coronavirus tampone germania

CHI MONITORA IL MONITORAGGIO? - LE REGIONI FORNISCONO DATI VECCHI E INCOMPLETI ALLA CABINA DI REGIA: I FAMIGERATI 21 PARAMETRI SU CONTAGI, FOCOLAI, RICOVERI, POSTI LETTO, TAMPONI, TERAPIE INTENSIVE E INDICE RT SONO UN COLABRODO E IN CAMPANIA SI SONO MOSSE PURE LE PROCURE - AD ESEMPIO, QUALI TAMPONI SI CALCOLANO? SOLO I MOLECOLARI O ANCHE GLI ANTIGENICI? E DI ANTIGENICI CI SONO DUE TIPI, UNO PIÙ AFFIDABILE E L'ALTRO…

 

Monica Guerzoni, Simona Ravizza, Milena Gabanelli e Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera”

 

tamponi

A una settimana dal debutto, il sistema di monitoraggio alla base dell'ultimo Dpcm ha già bisogno di un tagliando. Gli esperti della cabina di regia lo hanno messo nero su bianco nel verbale delle ultime due riunioni, in cui parlano della necessità di una «verifica». E si capisce, dopo che l'incrocio dei dati su contagi, focolai, ricoveri, posti letto, tamponi, terapie intensive e indice Rt ha innescato una bufera che rende ancora più difficile agli italiani accettare le limitazioni alla vita quotidiana e alle attività economiche. Dati delle Regioni incompleti, arrivati in ritardo o definiti «vecchi» dai governatori.

 

Dati finiti sotto la lente degli ispettori del ministero della Salute e dati raccolti dai carabinieri dei Nas in quattro ospedali di Napoli. Un pasticcio scandito da proteste di piazza, scontri politici e istituzionali. E dire che il 4 novembre, ignaro del caos che la cartina di un'Italia gialla-arancione-rossa avrebbe scatenato, Giuseppe Conte aveva magnificato in diretta tv la scelta di dividere l'Italia in base alle fasce di rischio. A differenza della prima ondata di Covid-19, aveva spiegato il premier, il governo dispone di un piano di monitoraggio della curva «molto articolato» che si basa su 21 parametri: «Questo piano è la bussola che ci indica dove intervenire, con quali misure differenziate e ben mirate...».

report terapie intensive libere in europa

 

Otto giorni e tante polemiche dopo sembra chiaro che la «bussola» si è inceppata e i punti cardinali sono smarriti. Ora c'è l'impegno a cambiare per ripartire con il piede giusto, basandosi anche sui dati che si riferiscono al giorno precedente. Una novità sostanziale decisa dalla Cabina di regia, i sei esperti che da fine aprile elaborano per il ministero della Salute il monitoraggio settimanale sull'andamento del Covid. Ma sarà davvero così? La riunione decisiva per comprendere quale sia il livello di confusione è quella del 9 novembre, ore 14.15.

 

Si deve «classificare tempestivamente il livello di rischio in modo da poter valutare la necessità di modulazioni nelle attività di risposta all'epidemia». Quel che i sei devono fare, in sintesi, è capire quanto il virus stia correndo in quel determinato momento e la situazione degli ospedali e dei servizi di prevenzione, in modo da offrire gli strumenti necessari per mettere in campo le contromisure più adeguate.

 

Tutti concordano che serva «un approfondimento del sistema di monitoraggio per rispondere meglio alle nuove esigenze imposte dal Dpcm del 3 novembre, in particolare valutando l'inclusione di dati più tempestivi sulle occupazioni dei posti letto in Terapia intensiva ed area medica e la possibile inclusione di allerte di resilienza ospedaliera quando la probabilità di superare le soglie critiche di occupazione dei posti letto superi il 50% nelle proiezioni realizzate a 30 giorni».

 

tampone rapido

È quanto scritto nel verbale della riunione che il Corriere ha potuto consultare: «Lo scopo di queste revisioni è poter fornire classificazioni più rispondenti alla situazione di impatto epidemico attuale sui servizi assistenziali». Il linguaggio è tecnico, ma il significato è semplice: per decidere in maniera tempestiva in quale fascia di rischio si trovi una regione - gialla, arancione o rossa - i dati vanno attualizzati. Dunque, da domani e ogni venerdì la cabina di regia dovrà valutare i posti letto in Terapia intensiva e i ricoveri ordinari aggiornati al giorno prima della riunione, nonché l'Rt dei ricoveri con la proiezione ai 30 giorni successivi (indicatore che oggi non c'è).

 

 Gli esperti lo considerano necessario e nelle riunioni riservate il ministro Speranza avrebbe già chiesto di usare «la fotografia dei dati più fresca possibile». Purché le modifiche restino però dentro l'impianto normativo del Dpcm. Rimane da capire se le Regioni si adegueranno. Un'indicazione chiara sulla necessità di cambiare è arrivata il 9 novembre anche dal Cts, che ha sottolineato le «criticità» del sistema basato sulla lettura «dei parametri e degli indicatori» del monitoraggio.

 

Il verbale è esplicito: «Il Cts sottolinea l'importanza della completezza, rispondenza e tempestività del flusso informativo, che diviene di assoluta rilevanza nella predisposizione dell'ordinanza del ministro della Salute. Il Cts rileva alcuni elementi migliorativi, che, in funzione dell'avvio del sistema, possono essere considerati dalla cabina di monitoraggio nazionale, quali: la possibilità di rivalutare il peso relativo dei singoli indicatori in base alla situazione oggettiva delle singole Regioni, l'opportunità di garantire un supporto operativo alle Regioni che non riescono a garantire un flusso informativo tempestivo e l'opzione di rivedere e riconsiderare alla luce dell'evoluzione epidemica attuale la valenza degli originali 21 indicatori».

 

ROBERTO SPERANZA

Gli scienziati sono convinti che per essere davvero efficace il sistema debba tenere in conto il numero dei posti letto disponibili, quello delle terapie intensive e l'indice di trasmissione Rt. Sono concordi nel ritenere che i dati delle Rsa non siano strategici per individuare i fattori di rischio di intere Regioni e inseriscono in cima alle priorità l'attendibilità dei numeri, l'aggiornamento dei dati, ma soprattutto un criterio di raccolta uniforme, per avere un unico metro di giudizio. Cosa che fin qui proprio non è stata. Alle 22.26 di martedì 10 novembre le Regioni ricevono una mail firmata da Stefano Marro, della Direzione generale della Prevenzione sanitaria al ministero della Salute.

 

Chiede che tutti forniscano il totale dei test rapidi antigenici effettuati tra il 2 e l'8 novembre, quello dei positivi riscontrati e quello dei casi «caricati sulla piattaforma dell'Iss». Comunicazione apparentemente tecnica, che nasconde una fuga in avanti di alcune Regioni che hanno deciso in autonomia, e in assenza di indicazioni, di cambiare in corsa un dato: i tamponi effettuati. Se nella colonna venivano inseriti solo i molecolari (i prc, gold standard), ultimamente almeno due Regioni, Lazio e Piemonte, hanno cominciato a inserirvi anche i test antigenici.

 

CORONAVIRUS - TERAPIA INTENSIVA

Un dato, segnalano piccati da alcune Regioni, che rischia di alterare il tasso di positività, abbassandolo. In tempi di sospetti su artifici contabili, non è questione da poco. Il vero problema, più di qualche presunta furbizia regionale, è la disomogeneità. ogni territorio procede in ordine sparso. Non c'è una direttiva nazionale. Non c'è una regola uniforme. I più benevoli sostengono che si tratti solo di un momento di transizione. La questione numerica è questa. Se dico che ho fatto 100 esami, includendo solo i molecolari, e ho 5 positivi, ho un tasso di positività del 5%.

 

Se nel numero complessivo aggiungo ai 100 tamponi 50 test antigenici e ho 5 positivi, il tasso di positività crolla. Non un'inezia, perché questo è uno dei parametri che si valutano per adottare misure restrittive. Dati falsati? Al contrario, sostengono da Piemonte e Lazio. Il direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, spiega: «Il denominatore è formato da tutti i tamponi molecolari più i tamponi antigenici con cut off superiore a 10, inseriti nei positivi».

 

vincenzo de luca in visita all'ospedale covid di boscotrecase 1

Il cut off è l'indice che rileva gli anticorpi. Se è basso, il test va confermato con un tampone molecolare. Ma di quali antigenici parliamo? Solo quelli più affidabili, a immunofluorescenza, e non i cromatografici. Per i primi, a quei livelli, il caso si dà per positivo, senza ulteriori conferme. Per quanto riguarda i casi di positività, il totale fornito è «la somma dei molecolari positivi, delle conferme molecolari degli antigenici positivi e degli antigenici con indice di cut off sopra I 10». Spiega Vaia: «Se non si usassero tutti questi dati, allora sì che il risultato sarebbe falsato».

 

Peccato che questa regola non valga ancora altrove. In Piemonte, dove pure forniscono il dato aggregato, confermano ogni test antigenico con il tampone. E inseriscono in piattaforma, oltre ai molecolari, solo gli antigenici negativi, che hanno già valore diagnostico. Il Veneto, che pure ha fatto e fa una battaglia per valorizzare gli antigenici, finora ha fornito solo il totale dei molecolari. Ora Luca Zaia esulta: «Il ministero ci ha dato ragione».

 

conte zaia

In verità, ancora non si sa nulla. Le Regioni brancolano nel buio. E Vaia aggiunge: «Ben venga un'omogeneizzazione della raccolta e della lettura dei dati. Ma penso che ci stiano già lavorando». Lo schema con i 21 criteri per stabilire le restrizioni nelle regioni appare per la prima volta in un documento del ministero della Salute del 30 aprile. Già allora governatori e sindaci lamentano che gli indicatori sono «difficili da decifrare» e chiedono parametri più semplici. Sono trascorsi sei mesi, l'Italia è nella morsa della seconda ondata. Ritardi e carenze sono ancora presenti. Proprio come il virus.

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