pietrangelo buttafuoco alla biennale di venezia - meme by edoardo baraldi

TE LO DO' IO L'IRAN! - SE OGGI SPALANCA LE PORTE ALLA RUSSIA DI PUTIN (MAI VISTO UN PRESIDENTE DELLA BIENNALE PRESO A CALCI DAL GOVERNO), NEL 2015 UN BUTTAFUOCO CONVERTITO DI FRESCO ALL’ISLAM SCIITA SCRISSE SU UN FANTASTICO REPORTAGE DA TEHERAN SULL'"L’ESTREMA RAFFINATEZZA DI QUESTO POPOLO IL CUI ABITO MENTALE È LA CIVILTÀ": “LA REPUBBLICA ISLAMICA D’IRAN È PROSSIMO GIÀ A MUTARSI, E SENZA TRAUMI, IN UN OVVIO VATICANO'' - C’È L’INTITOLAZIONE DI UNA STRADA A “MARTIRE EDOARDO AGNELLI” CHE, NELLA CONVINZIONE DEGLI IRANIANI, NON HA CERCATO LA MORTE SUICIDANDOSI MA L’HA TROVATA, PER MANO ASSASSINA, PER NON AVER ASSECONDATO I PROGETTI MONDIALISTI DEL PAPÀ GIANNI, “ODIATORE DEL POPOLO ITALIANO E COLONNA PORTANTE DELLA FINANZA INTERNAZIONALE”..." 

ORIANA FALLACI E AYATOLLAH KHOMEINI

Pietrangelo Buttafuoco per “Il Fatto Quotidiano” del 1 giugno 2015 - Estratti 

 

Ci sono più giardinieri che poliziotti per le strade e – a meno che Dio non ci metta lo zampino – qui, in Iran, la transizione è in atto.

 

Nei bookshop , lo dico a beneficio degli esagitati vogliosi di scontro di civiltà, si vendono anche i libri di Oriana Fallaci (che pure si tolse il velo intervistando Khomeini), non c’è verso di fare il Paradiso in terra e qui si fa esperienza di contraddizioni. Jason Rezain, inviato del Washington Post, è alla sbarra: spionaggio. Il processo ha, però, tutto un retroscena.

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO ALLA BIENNALE DI VENEZIA - MEME BY EDOARDO BARALDI

È il gioco della parti tra Usa e Iran nel match in corso: l’intesa sul nucleare. Sarà di certo stato lo Stato anzi, la Repubblica Islamica, a issare in piazza Jihad, a Teheran, la statua di un placido pescatore.

 

Certo, il ritratto di Qasem Soleimani, il generale comandante delle milizie sciite, è stampato sui quaderni scolastici ma è un benemerito: stana i terroristi dell’Isis in Iraq e ha avuto anche la copertina di Newsweek .

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO - IL FEROCE SARACINOPIETRANGELO BUTTAFUOCO - IL FEROCE SARACINO

Ecco il reticolo di Teheran: il realismo nazionalistico – retaggio di propaganda – è limitato alle didascalie; l’azan , la chiamata alla preghiera, non sconfina oltre i cortili delle moschee e la memoria dei martiri è affidata alla preghiera e alla coscienza collettiva di tutto un popolo devastato da un conflitto neppure troppo remoto.

 

Non c’è famiglia che non pianga un caduto di quella guerra consumatasi dall’estate 1980 all’agosto 1988 e tutto quel dolore –coi ragazzini che si lanciavano all’assalto brandendo le chiavi del Paradiso (di plastica, prodotte in Cina) – non è diventato odio perché gli iracheni oggi non sono considerati nemici ma fratelli della grande alleanza sciita.

 

meloni buttafuoco

Ecco il giardino persiano. L’arte contemporanea altrimenti detta “degenerata” è spalmata dappertutto, le facciate dei palazzi sono disegnate al modo del pop up. Trionfa ovunque il museo a cielo aperto voluto dalla municipalità di Teheran (le gigantografie di opere d’arte di tutto il mondo, a costo di non rispettare il copyright) e la città – metropoli di 14 milioni di abitanti – è stata ribattezzata “Teherangeles ” per i grattacieli, le lussuose vetrine e lo struscio di ragazze e ragazzi desiderosi di far “giardino”, persiano va da sé. Stanno in auto, giovanotti e giovanotte, ascoltano i Barobax , gruppo pop molto amato, e si danno appuntamento davanti a Burgerland .

 

ayatollah khamenei

 

Il rimorchio tra loro funziona col bluetooth e i mullah – e con loro i guardiani della rivoluzione – già conoscono l’esito: una sorta di “state buoni, se potete”. Lo Stato come entità istituzionale religiosa, in tutto questo volteggiare di turbanti, ha un precedente che fa scuola.

 

La Repubblica Islamica d’Iran è uno Stato Pontificio prossimo già a mutarsi – e senza traumi, a detta degli analisti – in un ovvio Vaticano. La messa è finita per il Papa Re e al clero iraniano tocca risolvere il più urgente degli ingorghi: quello d’una società che se ne va per un verso mentre le istituzioni – rodate nell’esercizio del potere – fanno proprie le contraddizioni. La messa è finita. Anche nella chiesa di Santa Maria, nel quartiere Taleqani, da dove escono bambini accorsi per “la dottrina”.

teheran donne stadio

 

Presto ci saranno le cerimonie della prima Comunione ma la presenza della grande croce sulla facciata dell’edificio (cristiani di confessione assira) più che una liberalità, svela la realtà di un mondo cosmopolita.

 

Un nipote dell’Imam Sadr (in età contemporanea solo Khomeini e Sadr godono del titolo di Imam) ha sempre cura di intonare con i calzini il colore del tasbeeh , il rosario musulmano. Nella vetrina del suo studio privato, coi bei rosari dai grani preziosi, custodisce due icone della Vergine Maria.

 

 

La famiglia di Mehdi Firouzan, editore, proprietario della catena di bookcity il cui catalogo contempla Les fleurs du Mal ma anche i Fioretti di San Francesco è imparentata con quelle di Khomeini e Khatami e Mehdi è il nipote diretto di Imam Sadr, il religioso scomparso in Libia nell’agosto 1978, una delle figure più venerate dalla devozione popolare....

Pietrangelo buttafuoco e Alessandro Giuli - inaugurazione padiglione italia - biennale architettura

 

PIÙ CHE LA RELIGIONE È L’IDENTITÀ A FAR DA COLLANTE

È la geografia a fare la storia, non viceversa, se il ritratto di Imam Alì, in molti taxi, coabita con quello di Zoroastro. ..... Più che la religione, è l’identità a far da collante. Non si dice “Golfo Arabico”, bensì “Golfo Persico”.

 

Non esiste il Giardino islamico ma solo il Giardino persiano e Ferdousi –il Dante Alighieri dei persiani, autore dello Shahnameh– ha una sorta di sfrontato svolazzo sul turbante che sta a significare un altolà alla barbarie fondamentalista.

 

 

Le statue del poeta (nato nel 935 e morto nel 1020) sono ovunque. Il poeta si trova ai piedi della Milad Tower (alta 435 metri) e la statua al centro della piazza è stata scolpita da Abdolhassan Khan Sadighi, vissuto in Europa e autore anche della statua a Villa Borghese, Roma.

 

Nella riproducibilità tecnica del mito, poi, ce ne sono dappertutto e così, il poeta, è presente fin negli scaffali delle drogherie. “C’è solo un argomento che, ancor oggi – mi dice Masoud Ghasir, ingegnere – mette d’accordo un iraniano, un ebreo e un turco: ed è l’avversione verso gli arabi. E l’iraniano avrà sempre un verso di Ferdousi su cui argomentare”.

 

 

protesta ragazze teheranprotesta ragazze teheran

La lingua –il persiano, ovvero il farsi –è un codice indoeuropeo e nella scrittura ufficiale, nel parlato dei tg e nei discorsi, accuratamente aulici, gli iraniani tendono a marcare il genitivo plurale, come a voler de-arabizzare la loro lingua. Più che l’identità, pur nelle contraddizioni di molteplici maschere, è la religione quella che il mondo cerca nel volto dell’Iran. Il velo delle donne, col caldo, diventa sempre più pesante da portare. Ancor più che coprirsi il capo è quel dover avvolgere il collo a sfinire di afa. Ed è in questa stagione che si mobilitano gli agenti incaricati della vigilanza sulla morale.

hipster a teheranhipster a teheran

 

Le pattuglie femminili, particolarmente severe, controllano che neppure uno spicchio di braccio o caviglia possa sbucare dagli abiti. Alle istituzioni spetta una fatica: fare propria la contraddizione.

 

Una poliziotta ferma una donna, ha la caviglia scoperta. La donna, comunque, non è sola. È in compagnia del marito. Discutono perfino rabbiosamente ma in punta di sharia la poliziotta nulla può.

 

ragazza iraniana

“La moglie deve onorare il marito”, dice l’uomo. “Lei mi deve obbedienza, e se a me piace che vada così, può andare con il bel piede e la scarpa nuova”. La poliziotta chiede i documenti, controlla siano marito e moglie, nulla può e li lascia andare. State buoni, se potete.

 

.........................................

Da piazza Tajrish avanza una giovane signora. In chador, dalla falcata avvolta nel drappo, sfoggia una scarpa vezzosa se non viziosa. Il guardiano è armato di piumino (quello per spolverare i mobili), gli serve per segnalare eventuali sconvenienze senza doverle toccare.

polizia religiosa contro donne malvelatepolizia religiosa contro donne malvelate

 

La signora entra, staglia se stessa contro il mosaico blu e bianco della moschea e lui non la ferma. Lei si toglie le scarpe, si accoccola all’ingresso – quello delle donne – e lì, elegante mistero del creato qual è, aspetta la chiamata alla preghiera.

 

 

È un luogo comune ma fa d’uopo: in Iran c’è il primato nella rinoplastica e il mercato dei cosmetici è più florido che in Occidente. Il metrò, bello e moderno, prevede vagoni separati ma nei bus maschi e femmine stanno insieme. Appunto: state buoni, se potete.

iraniana fuma spinello al parcoiraniana fuma spinello al parco

 

Anche l’amministrare tutte queste contraddizioni sta divenendo un luogo comune: l’Iran, giorno dopo giorno, perde il primo pretesto, il nemico. Tutti, in Iran, attendono l’accordo con gli Usa per il nucleare. E non per fare guerra.

 

“L’Iran non muove guerra a nessuno” – mi spiega l’architetto Mohammad Bahari Razari – “da più di 400 anni. Ci siam ritrovati a esser aggrediti, ci siam difesi ma troppo vicino è il ricordo del conflitto”, dice toccandosi la gamba, offesa. Ricordo dei giorni in cui i missili di Saddam arrivano fin a Teheran.

 

GIANNI AGNELLI - EDOARDO AGNELLI

La società iraniana è già proiettata all’appuntamento col mondo e il celebre murale dove la bandiera americana svela nella scia delle strisce, le bombe –e, nelle stelle, i teschi –è ormai un feticcio alla Andy Warhol. Nessuna meraviglia se il Peggy Guggenheim si facesse carico del restauro.

 

VIA “MARTIRE EDOARDO AGNELLI”, CHE SI È BATTUTO CONTRO IL PADRE

Le contraddizioni fanno l’identità dell’Iran. Ed è di un incredibile chic che la strada dell’ambasciata inglese sia intitolata a Bobby Sands, l’eroe della lotta per l’indipendenza d’Irlanda.

 

LA SPILLA DI EDOARDO AGNELLI A TEHERAN

Se solo l’Italia inciampa in qualche gaffe c’è la possibilità di una ritorsione toponomastica, l’intitolazione di una strada a “Martire Edoardo Agnelli” che, nella convinzione degli iraniani, non ha cercato la morte suicidandosi ma l’ha trovata, per mano assassina, per non aver assecondato i progetti mondialisti del papà Gianni, “odiatore del popolo italiano e colonna portante della finanza internazionale”.

 

Non allineato a linea alcuna, l’Iran. Visto da dentro, non corrisponde al pregiudizio positivo. “Non è il Paradiso”. Figurarsi se collima con quello negativo. “Ma non è neanche un inferno”, mi spiega il signor Hamze.

 

 

È un ex attore di film in costume, costretto a fuggire all’indomani della Rivoluzione per via dei troppi fotogrammi a torso nudo, adesso rientrato a Qazvin, titolare di una bottega di vasellame in rame nel bazar.

 

EDOARDO AGNELLI PREGA (IN FONDO A DESTRA)

Beviamo un bicchiere di non so che meraviglia. Dentro vi galleggiano pistilli color rubino e il locandiere – come nelle Mille e una Notte, giuro, ma è così –ci porta lamine di fogliame immerse nello yogurt e poi fatte asciugare dove ogni avventore deve scrivervi dei versi di amore.

 

...................Non è una Cuba d’Oriente, l’Iran. Le gru, sparse nello skyline dei grattacieli, spiegano il bene –una galoppante frenesia edilizia –e il male: forche improvvisate per le esecuzioni capitali. C’è Mastro Titta, il boia. Ancora una volta “state buoni, se potete”.

rohani ahmadinejadrohani ahmadinejad

 

Non è la Corea del Nord, l’Iran e non è –teocrazia o meno – una replica in chiave sciita di una qualunque monarchia saudita. Nulla, dello straccionismo esotico e pittoresco, alberga qui dove la contraddizione fa certamente contrasto –un idolo assoluto per cui si barricano in casa è Googoosh, sorta di Iva Zanicchi, star di un talent seguitissimo – ma non arabesco.

 

EDOARDO AGNELLI

Le leggi proibiscono alle donne di cantare da soliste, in coro però sì, e negli spot di celebrazione della patria – uno dove un bimbo segna un gol e poi un fabbro batte sul ferro e le bambine cantano – non c’è ombra di bang-bang, di parate, di truppe schierate e quel sottintendere Dio, in ogni istante della giornata, assume le sfumature di viraggio cromatico più che un effetto speciale. Con un’idea continua: “State buoni, se potete”.

 

DONNE IRANIANE AL COMPUTER DONNE IRANIANE AL COMPUTER

Mosallah Imam Khomeini, la più grande moschea, ancor oggi incompleta, è la loro “Salerno-Reggio Calabria”. Non finiscono i lavori ma è già in uso. Si prega col sottofondo dei martelli pneumatici. Non è solo un monumento in omaggio alla Guida della Rivoluzione, è anche la loro agorà e lì il mese scorso – dal 6 al 15 maggio, cinque milioni di visitatori – c’è stata la Fiera del Libro.

o JAVAD ZARIF ai tempi della presidenza ahmadinejad o JAVAD ZARIF ai tempi della presidenza ahmadinejad

 

Sono gran consumatori di libri, gli iraniani. Tra gli stand, oltre a quello dedicato all’imponente Enciclopedia islamica, c’è quello italiano, assai frequentato anche per via dell’irresistibile richiamo di un’altra enciclopedia, la Treccani (Massimo Bray, attuale presidente, è molto amato).

 

Il colonnato di Mosallah Imam Khomeini è tutto un ribollire di carta, calligrafie e stranezze. Come il poster di Friedrich Nietzsche: è impegnato a chiacchierare con lo smartphone.

 

In ogni tappa i visitatori – prevalentemente famiglie, con grandi vendite per la letteratura dell’infanzia – vengono accolti da thè e dolci. La bevanda, calda, si gusta intingendo la zolletta per poi tenerla tra le labbra sorseggiandola. L

 

a kermesse è un rimandare al Tajrish , l’affollarsi del bazar dove il tutto, e il contrario di tutto, costringe a fare esperienza di contraddizione.

 

Re Abdullah e AhmadinejadRe Abdullah e Ahmadinejad

Non è certo una contraddizione lo stand della comunità ebraica dove sono esposti i Libri della tradizione sacra ma un’incoerenza, rispetto alle informazioni avute prima della partenza, c’è, ed è notevole. Ci sono i libri di Mahmoud Dowlatabadi ma soprattutto ce Il Colonnello, dato per inedito in patria e mai approvato dalla censura. È stato pubblicato.

 

Come pure Dante Alighieri, La Divina Commedia, col canto dove Maometto è dannato agli inferi, tra gli eretici, glossato ma, ebbene sì, espunto.

 

ayatollah in lacrime per soleimani

La transizione non è un pranzo di gala. La Società Dante Alighieri, qualche tempo fa stava per arrivare in Iran per una serata in onore del poeta ma non ci fu “verso”. Da Qom, città santa degli studi di teologia, arrivò il no e però i libri di Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Umberto Eco e Leonardo Sciascia – fior fiore del pensiero laico, a volte anche ateo e materialista – non incontrano ostacoli.

 

HASSAN ROUHANI HASSAN ROUHANI

L’Italia – l’italiano e il persiano erano le lingue franche della Via della Seta – è un racconto che affascina non poco gli iraniani e sta per uscire, pubblicato dalla casa editrice Hermes, La storia della letteratura contemporanea di Giulio Ferroni.

 

Il rito del thè nell’affollato bazar della moschea Khomeini. La transizione è un bagno di realtà. È il potere delle cose. I pasdaran, riconoscibili nell’affollarsi di segni tra i quali il berretto da baseball però grigioverde e una certa barba (inevitabilmente sale e pepe), sono addestrati alle discipline dell’amministrazione, del management e degli studi di giurisprudenza.

il presidente iraniano rohani  si gode l iran ai mondialiil presidente iraniano rohani si gode l iran ai mondiali

 

I figli della Rivoluzione islamica abitano un Iran parallelo dove accanto ai combattimenti, in Iraq, in Siria – agli ordini di Qasem Soleimani –affrontano la transizione ma proprio il fronte aperto contro l’Isis, giorno dopo giorno, diventa per il governo di Hassan Rouhani il tramite per posizionare la scacchiera ancor prima che i pezzi in gioco.

 

Il futuro è in questo preciso punto della carta geografica e la storia avanza con le mappe più che con i droni. La transizione è uno smottamento di faglia che rasenta il precipizio, non lo insegue. Ho visto Mahmud Ahmadinejad con il tasbeeh in mano.

ragazze iraniane in abiti occidentaliragazze iraniane in abiti occide

 

Anche nell’ufficio dell’imam del santuario di Saleh erano di plastica le rose ed è un dettaglio curioso se si considerano due fatti: il primo è che non esiste zolla in Iran dove non si faccia giardino –bellissime poi, le composizioni, come il gigantesco pennello di Teheran infilzato nel prato per gocciare vernice fatta di fiori freschi, gialli –la seconda è l’estrema raffinatezza di questo popolo il cui abito mentale è la civiltà.

 

gioventu iraniana alla marijuanagioventu iraniana alla marijuana

A essere pignoli c’è un altro dettaglio. Vestono capi in materiale sintetico, proprio loro che nella seta e nell’arte dei tessuti hanno celebrato la finezza fino a intossicare di charme le suggestioni oggi recuperate nelle case d’arte; proprio loro che sono europei col tappeto, viaggiatori cosmopoliti la cui vocazione è la nostalgia di Persepoli, al punto di mettersi l’Occidente dentro casa se poi occorre mettere mano a The Great Game con l’unico azzardo che tutti, qui, in Iran, vogliono: aprirsi.

 

rohani rohani

Lo zampino di Dio, infine. Quella del cinema è un’industria di pregio. Ovunque campeggia la locandina di un film atteso: Volevo essere Maradona. A differenza del sosia di Youth di Paolo Sorrentino qui arriverà il Maradona vero ed è la “Mano de Dios”. Lo zampino di Dio, però.

 

Al 33° Fajr International Film Festival, a fine aprile, è stato presentato “Muhammad, the Messanger of God”. È un film di Majid Majidi, il direttore della fotografia è Vittorio Storaro, vincitore di 3 premi Oscar e, prossimamente, arriverà nel circuito internazionale. È solo un primo capitolo, ne seguiranno altri due e – nel far seguito alla tradizione consolidata delle biografie scritte – racconta la vita del Profeta dell’Islam.

 

BAMBINA CON FOTO DI KHAMENEI BAMBINA CON FOTO DI KHAMENEI

Il film è solo l’episodio di Maometto ancora bambino, descritto dalla nascita ai 12 anni. Voluta da Khamanei, corredata dall’infinita mole di riferimenti storici e filologici, la pellicola – la seconda prova dopo The Messange di Mustapha Akkad , con Anthony Quenn e Irene Papas – sfida con spericolata delicatezza la proibizione di rappresentare, attraverso le immagini, l’idea stessa di Dio e del Suo Profeta. I

 

l set, chiuso al pubblico, ma non smontato in attesa delle prossime produzioni, ricostruisce alla perfezione Mecca e Medina, le città sante.

 

Tutto è visibile: c’è l’episodio del monaco Bahira, santo cristiano che per primo riconosce i segni della profezia nell’orfano portato al seguito d’una carovana; c’è la scena delle palme, chinate per dar ombra al passaggio del piccolo; c’è un primo piano sulle dita, appena dischiuse, di Maometto bambino. Tutto è nell’invisibile.

 

 

ayatollah Ali Khamenei

Si scorge per un istante l’occhio del Profeta ma è come se nel metterci quello zampino tutto di tenerezza, il regista, rispettoso del divieto al punto di sfiorare l’invisibile, con la fotografia di Storaro abbia saputo spiegare la commozione di Dio, il dono di quel messaggio di pura luce, puro perdersi nell’abbandono a Dio.

 

A conclusione della proiezione, piangevano tutti. Tutto è visibile nell’invisibile. Tutto cerca un segno. Un mullah si asciuga le lacrime, sorride: “Andiamo a prenderci un gelato”. Più che un’esperienza di contraddizione, un’armonia.

meloni buttafuoco

EDOARDO AGNELLIGIANNI E EDOARDO AGNELLI

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