lorenzo dagostino flotilla

“ISRAELE È UNA BANDA TERRORISTA” – LORENZO D’AGOSTINO, GIORNALISTA DEL “MANIFESTO” CHE FACEVA PARTE DELL’EQUIPAGGIO DELLA FLOTILLA, RACCONTA I DUE GIORNI IN CARCERE NELLO STATO EBRAICO: “SIAMO STATI SOTTOPOSTI A UN LIVELLO DI UMILIAZIONE E ABUSI CHE NON CREDEVO POSSIBILE” – “CI HANNO TENUTO PER ORE IN GINOCCHIO SUL CEMENTO. HANNO PRESO A CALCI LE PERSONE, CHI ALZAVA LO SGUARDO VENIVA MESSO IN GINOCCHIO. UN ATTIVISTA PIÙ ANZIANO SI È URINATO ADDOSSO” – “. NELLA MIA BORSA HANNO TROVATO UN CORANO E SONO IMPAZZITI. GRETA? L’HANNO AVVOLTA IN UNA BANDIERA ISRAELIANA E…” - VIDEO

 

Derisi, picchiati, senz’acqua. Due giorni in cella in Israele

Lorenzo D’Agostino per www.ilmanifesto.it

 

lorenzo dagostino 3

Siamo stati intercettati alle 1.58 di giovedì. Sulla mia barca, la Hio, parte della missione della Global Sumud Flotilla, sono saliti cinque soldati israeliani, i mitra spianati con i laser puntati su di noi. Un mese esatto dopo la partenza da Barcellona.

 

A bordo i militari ci hanno consentito di andare in bagno e di mangiare, di bere e di fumare. Hanno dirottato la barca verso il porto di Ashdod. Siamo rimasti attraccati al molo un paio d’ore.

 

Prima di farci scendere, un soldato ha voluto parlare con il nostro capitano: «My friend, my friend, listen to me, questa ti piacerà: quando i nani proiettano ombre lunghe vuol dire che il sole è basso». È l’ultima cosa che ci ha detto.

 

MENTRE SCENDEVAMO, ho sentito qualcuno dalle altre barche della missione gridare: la polizia sarà peggio. Ho toccato piede a terra e, senza nemmeno rendermi conto, un agente mi ha preso il braccio e me lo ha girato dietro la schiena, per farmi più male possibile. Poi ci hanno fatto mettere seduti sul pavimento, su una spianata di cemento.

 

flotilla blitz delle forze israeliane 7

È lì che hanno raccolto tutti. Poco prima di me, era scesa Greta Thunberg. Una ragazza di ventidue anni, una donna coraggiosa. L’hanno avvolta nella bandiera israeliana, come fosse un trofeo di guerra.

 

L’hanno messa seduta in un angolo, un poliziotto le diceva che quello lì era uno «special place for a special girl». Altri agenti le si sono messi intorno e si sono scattati dei selfie con Greta costretta dentro la bandiera.

 

Poi si sono accaniti contro un’altra ragazza, Hanan. L’hanno obbligata a sedersi davanti alla bandiera israeliana, perché la guardasse. Hanno preso a calci le persone, ci hanno ordinato di piegare la testa, guardare a terra, chi alzava lo sguardo veniva messo in ginocchio. Un attivista più anziano si è urinato addosso.

 

SOLDATO ISRAELIANO CON GRETA THUNBERG

Qualsiasi oggetto richiamasse la Palestina veniva strappato via, preso, buttato a terra e calpestato. Hanno strappato a tutti i braccialetti ai polsi. Una ragazza è stata trascinata a terra perché il braccialetto non si rompeva. Non era nemmeno la bandiera palestinese, era quella somala.

 

SONO RIMASTO sul cemento un paio d’ore, altri molto di più, cinque o sei ore. Hanno chiesto i passaporti degli italiani e ci hanno fatto passare dal controllo immigrazione. Lì mi hanno aperto lo zaino: tutto quello che richiamava la Palestina, veniva preso e buttato nella spazzatura. Nella mia borsa hanno trovato anche una copia del Corano e sono impazziti, come in un cortocircuito: si sono convinti che fossi di fede musulmana e per due ore ogni poliziotto che mi passava davanti mi derideva.

 

lorenzo dagostino 2

Nella trousse, hanno trovato delle salviette umide di colore rosa e mi hanno detto «sei una femmina», ridevano, si davano pacche sulle spalle. Dopo il controllo di frontiera, ci hanno fatto spogliare, lasciandoci addosso solo le mutande. Abbiamo subito due interrogatori, soltanto in uno dei due era presente un’avvocata.

 

Ci hanno chiesto se volessimo essere deportati, e alla fine l’annuncio: si va in galera. È lì che è arrivato Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale di Israele. Ci stava aspettando ad Ashdod per assicurarsi che fossimo trattati come terroristi perché pensava che lo fossimo.

 

Ce lo ha urlato, che siamo dei terroristi. Ce l’avevo proprio davanti. Di fronte a lui gli agenti israeliani hanno voluto mostrarsi feroci: ci hanno messo una benda sugli occhi e le fascette di plastica ai polsi, strettissime.

 

lorenzo dagostino 5

CI HANNO FATTO salire su un blindato, con addosso solo una maglietta leggera: l’aria condizionata era accesa al massimo, era davvero freddo. Nel nostro blindato, c’era un ragazzo scozzese, è riuscito a liberarsi delle fascette e con l’aiuto di un italiano, Marco, le ha allentate a tutti. Quando abbiamo visto i compagni scendere dagli altri blindati, avevano le mani viola. Alcuni le fascette le avevano addosso fin dall’intercettazione: si sono fatti tutto il viaggio verso il carcere con le mani legate. Dalle due del mattino alle quattro del pomeriggio.

 

ben gvir contro i flotilleros 4

LA PRIMA NOTTE non ci hanno permesso di dormire: venivano a svegliarci e ci facevano alzare tutti in piedi, oppure usavano gli altoparlanti. La seconda notte ci hanno fatto cambiare le celle. Non ci hanno mai dato acqua minerale, c’era soltanto l’acqua del rubinetto, usciva caldissima. Abbiamo protestato, sbattuto sulle porte di ferro, gridato «Palestina libera», cantato «Bella Ciao».

 

Nella seconda cella con me c’era il vice ministro degli esteri turco dell’epoca di Ahmet Davutoglu. Aveva il braccio rotto, era gonfio. Si è fasciato da solo perché non gli hanno dato né fasce né antidolorifici. Le medicine non le hanno date a nessuno, nemmeno a un uomo che soffriva di epilessia. Abbiamo protestato, chiesto un medico.

 

Il secondo giorno è arrivata l’assistenza consolare: la console italiana ci ha chiesto se avessimo subito abusi e ci ha detto che, se avessimo firmato la deportazione, ci avrebbero rimandato in Italia il giorno dopo.

 

lorenzo dagostino 4

Molti si sono convinti a firmare ma non so cosa sia successo a chi non lo ha fatto, ci sono ancora quindici italiani in cella. Io ho firmato: era un documento in cui accettavo di rinunciare al processo e di essere deportato entro settantadue ore. Nessuna ammissione di colpevolezza.

 

HANNO CONDOTTO nuovi interrogatori. A farci domande era un giudice, senza avvocato. Lo abbiamo chiesto, un legale, hanno risposto che non era necessario, era solo una chiacchierata. Siamo comunque rimasti in silenzio. Io ho soltanto detto di essere un giornalista, nell’esercizio della mia professione, e che non avrei parlato di altro senza un avvocato o assistenza consolare.

 

SOLDATO ISRAELIANO CON GRETA THUNBERG

Mi hanno chiesto perché volessi andare a Gaza, se non sapessi che esisteva un blocco su Gaza. Ad altri hanno fatto altre domande più «politiche», chiedevano dei Fratelli musulmani.

 

La notte successiva le guardie sono state più violente. La console italiana era andata via da poco, era venuta a raccogliere altre «firme» per la deportazione, quando sono arrivate le forze speciali. Hanno spalancato le celle, ci hanno puntato i fucili addosso con i laser e hanno fatto l’appello. In alcune celle gli hanno aizzato contro i cani. In una cella hanno trovato una scritta, «Palestine»: l’avevano lasciata i detenuti usando dei pezzetti di peperone avanzato e l’acqua del rubinetto. Per cancellarla, i poliziotti hanno lanciato secchiate di varechina, la notte i prigionieri hanno dormito con i materassi impregnati.

 

LORENZO DAGOSTINO

QUELLA NOTTE, per rappresaglia, hanno ridistribuito le celle, eravamo in dieci, siamo diventati quindici, così che non ci fosse posto per tutti. Abbiamo girato i materassi per poter poggiarci sopra tutti la testa. Nella mia cella c’erano Maso Notarianni e un consigliere del Partito democratico della Lombardia, Paolo Romano.

 

Ho avuto la sensazione di trovarmi in un luogo davvero barbaro e speravo davvero che questa barbarie finisse presto.

 

Ieri mattina, molto presto, ci hanno svegliato e ci hanno caricato sullo stesso blindato del viaggio di andata. Immaginavamo ci stessero portando in aeroporto, ma spiavamo comunque i cartelli dalle fessure del blindato, temevamo ci potessero trasferire in un altro centro di detenzione.

 

IL VIAGGIO è durato tre ore, era caldissimo, non si respirava. Abbiamo chiesto dell’acqua, ci hanno detto che ormai eravamo quasi a destinazione. In aeroporto, a Eliat. Ci hanno messo su un aereo, destinazione Istanbul. Lì ci hanno accolto festosi, una propaganda in stile Erdogan: una parlamentare del suo partito ci ha accolto con vestiti nuovi, scarpe per tutti e kefieh. In tarda serata siamo saliti sull’ultimo aereo, direzione Roma.

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