khamenei iran proteste

L'IRAN È NEL CAOS: CONTINUA A SALIRE IL NUMERO DI MANIFESTANTI UCCISI PER LE STRADE DI TEHERAN: ALMENO 466 LE VITTIME - IL REGIME DI KHAMENEI HA BLOCCATO L'ACCESSO A INTERNET, MA LA CONNESSIONE ALLA RETE VIENE FORNITA DA "SPACEX" DI ELON MUSK - DAL 1979 IL REGIME DEGLI AYATOLLAH SI È RETTO SUL TERRORE: MA, DOPO 47 ANNI DI REPRESSIONE, I PIÙ OTTIMISTI CREDONO CHE SIA LA VOLTA BUONA CHE CI SIA UNA TRANSIZIONE DI POTERE - I QUATTRO SCENARI POSSIBILI DOPO L'EVENTUALE CADUTA DEL REGIME TEOCRATICO: UN’EVOLUZIONE SIMILE A QUELLA DELLA RUSSIA POST-SOVIETICA, UN PERCORSO CINESE, UNA SOLUZIONE DI TIPO PAKISTANO, OPPURE IL MODELLO TURCHIA (BASTA L’ELENCO DEI PAESI PER CAPIRE CHE NON CI SIA UN’ALTA PROBABILITÀ ALL’AVVENTO DI UNA DEMOCRAZIA)

 

Ong, il numero delle vittime in Iran sale a 466

iran proteste manifestanti 2

(ANSA) - ROMA, 11 GEN - Il numero di persone uccise nelle proteste in Iran sale a 466: lo afferma l'agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana), citata dai media internazionali.

 

Se crollano gli ayatollah: quattro scenari per il futuro dell'Iran

 

Estratto dell'articolo di Federico Rampini per www.corriere.it

 

Dal 1979 il regime degli ayatollah si è retto sul terrore. [...] Quanto può sopravvivere un regime che ha come slogan «morte a Israele» e «morte all’America», ma non ha mai saputo proporre uno slogan altrettanto forte e positivo per dire «lunga vita all’Iran, e un futuro migliore al suo popolo»? Prendo in prestito questa domanda da un grande esperto dell’Iran, Karim Sadjadpour, Senior Fellow al Carnegie Endowment for International Peace.

 

iran proteste manifestanti

Purtroppo può sopravvivere a lungo: 47 anni, e non sappiamo se in queste ore stia finalmente agonizzando, o se la crudeltà della sua repressione prevarrà ancora una volta sui movimenti di protesta. Alcune cose le sappiamo, però. Il regime ha potuto durare anche grazie all’appoggio di tutti coloro che volevano indebolire l’America e l’Occidente: Russia, Cina. Ha goduto di credibilità finché ha seminato terrore in tutto il Medio Oriente e anche oltre, usando milizie-sicarie come Hamas, Hezbollah, Houthi.

 

Per un periodo di almeno vent’anni, ha risucchiato l’Arabia saudita in una perversa competizione a chi fosse la potenza regionale più fondamentalista: i loro petro-dollari hanno finanziato jihad e indottrinamento anche nelle comunità di immigrati musulmani in Occidente. Poi però il gioco perverso degli ayatollah ha cominciato a incappare in incidenti di percorso gravi.

ali khamenei

 

Le proteste interne vanno crescendo almeno dal 2019, perché le avventure militari esterne hanno impoverito la popolazione, e hanno reso sempre meno sopportabile la corruzione della élite clericale. L’Arabia saudita ha imboccato una strada alternativa: modernizzazione, laicizzazione, progresso economico, avvicinamento a Israele. L’appoggio a Hamas per la strage del 7 ottobre 2023 si è rivelato un colossale errore di calcolo. Minacciato nella propria esistenza, Israele ha sferrato colpi micidiali a tutti gli alleati regionali dell’Iran. Poi è intervenuto Trump con il bombardamento dei siti nucleari.

 

trump

La guida suprema della rivoluzione islamica, Khamenei, ha dato uno spettacolo d’impotenza. I suoi alleati cinesi e russi sono stati incapaci di difenderlo. Ma constatare che il regime è ai minimi storici della sua credibilità – sia internazionale che interna – non ci dice nulla su quale sarà il futuro di questa nazione. Per provare a immaginare degli scenari, do la parola appunto a Sadjadpour.

 

In un saggio su Foreign Affairs questo esperto prova a delineare quattro scenari possibili, quattro ipotesi per il post-Khamenei: un’evoluzione simile a quella della Russia post-sovietica, un percorso cinese, una soluzione di tipo pakistano, oppure il modello Turchia. Basta l’elenco dei paesi per capire che Sadjadpour non assegna un’alta probabilità all’avvento di una democrazia.  Ecco una sintesi della sua analisi.

 

donne iraniane si accendono sigarette bruciando la foto di khamenei

Per la prima volta da quasi quarant’anni, sostiene lo studioso, l’Iran è davvero sull’orlo di una transizione di potere, forse persino di regime. La vecchiaia avanzata di Ali Khamenei, la guerra lampo di giugno che ha visto Israele colpire duramente infrastrutture militari e nucleari iraniane e gli Stati Uniti intervenire direttamente contro i siti atomici, hanno messo a nudo la fragilità di un sistema che per decenni si è presentato come ideologicamente inflessibile e strategicamente invincibile. L’immagine finale di Khamenei che emerge dal bunker per proclamare una «vittoria» con voce tremante ha finito per accentuare, più che dissipare, la sensazione di un potere logoro.

 

Sadjadpour parte da una constatazione netta: la Repubblica islamica non è più un regime in espansione, ma in difesa, privo di slancio ideologico, economicamente esausto, militarmente vulnerabile e socialmente delegittimato. Il divario tra la retorica rivoluzionaria e la realtà quotidiana è diventato troppo grande.

iran manifestazioni scontri

 

La società iraniana – 92 milioni di persone, isolate da decenni – vive dentro una combinazione soffocante di sanzioni, inflazione, blackout energetici, scarsità d’acqua, censura digitale e repressione dei costumi. Simboli centrali della rivoluzione, come l’hijab obbligatorio, vengono ormai sfidati apertamente. Il regime non controlla più davvero né i cieli né le strade.

 

 

Per capire perché la transizione iraniana è così incerta, Sadjadpour insiste su un tratto strutturale della storia politica del Paese: la paranoia come stile di governo. Invasioni, umiliazioni coloniali, colpi di Stato e interferenze straniere hanno sedimentato una cultura del sospetto che attraversa élite e società. I leader iraniani – dallo Scià a Khomeini, fino a Khamenei – hanno visto complotti ovunque, premiando la lealtà contro la competenza e producendo una selezione negativa delle classi dirigenti.

iran manifestazioni scontri

 

Questo clima di sfiducia cronica ha impedito la costruzione di istituzioni solide e ha rafforzato il personalismo. Il risultato è un sistema che oscilla tra brevi euforie e lunghi cicli di disillusione, incapace di autoriformarsi. È in questo vuoto istituzionale che si collocano i possibili scenari del «dopo Khamenei».

 

Iran come Russia: dalla teocrazia al nazionalismo autoritario

Il primo scenario è quello post-sovietico. Come l’URSS negli anni finali, la Repubblica islamica appare ideologicamente esaurita, sostenuta più dalla coercizione che dal consenso, con una società che ha voltato le spalle allo Stato.

 

iran manifestazioni scontri

Anche l’Iran, come la Russia, è un Paese ricco di risorse naturali, con una forte identità storica e una rivoluzione che ha cercato di rifondare tutto in nome di un’ideologia totalizzante. In questo scenario, il collasso dell’ideologia non porta alla democrazia, ma a un vuoto di potere riempito da apparati di sicurezza e oligarchie economiche.

 

Come nella Russia degli anni Novanta, il caos, la disuguaglianza e il saccheggio delle risorse preparano il terreno per l’emergere di un uomo forte: un «Putin iraniano». Questa figura potrebbe provenire dai Guardiani della Rivoluzione o dai servizi di sicurezza, abbandonare l’islamismo sciita come ideologia fondante e sostituirlo con un nazionalismo iraniano fondato sul risentimento: ancora una volta contro l’Occidente, contro Israele, contro le umiliazioni subite.

 

manifestanti uccisi in ospedale dai militari del regime iraniano a ilam 4

La promessa sarebbe stabilità e orgoglio nazionale; la realtà, un autoritarismo pragmatico, corrotto e aggressivo. Sadjadpour avverte: la fine della teocrazia non garantisce un esito liberale. Un Iran «post-ideologico» potrebbe essere persino più cinico, più predatorio e più destabilizzante per la regione, proprio come la Russia putiniana dopo il comunismo.

 

Iran come Cina: pragmatismo senza libertà

Il secondo scenario è quello che molti riformisti interni hanno sognato: il «modello cinese». Dopo la morte di Mao, Pechino ha sacrificato l’ortodossia ideologica in favore dello sviluppo economico, mantenendo però un sistema autoritario. Applicato all’Iran, questo significherebbe meno teologia, più tecnocrazia; meno rivoluzione, più interesse nazionale. In questa ipotesi, l’Iran normalizzerebbe i rapporti con l’Occidente, ridurrebbe l’ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, allenterebbe il controllo sociale e cercherebbe integrazione economica globale, senza però concedere pluralismo politico.

 

manifestanti uccisi in ospedale dai militari del regime iraniano a ilam 2

I Pasdaran resterebbero potenti, ma trasformati in una sorta di élite nazional-corporativa, simile all’Esercito popolare di Liberazione cinese. Sadjadpour però sottolinea due ostacoli enormi. Il primo è politico: in Cina, l’apertura verso Washington fu avviata da Mao stesso; in Iran, Khamenei ha sempre considerato il compromesso con gli Stati Uniti come una minaccia esistenziale.

 

Senza un leader disposto a rompere questo tabù, il modello cinese resta irrealizzabile. Il secondo ostacolo è strutturale: l’Iran non è la Cina. Non ha una forza lavoro sterminata né un’economia manifatturiera capace di assorbire milioni di persone. È una economia parassitaria fondato sull’estrazione di una rendita energetica, più simile alla Russia. Se il regime rinunciasse all’ideologia senza riuscire a migliorare concretamente la vita dei cittadini, perderebbe anche l’ultimo residuo di legittimità.

 

Iran come Pakistan: il potere ai militari

Il terzo scenario, che Sadjadpour considera tra i più plausibili, è quello pakistano: la trasformazione dell’Iran in uno Stato dominato dai militari, in cui i Guardiani della Rivoluzione (IRGC - Islamic Revolutionary Guard Corps) passano da potere informale a potere formale. Dalla guerra Iran-Iraq in poi, l’IRGC è diventato molto più di una forza armata: controlla settori chiave dell’economia, gestisce traffici, media, infrastrutture, programmi nucleari e reti di milizie regionali.

manifestanti uccisi in ospedale dai militari del regime iraniano a ilam 3

 

Come in Pakistan, si potrebbe arrivare a una situazione in cui non è l’esercito a servire lo Stato, ma lo Stato a servire l’esercito. In questo scenario, i militari potrebbero lasciare che il caos sociale cresca, per poi presentarsi come «salvatori della nazione», giustificando il loro dominio in nome dell’unità nazionale. Per farlo, però, dovrebbero abbandonare l’ideologia clericale e rifondare la legittimità sul nazionalismo iraniano. Anche qui, gli esiti restano ambigui.

 

Un leader militare potrebbe essere un nuovo Putin iraniano, oppure un al-Sisi iraniano (dal nome del generale-dittatore egiziano): autoritario, ma pragmatico e disposto a un’intesa con l’Occidente. In entrambi i casi, la questione nucleare sarebbe centrale: arma atomica come garanzia di sopravvivenza, oppure rinuncia in cambio di riconoscimento internazionale.

 

Iran come Turchia: populismo elettorale e autoritarismo maggioritario

manifestanti uccisi in ospedale dai militari del regime iraniano a ilam 1

Il quarto scenario è quello turco. Qui non si tratta di una transizione militare o tecnocratica, ma dell’emergere di un leader populista legittimato dal voto, che smantella gradualmente i contrappesi istituzionali dall’interno. Perché questo accada in Iran, sarebbe necessaria una riforma radicale delle istituzioni: abolizione della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani, ridimensionamento dei Pasdaran, rafforzamento del Parlamento e del governo eletti. Condizioni oggi poco realistiche, ma non del tutto impensabili nel lungo periodo.

 

Sadjadpour osserva che l’Iran possiede una tradizione populista profonda: da Khomeini ad Ahmadinejad, leader capaci di mobilitare il risentimento contro élite e potenze straniere promettendo redistribuzione e giustizia sociale. Un futuro «Erdogan iraniano» potrebbe combinare nazionalismo, religione e voto popolare, producendo un autoritarismo con consenso di massa. Questo scenario sarebbe preferibile per molti iraniani rispetto alla teocrazia o al dominio militare, ma non garantirebbe una vera democrazia liberale. Come dimostra la Turchia, il populismo può svuotare la democrazia dall’interno. [...]

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