NIENTE RIFORME, PER LA CINA SONO CA-XI AMARI: IL NUOVO PREMIER NON CONCEDERÀ LE LIBERTÀ SPERATE

Ilaria Maria Sala per "La Stampa"

Si avvicinano i primi «cento giorni» da quando Xi Jinping ha ufficialmente assunto il ruolo di Presidente della Repubblica Popolare cinese, che cadono in concomitanza della sua visita negli Stati Uniti, nel corso della quale si incontrerà con il Presidente americano Obama. Due occasioni per fare le prime riflessioni sulla personalità politica che Xi Jinping ha voluto mostrare al Paese e al mondo finora, e anche per vedere che cosa, per così dire, Xi porta con sé «in valigia» recandosi dalla sua controparte americana.

Willy Lam, professore di Scienze Politiche all'Università Akita, in Giappone, osserva che «il successo con cui Xi Jinping ha consolidato il potere è notevole: appena sei mesi dopo essere stato nominato Presidente e Segretario generale del Partito, e cento giorni dopo aver assunto la carica, la sua posizione è pienamente affermata.

Se lo paragoniamo a quanto avvenuto con i suoi predecessori, Hu Jintao e Jiang Zemin, vediamo che Xi è riuscito ad ottenere il sostegno dei generali e della polizia davvero in breve tempo». Questo successo interno, però, è accompagnato da una sorpresa che molti considerano amara: Xi non sarà l'innovatore e il riformatore che si sperava, anzi. Ting Wai, dell'Università Battista di Hong Kong, sottolinea: «Temo che non vi sia nessuna riforma politica possibile.

Al contrario: da quanto abbiamo visto finora sia il controllo sui media che la libertà di movimento e di espressione sono state severamente ridotte. Quello che si profila è una presidenza caratterizzata da un governo forte, e da maggior controllo sulle persone e la società. Certo, Xi Jinping si è mostrato impaziente nei confronti della corruzione, ma ha anche mostrato di avere tolleranza zero per ogni velleità costituzionalista».

Per costituzionalismo, in Cina, si intende la volontà di alcuni riformisti di assoggettare il Partito Comunista alla Costituzione e alla legge nazionale - cosa che non avviene al momento, dato che il Partito non deve rispondere davanti alla legge del suo operato: «Non succederà.

Il costituzionalismo è sempre stato il sogno dei riformisti, e rimarrà un sogno, almeno per il momento», dice Ting. Non solo: il «Documento n. 9» con cui sono stati annunciati i «sette temi di cui non parlare» (fra cui costituzionalismo, libertà di stampa, errori storici del Partito, diritti civili, etc.) mostra in modo chiaro che il passo indietro è significativo.

Uscito di scena Hu Jintao, e il concetto di «Società armoniosa» con cui aveva cercato di convincere la popolazione a sopportare le ineguaglianze sociali, Xi Jinping si è presentato alla nazione annunciando l'arrivo del «Sogno Cinese» - un idea in parte nebulosa, ma che si traduce per ora in «economia prospera e un esercito forte», dice Lam, «almeno nelle aspirazioni». L'idea è di arrivare al 2049, quando la Cina dovrebbe celebrare il primo secolo di comunismo, capaci di affrontare anche militarmente l'America che il Giappone.

Un «Sogno Cinese per compiacere i nazionalisti e il rispolverare Mao è preoccupante». Entrambi gli analisti concordano nell'osservare che l'economia cinese sta rallentando, ma il prossimo Congresso di Partito, che dovrebbe tenersi in ottobre, annuncerà nuove riforme economiche - fra cui l'innalzamento dei salari minimi e una maggiore rete di protezione sociale.

Nulla che possa toccare «l'Aristocrazia Rossa, quei circa cento clan che tengono in mano le redini del potere politico e economico: sono i discendenti dei leader rivoluzionari e le riforme continueranno fin tanto che non andranno a scontrarsi con il loro potere», dice Lam. «Le riforme sono bloccate. E questo diventerà problematico: per quanto Xi Jinping dica che non si deve criticare Mao, e che sotto la dittatura del Partito tutti avranno una vita migliore e che ci sarà meno corruzione, se non ci sono riforme come spera che possa esserci meno corruzione?» conclude Ting.

 

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