LADY NARCOS - IN MESSICO I BOSS DELLA DROGA SONO AL CIMITERO O IN GALERA E SONO LE DONNE A DIRIGERE IL NARCOTRAFFICO E SI DIMOSTRANO SUBITI PIU’ INTELLIGENTI DEGLI UOMINI - EMMA CORONEL HA BEFFATO GLI USA PARTORENDO A CHICAGO: COSì L’EREDE DEL PIU’ GRANDE NARCOS MESSICANO E’ UN CITTADINO USA - VIOLENZA DALLA A AGLI “ZETAS”, EX MILITARI ANTIGUERRIGLIA DIVENTATI UNA COSCA ORGANIZZATA - LA DROGA UCCIDE (A COLPI DI FUCILE): 2000 OMICIDI IN UN ANNO A SINALOA…

Omero Ciai per "la Repubblica"

La morte di centinaia di narcotrafficanti negli ultimi sei anni per la guerra ai cartelli dichiarata dal presidente messicano Calderón ha un primo risultato: le loro mogli, sorelle o figlie, assumono sempre maggiori responsabilità all'interno dei gruppi narcos. «Prima erano le miss», dice Javier Valdez, giornalista di Riodoce che nel libro Miss Narco ha raccontato l'attrazione fatale tra i narcos e i concorsi di bellezza, «ma adesso le donne stanno prendendo sempre di più posizioni di comando».

Lo conferma Arturo Santamaría, sociologo dell'Università di Sinaloa, e pensa che questo fatto «rafforzerà il narcotraffico e lo renderà più difficile da combattere perché le donne sono più intelligenti e furbe nel dirigere le operazioni». Santamaría ha appena pubblicato un libro, Las Jefas del narco, nel quale raccoglie testimonianze di questa rivoluzione. Così se l'ultima vicenda nel gossip di Culiacán è la storia d'amore fra Emma Coronel, una "miss Sinaloa" e il capo supremo del cartello, Joaquin Guzman, che prima le ha fatto vincere il concorso e poi l'ha sposata; è in corso un fenomeno molto più profondo che può cambiare la storia dei cartelli «perché - ha scritto Santamaría - non c'è nessun altro paese dove le donne giocano un ruolo così importante nel narcotraffico come in Messico».

L'inizio di questo viaggio è una croce piantata nell'asfalto vicino ad un centro commerciale. Ricorda l'ultima grande guerra dei narcos nello Stato di Sinaloa e la morte di Arturo Beltrán Leyva, il 19 dicembre 2009. «I sicari entravano nella case e ammazzavano i
Chavos (i giovani peones) nelle camere da letto. Chiedevano solo "da che parte stai?" e siccome le vittime non sapevano chi fossero, rispondere era come partecipare a una roulette russa: c'era il cinquanta per cento di possibilità di evitare la morte», racconta Javier Valdez. Quella guerra fra i cinque fratelli Beltrán Leyva e Joaquin Guzman "el Chapo", il narcos più ricco e potente del Messico, non è mai finita.

E ancora oggi nello Stato di Sinaloa - poco meno di tre milioni di abitanti - ci sono, per vendette e scontri legati al narcotraffico, più di duemila morti l'anno. Sono già settecento nei primi cinque mesi del 2012. Molti sono la conseguenza delle scorribande degli "Zetas", il cartello con il quale si sono alleati i Beltrán Leyva, che entrano a Sinaloa per ammazzare la gente del "Chapo".

Ma altri hanno a che fare con le regole interne del cartello ("una azienda" che fattura oltre tre miliardi di dollari l'anno e ha interessi ovunque, n'drangheta compresa): uccidono i ladri, i violentatori, o semplicemente chi parla troppo. «Abbiamo trovato - racconta Valdez - macchinette di plastica accanto cadaveri». Voleva dire che il giustiziato rubava auto. «Oggi a Culiacán puoi morire per aver guardato male qualcuno. Qui tutto è narcos. Il mio vicino di casa è narcos. I compagni di scuola di mio figlio sono figli di narcos».

Lo Stato di Sinaloa, una striscia di terra fra la Sierra Madre e il Pacifico, è da oltre trent'anni la patria del narcotraffico messicano. I grandi capi sono cresciuti tutti qui. Da Amado Carrillo Fuentes, nato nel ‘56 e morto nel ‘97, socio di Pablo Escobar, fondatore del cartello di Juarez, e famoso come il signore dei cieli per la quantità di cocaina che riusciva ad esportare grazie a piccoli Fokker negli Stati Uniti; ai fratelli Arellano Felix, fondatori del cartello di Tijuana.

Fino al "Chapo" Guzman. E anche Jesús Malverde, il brigante dell'inizio del secolo scorso diventato "santo dei narcos", era di Sinaloa. Ancora oggi nelle gole delle montagne della Sierra Madre si coltivano la marijuana e l'oppio che poi si vendono in California. E, come spiega Javier Valdez, Guzman è un mafioso vecchio stile. Fa beneficenza, costruisce scuole e chiese, e mantiene un esercito di piccoli trafficanti che dominano il territorio, strada per strada.

«A Culiacán il narcos seduce, soggioga», dice Valdez, «è onnipresente e promette la vita facile e dolce dei soldi e del potere. Gli adolescenti del cartello - prosegue - sono quelli che hanno le auto e le ragazze più belle. Imparano a sparare e a portare le armi ed è come se ti dicessero ‘scemo, non vedi che sei circondato? Arrenditi, tanto nessuno ti può salvare'».

Riodoce è un piccolo settimanale, diecimila copie. Che l'anno scorso ha vinto il premio "Maria Cabot" della Columbia University per il giornalismo investigativo. Lo hanno fondato nel 2003 quattro giornalisti stufi della censura e dell'autocensura dei quotidiani locali. «Loro contano i decapitati, noi facciamo inchieste», dice fiero Valdez. Che aggiunge: «All'inizio non volevamo fare un giornale sul narcotraffico. Poi questo è il compito che ci è toccato, se non scrivessi di narcos mi sentirei un vigliacco».

Nella redazione di Riodoce hanno messo una bomba, tempo fa. E da allora i quattro amici, dopo aver cambiato sede (fuori non c'è scritto nulla, solo il nome del giornale piccolo piccolo sul citofono), con collaboratori e amministrativi, s'incontrano solo una volta alla settimana, quando chiudono il numero. «L'unica cosa di cui siamo assolutamente sicuri - dice Valdez - è di non essere infiltrati. Né dai boss della politica locale, né dai narcos. Sul resto è difficile parlare. Sulla bomba non abbiamo detto nulla. Qui se accusi qualcuno di volerti uccidere offri l'alibi a qualcun altro per farlo».

I giornalisti uccisi negli ultimi anni sono oltre settanta, più che nel corso di tutta la Seconda guerra mondiale. Javier Sicilia, il poeta che ha perduto il giovane figlio e ha commosso il paese annunciando che non avrebbe più scritto un verso, sostiene che il Messico è uno Stato in default, fallito. O quasi. Perché il connubio fra narcos e potere politico è «ormai tale che il cittadino è completamente indifeso di fronte alla violenza».

«La polizia - dice Sicilia - è corrotta. L'esercito è corrotto. È di fronte alla criminalità organizzata il potere politico preferisce negare l'evidenza, nascondere, occultare, dissimulare. Per loro non c'è alcun attacco alla società civile, al massimo i morti sono narcos che si ammazzano tra di loro». «Ci sono città in Messico - aggiunge Sicilia - dove le amministrazioni locali negano la pubblicità istituzionale ai giornali che parlano troppo della violenza. Non si deve sapere dei morti ammazzati. È dannoso per il turismo».


Il panorama è completamente cambiato con la nascita degli "Zetas". Tutti ex militari addestrati nelle scuole antiguerriglia dell'esercito degli Stati Uniti. All'inizio erano il braccio armato del cartello del Golfo, quello che controlla i porti sul Mar dei Caraibi. Finché non si sono messi in proprio e siccome non gestivano alcun traffico di droga si sono trasformati in una mafia tout court. Hanno cominciato a chiedere il pizzo, a sequestrare persone, a fare affari con la prostituzione.

«Gli Zetas - dice Valdez - non hanno principi. Rapiscono gli emigranti illegali del Sudamerica che attraversano il Messico. Lo fanno per chiedere un riscatto ai parenti che li aspettano dall'altra parte, negli Stati Uniti. Se non hanno parenti li ammazzano».
Un parente negli Stati Uniti lo ha da qualche mese anche "El Chapo".

Sua moglie Emma Coronel che ha la nazionalità americana ha beffato gli agenti dell'antidroga Usa ed è riuscita a partorire un bambino a Los Angeles. Così l'ultimo figlio del più grande capo narcos messicano è statunitense. Invece Sandra Avila Beltran, la "narca" più famosa del Messico e la prima della generazione delle nuove "jefas" (cape), rischia di passarci il resto della sua vita dall'altra parte della frontiera. Ma in un carcere. La "regina del Pacifico" verrà presto estradata e processata negli Usa per essere riuscita a vendere cento chili di cocaina a Chicago.

 

LOGO DI LOS ZETAS JOAQUIN GUZMAN jpegJOAQUIN GUZMAN RE DEI NARCOS jpegJOAQUIN GUZMAN jpegEMMA CORONEL jpegEMMA CORONEL jpeg

Ultimi Dagoreport

fiorello dagospia

“EVVIVA DAGOSPIA” – FIORELLO SOTTERRA IL "FORNELLO DI GUERRA" E CHIEDE SCUSA A MODO SUO DOPO AVER DEFINITO I GIORNALISTI DI DAGOSPIA “CIALTRONI”: “VOI SAPETE COME SIAMO, NO? IO SONO FUMANTINO, E ANCHE DAGOSPIA. CI SIAMO ABBAIATI, COME I CANI CHE SI INCONTRANO, MA NON SI MORDONO, PERCHÉ ALLA FINE SI STIMANO” – “INVITIAMO QUI UNA RAPPRESENTANZA, VI CUCINO IO, COL FORNELLETTO A INDUZIONE E DUE POMPIERI VICINO, NON SI SA MAI” - LA RISPOSTA DELLA REDAZIONE: "SEPPELLIAMO IL FORNELLETTO DI GUERRA E ACCETTIAMO L'INVITO A PRANZO MA PORTIAMO NOI L'ESTINTORE E..." - VIDEO!

olocausto antonino salerno

IL CASO DEL LIBRO “UN GENOCIDIO CHIAMATO OLOCAUSTO”, FIRMATO DA TALE ANTONINO SALERNO, DIVENTA UN MISTERO: CONTATTATA DA DAGOSPIA, LA CASA EDITRICE "MIMESIS" PRECISA CHE "L’AGILE PAMPHLET" DA 1400 PAGINE NON È MAI STATO PUBBLICATO, NÉ LO SARÀ PIÙ, DOPO LA MAIL DI UN LETTORE A QUESTO DISGRAZIATO SITO – SE IL LIBRO, COME DICE “MIMESIS” ERA ANCORA IN FASE DI REVISIONE, E NON SAREBBE STATO PUBBLICATO PRIMA DI ALCUNI MESI, COME MAI IL 30 GENNAIO L’UNIVERSITÀ DELL’INSUBRIA AVEVA PROGRAMMATO UNA PRESENTAZIONE? SI PRESENTA UN LIBRO CHE NON E' STATO NEANCHE STAMPATO? – CHI È DAVVERO ANTONINO SALERNO? IN RETE SI TROVA SOLO UN "ANTONIO SALERNO", MA TRATTASI DI UN DIPENDENTE DEL MINISTERO DELLA CULTURA, DIRETTORE DI VARI MUSEI ARCHEOLOGICI IN CAMPANIA - E' LUI O NON E' LUI? L'AUTORE E' IGNOTO PERSINO ALLA STESSA CASA EDITRICE E A FRANCO CARDINI CHE, DEL LIBRO, HA SCRITTO LA PREFAZIONE (UN DELIRANTE TESTO IN CUI ARRIVA A DIRE: "SULLA SHOAH ESISTE UNA 'VERITA'' UFFICIALE INCERTA E LACUNOSA...")

RUGGIERI, TORNA COM’ERI! - DOPO AVER LETTO SU DAGOSPIA UN COMMENTO AI SUOI ELOGI A TRUMP, IL NIPOTE DI BRUNO VESPA RISPONDE CON UN VIDEO BILIOSO, DEFINENDO DAGOSPIA UN “SITARELLO” E PARLANDO DI “DELIRI STUPEFACENTI” - IL PARTY-GIANO RUGGIERI SI ADONTA PER COSÌ POCO? LO PREFERIVAMO GAUDENTE, TIPO BERLUSCONI IN SEDICESIMO, COME SVELATO DALLA SUA AMICA ANNALISA CHIRICO IN UN VIDEO DEL 6 GENNAIO. IN QUEL FILMATO, LA GIORNALISTA SVELÒ LE PASSIONCELLE DI RUGGIERI EVOCANDO “UN’AMICA MOLDAVA NON DICO CONOSCIUTA DOVE” - SORVOLIAMO SUI CONTENUTI POLITICI DEL VIDEO, DOVREMMO PRENDERLO SUL SERIO PER FARE UN CONTROCANTO. MA RUGGIERI, CHE ABBIAMO SEMPRE STIMATO PER LA SUA CAPACITÀ DI DRIBBLARE AGILMENTE IL LAVORO, È UN SIMPATICO BIGHELLONE DA TENNIS CLUB… - VIDEO!

donald trump peter thiel mark zuckerberg elon musk jordan bardella giorgia meloni nigel farage

DAGOREPORT – PER IL “T-REX” TRUMP (COPYRIGHT GAVIN NEWSOM) I SOVRANISTI EUROPEI SONO DINOSAURI VICINI ALL’ESTINZIONE. È LA MORTE DI QUELLA BANALE DIALETTICA CHE CI TRANQUILLIZZAVA (TIPO MELONI CONTRO SCHLEIN) A FAVORE DELLA POLITICA DEL CAOS: TU PRENDI L’UCRAINA, IO TOLGO MADURO DAL VENEZUELA, PRENDO LA GROENLANDIA E UN TERZO CONTINENTE A SCELTA – CON IL PRESIDENTE AMERICANO INTERESSATO SOLO AL BUSINESS E AGLI AFFARI (CHI INCASSERÀ I 20 MILIARDI “DONATI” DAGLI STATI PER L’ONU PRIVATA CHIAMATA “BOARD OF PEACE”?), E IN PROCINTO DI ANNETTERE LA GROENLANDIA, CON O SENZA ARMI, PURE CHI VEDEVA IN LUI UN CONDOTTIERO SI È DOVUTO RICREDERE. E COSÌ, DA BARDELLA A FARAGE, FINO ALLA MELONI CON I SUOI SUSSURRI IMBARAZZATI, I MAL-DESTRI EUROPEI HANNO CAPITO DI ESSERE SOLO PREDE PRONTE PER ESSERE DIVORATE DALLE FAUCI DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO

giampaolo rossi fiorello cucina

FLASH – È MAI POSSIBILE CHE FIORELLO SI METTA A CUCINARE NELLA SUA STANZA DI VIA ASIAGO, IN BARBA ALLE NORME DI SICUREZZA SUL LAVORO, E CHE I DIRIGENTI RAI NON PROFERISCANO PAROLA AL RIGUARDO? LA RAI È UNA TV PUBBLICA, E NESSUNO, NEMMENO FIORELLO, PUÒ FARE COME GLI PARE SENZA DARE LE DOVUTE SPIEGAZIONI - LA DOMANDA VERA, IN FONDO, È: CHI È IL VERO CIALTRONE? CHI CUCINA IN UFFICIO SENZA AUTORIZZAZIONE? I DIRIGENTI CHE SENZA AVERLO AUTORIZZATO TACCIONO? OPPURE, C’È QUALCHE CAPOCCIONE DELLA RAI CHE HA PERMESSO A FIORELLO DI SPADELLARE A VIA ASIAGO, ALLA FACCIA DELLE REGOLE DELLA TV PUBBLICA? DAGOSPIA ASPETTA RISPOSTE...

fiorello cucina

FOTO FLASH – MA FIORELLO IN RAI SI SENTE IL PADRONE DI CASA? SONO DUE GIORNI CHE CUCINA NELLA SUA STANZETTA DI VIA ASIAGO, ANCHE SE È VIETATO DALLE REGOLE AZIENDALI (SOPRATTUTTO IN QUESTO MOMENTO, CON ATTENZIONE ALLE STELLE ALLE MISURE DI SICUREZZA ANTI INCENDIO DOPO LA STRAGE DI CRANS MONTANA) – FIORELLO AVEVA ANCHE PUBBLICATO UNA STORIA SU INSTAGRAM MA POI L’HA RIMOSSA - FORSE QUALCUNO GLI HA FATTO NOTARE CHE NON PUO’ SPADRONEGGIARE COME GLI PARE, NONOSTANTE LA RAI CON LUI SIA SEMPRE APPECORONATA...