria, quando nel dicastero nato nel 1861 con il governo Cavour, vi si insediò da ministro Claudio Signorile, leader della sinistra socialista di Riccardo Lombardi, poi finita nelle spire della P2 di Licio Gelli.

 

Non si contano i ministri con i quali il signore degli appalti ha “servito”, in ossequio all’aureo detto andreottiano secondo il quale i ministri passano e i dirigenti restano. Solo negli ultimi anni sono stati cinque: da Lunardi a Di Pietro, da Matteoli a Passera, fino a Lupi. In un modo o nell’altro, tutti gli sono grati e hanno chiuso gli occhi (o forse li tenevano fin troppo aperti) sui quattordici procedimenti, se non andiamo errati per difetto, cui è stato sottoposto e gli altrettanti proscioglimenti.

 

Il suo caso è nel palmares dell’avvocato Titta Madia. È vero che alcuni proscioglimenti sono stati per prescrizione e fu prescritto anche il processo in cui era accusato di aver corrotto il giudice proprio per ottenere l’archiviazione, ma l’avvocato Madia ha ragione di gloriarsi: «Per lui 14 proscioglimenti e mai una condanna. Un vero e proprio recordman».

 

Magari l’avvocato non potrà negare che, oltre alla sua perizia, ha pesato il ruolo di “Intoccabile”, che a Incalza spetta di diritto, come e più che a un’intera schiera di consiglieri ministeriali, consiglieri di Stato, consiglieri della Corte dei Conti e altri altissimi ranghi ministeriali, che tengono i politici per i cosiddetti, e che con la giustizia hanno quasi sempre avuto passaggi preferenziali.

TITTA MADIA TITTA MADIA

 

Ieri Incalza è stato arrestato per la Tav di Firenze, ma è citato in quasi tutte le carte processuali relative agli scandali delle Grandi opere, dal Mose all’Expo di Milano, mentre nessuno parla più della casa del genero, acquistata con il “lodo Scajola”, cioè a “sua insaputa”. Il genero Alberto Donati l’ha raccontata così alla Finanza: «Io e mia moglie cercavamo una casa e tramite mio suocero Ercole Incalza, all’epoca consigliere del ministro Lunardi, su suggerimento dato da Angelo Balducci (quello della Cricca, ndr) a mio suocero, fummo contattati dall’architetto Angelo Zampolini.

 

Il 7 luglio 2004 noi consegnammo l’intera cifra pattuita, che era di 390 mila euro ». Ma nel 2004 una casa di otto vani e passa nei pressi di piazzale Flaminio a Roma valeva il quadruplo. E infatti il solito architetto Zampolini (quello della casa di Scajola) consegnava ai venditori altri 520 mila euro in assegni circolari e 300 mila in assegni bancari.

CANTIERE TORINO LIONE TAV VAL DI SUSACANTIERE TORINO LIONE TAV VAL DI SUSA

 

Ma che volete? Chi vede circolare centinaia di milioni di euro che in parte cospicua prendono rivoli ben poco istituzionali verso la politica come può farsi scrupolo per qualche centinaia di migliaia di euro deviato per impellenti esigenze familiari? Soprattutto se si sente il Gran visir della modernizzazione d’Italia. Fu lui, Incalza, che nel 1991, quando fu fondata la Tav, affidò l’operazione senza gara ai “General contractor” (Iri, Eni, Fiat), garantendo che tutto era chiavi in mano e a prezzo bloccato. Dai 30mila miliardi di lire iniziali oggi siamo forse a 200 mila miliardi nel vecchio conio. Sì, avete capito bene.

 

a. statera@ repubblica. it

 

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