TECNICI DA ROTTAMARE: L’ADDIO DI TERZI DIVENTA UN ASSIST AL CAINANO

Ugo Magri per "La Stampa"

Come un meteorite dallo spazio, le dimissioni di Terzi sono piombate sulle trattative di governo, col risultato di sconquassare quel poco che si va costruendo. Dove stia il nesso tra Bersani e i marò, a prima vista non appare.

Poiché un conto è il governo dimissionario, di cui il ministro degli Esteri faceva parte; altra cosa dovrebbe essere l'esecutivo futuro... Eppure il legame esiste, dal momento che c'è grande preoccupazione nei palazzi (in particolare sul Colle quirinalizio) dove quasi smoccolando ammettono: «Proprio ora non ci voleva, in un momento peggiore non sarebbe potuto capitare».

Il primo impatto sulle consultazioni, viene spiegato, è che il gesto di Terzi genera una nube radioattiva. Di polemiche. Di sospetti. Di rancori. Politicamente, questa vicenda non crea le condizioni ottimali per una Pasqua di concordia. Semmai il contrario. Gli animi tornano infuocati come e peggio che durante la rissa elettorale. Addirittura, i seguaci del Prof hanno un sospetto: le dimissioni del ministro sono state concordate con Berlusconi per vendicare vecchie ruggini tra Mario e Silvio, calci reciproci negli stinchi, cui da ultimo si è aggiunta una lettera orgogliosa di Monti al «Corsera» vissuta ad Arcore come intollerabile provocazione personale.

Guarda caso, già lunedì mattina il Cavaliere furibondo urlava che Monti andrebbe cacciato per via dei marò. Sembrava uno sfogo dei suoi, invece ecco tempestive le dimissioni di Terzi che nessuno subodorava, tantomeno Napolitano. Il Presidente aveva dato uno sguardo preventivo all'intervento in Aula del ministro, senza però trovarci le tre righe-chiave delle dimissioni. Aggiunte all'ultimo, sul piano politico un vero agguato.

È un clima da corte rinascimentale che indiscutibilmente dà una mano a Grillo, la conferma della sua nota tesi che una certa politica andrebbe licenziata in blocco. Ma l'incidente (cercato o meno, a questo punto che importa?) galvanizza pure il mondo berlusconiano, in quanto spinge due temi tipici della destra - l'orgoglio patriottico, le Forze Armate - al centro della discussione collettiva proprio quando certi sondaggi già segnalano una crescita del Cav, secondo Euromedia e Tekné in testa di una spanna sulla coalizione avversaria e sullo stesso Grillo. Il che non può non avere effetto sulle consultazioni.

Proviamo a vestire i panni di Bersani. Contava in una mano da Monti, e se lo ritrova nell'angolo, costretto a difendersi oggi in Parlamento dai ringhi della destra. Anziché trovarsi di fronte un Pdl moderato e pragmatico, disposto a far partire la legislatura senza pretendere la Luna in cambio, il presidente del Consiglio incaricato è costretto a fronteggiare richieste ogni giorno più esose. E d'altra parte Berlusconi, che annusa la possibilità di fare il colpaccio, figurarsi se rinuncerebbe a nuove elezioni in cambio di un piatto di lenticchie.

Guarda caso, ieri se n'è stato a casa, ufficiosamente perché doveva affrontare coi suoi legali la causa di separazione da Veronica. E al posto suo ha spedito a trattare una delegazione guidata da Alfano. Si racconta che per prima cosa Bersani abbia chiesto, sospettoso, come mai il Capo aveva dato forfait. La tecnica è stranota: Berlusconi manda gli altri a negoziare tenendosi l'ultima parola. Se l'esito lo soddisfa, okay; altrimenti non si fa scrupolo di smentirli.

Ma il danno più serio, le dimissioni a sorpresa lo causano al Capo dello Stato. In quanto gli sfila l'estrema carta che Napolitano potrebbe giocare, casomai il tentativo Bersani facesse un buco nell'acqua: il jolly del governo istituzionale, o «del Presidente». Se neppure i «tecnici» danno prova di affidabilità, riproporli nuovamente ai partiti (e al Paese) diventa impresa quasi disperata. Quasi quasi, meglio i politici...

 

GIULIO TERZI SILVIO BERLUSCONITERZI E MARO TERZI DI SANTAGATA E MARIO MONTI berlu a roma terzi e fini

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