GIORGIA MELONI SENTE PROFUMO DI SCONFITTA AL REFERENDUM E SCENDE IN CAMPO PER IL SÌ – AD AUMENTARE I TIMORI DELLA PREMIER, SPIAZZATA DALLA VISITA DI MATTARELLA AL CSM, UN SONDAGGIO RISERVATO SECONDO CUI IL 40% È LA SOGLIA MINIMA DI AFFLUENZA NECESSARIA AL SÌ PER COMPETERE. SOTTO, SI PERDE QUASI CERTAMENTE. DA QUI GLI ATTACCHI ALLE TOGHE E LA MOBILITAZIONE IN PRIMA PERSONA. LA PAURA DELLA DUCETTA È CHE, DI FRONTE A UNA VITTORIA DEL NO, POSSA INNESCARSI UNA DINAMICA PERICOLOSISSIMA NELL'ULTIMO ANNO DI LEGISLATURA SPECIE DENTRO LA LEGA E IN FORZA ITALIA…
GIORGIA MELONI CONTRO I MAGISTRATI DOPO LA SENTENZA SUL RISARCIMENTO A SEA WATCH
Lorenzo De Cicco,Tommaso Ciriaco per “la Repubblica” - Estratti
Due video fanno una prova.
Giorgia Meloni è in campo per il referendum. Teme di perdere. Abbandona le cautele, quelle che l'avevano spinta a pianificare un profilo basso almeno fino alla prima decade di marzo. Per ventiquattr'ore attacca due volte i magistrati sui social. La seconda, poche ore dopo la visita di Sergio Mattarella al Csm. Una sfida diretta al Quirinale, ignorando l'appello del Colle.
Frutto di un timore, anzi di un sondaggio riservato che circola a Palazzo Chigi: quello che indica nel 40% la soglia minima di affluenza necessaria al sì per poter competere. Sotto, si perde quasi certamente.
La mossa del Capo dello Stato spiazza il governo. La presidente del Consiglio non conosceva le intenzioni del presidente. E apprende della missione al Consiglio superiore della magistratura dai media.
L'unico ad essere avvertito, ma pochissimi minuti prima dell'arrivo di Mattarella a Palazzo Bachelet, è Alfredo Mantovano. Nessuno lo sostiene ufficialmente, ma a Palazzo Chigi si fa subito largo il sospetto che si tratti di una mossa ostile, o comunque destinata a dare forza alle toghe e a chi si oppone alla riforma. E la reazione non tarda ad arrivare.
giorgia meloni al seggio elettorale per i referendum - 3
È un doppio binario, a ben guardare. Perché da una parte la premier chiede e ottiene che Carlo Nordio dichiari pubblicamente l'adesione alle parole di Mattarella. Sortite giudicate fin dal primo momento improvvide, oltreché controproducenti. È la precondizione che Meloni considera necessaria per poter intervenire personalmente contro le toghe. Legando la battaglia referendaria a quella sul dossier migratorio, sulla sicurezza. Lo fa seguendo ancora una volta i sondaggi, che indicano un grado di elevata fumosità dei quesiti, soprattutto per chi sceglie il sì.
Servono messaggi chiari per spingere gli elettori a votare. Alcuni istituti, ad esempio Youtrend, hanno indicato addirittura attorno al 47-48% di affluenza la soglia minima oltre la quale il Sì potrebbe prevalere. Altre rilevazioni abbassano l'asticella attorno al 40%. In teoria, una percentuale alla portata. Vanno però ricordati i pochi precedenti che non rendono scontato questo scenario: al referendum costituzionale del 2001 votò il 34%, nel 2006 il 52%.
Per Meloni, è una battaglia cruciale. In cui il referendum sta alle prossime politiche come quelle semifinali considerate finali anticipate.
La paura è che, di fronte a una vittoria del no, possa innescarsi una dinamica pericolosissima nell'ultimo anno di legislatura. Non riguarderebbe FdI, che anzi la premier porterebbe su una linea intransigente per ottenere una nuova legge elettorale e una riforma fiscale spendibile nella prossima campagna elettorale. Preoccupa la crisi della Lega, minacciata dalla scissione di Roberto Vannacci. E la dinamica interna a FI, con l'influenza della famiglia Berlusconi.
giorgia meloni sui social annuncia il decreto bollette
giorgia meloni video in cui attacca i giudici
giorgia meloni sui social annuncia il decreto bollette
giorgia meloni sui social annuncia il decreto bollette.
