FERMI TUTTI! LA “TRATTATIVA” STATO-MAFIA E’ LEGITTIMA, SE È SERVITA A FAR CESSARE LE STRAGI - IL LIBRO DELLO STORICO SALVATORE LUPO E DEL GIURISTA GIOVANNI FIANDACA CHE LEGITTIMA I CONTATTI CON “COSA NOSTRA”

Giovanni Bianconi per ‘Il Corriere della Sera'

Lo storico la mette così: nella primavera del 1992, dopo l'omicidio Lima e la strage di Capaci, lo Stato era sotto scacco e la mafia procedeva dritta sulla strada del terrorismo. In quel drammatico momento, all'interno delle istituzioni «qualcuno può avere avviato, più o meno autonomamente, trattative con la leadership dell'organizzazione mafiosa, o con qualche sua fazione, o qualche suo satellite... Il reato di trattativa non esiste, e per fortuna». Niente di strano, insomma.

Il giurista ritiene che di fronte a una simile emergenza si possa invocare addirittura lo «stato di necessità», che giustificherebbe «eventuali interventi o decisioni extralegem del potere esecutivo»; fermo restando il bilanciamento costi-benefici, «la scelta politico-governativa di fare concessioni ai mafiosi in cambio della cessazione delle stragi risulterebbe legittima perché legittimata, appunto, dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini».

Farà discutere il doppio saggio che Salvatore Lupo (lo storico) e Giovanni Fiandaca (il giurista) hanno scritto per gli Editori Laterza, significativamente intitolato La mafia non ha vinto - Il labirinto della trattativa , (pagg. 154, euro 12,00). Perché al netto delle digressioni accademiche, dei tanti distinguo e dei dubbi tra cui gli stessi autori si muovono per arrivare alle proprie conclusioni, la tesi del libro è che il processo in corso a Palermo sul presunto «patto occulto» tra lo Stato e Cosa nostra non sta in piedi. È sbagliato sul piano giuridico e per la visione storico-politica da cui prende le mosse.

Una tesi netta, argomentata con analisi approfondite naturalmente suscettibili di obiezioni (qualcuna non infondata), destinata a provocare ulteriori polemiche intorno al dibattimento che vede alla sbarra - uno di fianco all'altro, accusati di essere autori e complici del ricatto mafioso - boss del calibro Riina, Brusca e Bagarella, ex carabinieri come i generali Mori e Subranni ed ex esponenti politici come Mannino e Dell'Utri, (più l'ex ministro Mancino imputato di falsa testimonianza).

Frutto di un'inchiesta che ha provocato divisioni e conflitti, anche istituzionali, senza precedenti. Ci sarà chi accuserà gli autori di delegittimare la magistratura, e chi li utilizzerà per delegittimarla (com'è successo per un altro saggio del professor Fiandaca sul medesimo argomento), mentre sarebbe bene leggere il libro «laicamente», e dibatterne senza pregiudizi né strumentalizzazioni, da una parte o dall'altra.

Non sarà facile, anche perché è Fiandaca ad accusare gli inquirenti palermitani di un «pregiudiziale atteggiamento criminalizzatore» ispirato da «una sorta di avversione morale» verso «ipotesi trattattivistiche» che sono prerogativa del potere esecutivo, senza necessità di un previo assenso dell'autorità giudiziaria. Vero è che «interessi tutt'altro che nobili e aspetti di forte ambiguità hanno contribuito a rendere poco chiaro e poco trasparente lo scenario di allora», ma resta la domanda di fondo: «Ciò è sufficiente per escludere la possibile liceità di concessioni a Cosa nostra, trasformando negoziatori istituzionali operanti a fin di bene in una banda di delinquenti in combutta con la mafia?».

La risposta del giurista è no. Anche perché - sostiene - ammesso che la mancata proroga di oltre 300 decreti di «carcere duro» per altrettanti detenuti «non di primaria grandezza» fosse una concessione a Cosa nostra per evitare nuove stragi (l'unica concreta, nei fatti), fu comunque un atto «di discrezionalità politica» dell'allora Guardasigilli Conso, «insindacabile penalmente».

Sia che il ministro l'abbia assunta «in piena solitudine», come afferma, sia che abbia aderito a mirati suggerimenti, come ipotizza l'accusa: «La decisione rimane giuridicamente legittima in entrambi i casi. Altra cosa sono le valutazioni politiche o di opportunità». Alle quali si dedica il professor Lupo: il ministro della Giustizia aveva pieno diritto di concedere quelle «aperture» senza venire meno ai propri doveri, e «agì comunque nell'ambito delle sue competenze, scegliendo tra due alternative per cui militavano buoni argomenti».

Lo storico concede che da alcuni messaggi fatti filtrare dai capimafia ai loro gregari si arguisce che «la trattativa c'è stata, solo che purtroppo (per i boss, ndr ) qualcuno si è rimangiato la parola».

Verità o millanteria che fosse, argomenta Lupo, non c'è scandalo: il piano storico-politico non va confuso con quello etico né tantomeno con quello giudiziario; non a caso, quando ai tempi del caso Moro ci fu chi tentò trattative coi brigatisti, nessuno s'immaginò di imbastire processi.

Al cattedratico non interessa contestare i magistrati, quanto mettere in guardia da una visione complottistica che instilli nell'opinione pubblica l'idea che fu commesso qualcosa di losco, e oggi il complotto si rinnova perché non venga fuori. Il giurista, invece, si concentra sul reato inserito nel capo d'imputazione (violenza o minaccia a un corpo politico), definito un «espediente giuridico» teso a «colorare indirettamente di criminosità la stessa trattativa».

Tanto più, insiste Fiandaca, che la sede competente non sarebbe Palermo, nonostante su questo punto si siano già pronunciati, dopo i pubblici ministeri, il giudice dell'udienza preliminare e la Corte chiamata a celebrare il processo. Che non si sarebbe dovuto nemmeno aprire perché, fanno capire gli autori anche dal titolo del libro, lo Stato ha vinto e la mafia ha perso. Senza più tornare ai fasti sanguinosi del tempo delle stragi.

Anche questo proverebbe che certi comportamenti di vent'anni fa avevano buone ragioni; non «di Stato», bensì di salvaguardia delle «persone in carne ed ossa». Scelte che non si possono giudicare in un'aula di giustizia, sostengono Lupo e Fiandaca. Pena lo scadimento nell'«uso politicamente antagonista della giustizia penale» e nel «populismo giudiziario» da cui discende la demonizzazione di ogni critica, anche giuridicamente motivata, bollata come «attacco sferrato dai nemici della verità». Ce n'è abbastanza per alimentare il dibattito intorno a quel che accadrà, di qui in avanti, nell'aula della Corte d'assise di Palermo.

 

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