silvio berlusconi

NON E' SEMPLICE DISARCIONARE IL CAV - BERLUSCONI NON VUOLE MOLLARE LA SUA CORSA AL QUIRINALE - LA SUA TIGNA PER ORA BLOCCA QUALSIASI MANOVRA NELLA COALIZIONE E LO RENDE CENTRALE - VERDERAMI GLI FA LA DIAGNOSI: "TUTTO QUESTO GLI STA COSTANDO FISICAMENTE. SI ERA GIÀ NOTATO ALL’ULTIMO VERTICE, QUANDO NON AVEVA FATTO BATTUTE E NON AVEVA RACCONTATO BARZELLETTE. DA GIORNI POI IL CAVALIERE NON CHIUDE OCCHIO, COMBATTUTO DALLA DECISIONE CHE DOVRÀ PRENDERE…"

Francesco Verderami per www.corriere.it

 

SILVIO BERLUSCONI

Resistere, resistere, resistere. La parola d’ordine che il Cavaliere non intende ritirarsi dalla corsa al Colle, è arrivata ieri in mattinata agli sherpa impegnati a raccogliere i voti dei grandi elettori. Sono state le personalità più vicine al leader di Forza Italia a spiegare che «fino a quando Berlusconi non ci comunicherà qualcosa di diverso, continueremo a lavorare». Si vedrà se il fondatore del centrodestra sfiderà la sorte alla quarta chiama, ma non c’è dubbio che tatticamente oggi deve attestarsi su questa linea.

 

O verrebbe sopraffatto dai suoi stessi alleati, che non vogliono lasciargli il ruolo del kingmaker . È bastato che si spargesse la voce sull’intenzione del Cavaliere di passare la mano — accompagnato dall’invito a convergere su Draghi — per scatenare l’iradiddio nella coalizione e indurre la Meloni a chiedere la convocazione del vertice con toni ultimativi.

 

matteo salvini e giorgia meloni incontrano silvio berlusconi nella sua villa a roma 6

Il fatto è che da giorni Berlusconi ha interrotto i contatti, complice anche la preoccupazione dei familiari per la sua salute. Ciò non toglie che gli alleati siano insofferenti per l’atteggiamento dell’ex premier, così come lui è irritato verso gli alleati per la tecnica della «doccia scozzese» che hanno applicato alla sua candidatura: perché dalle dichiarazioni sul «non abbiamo altro nome», si è passati all’evocazione del «piano B», fino all’annuncio che «daremo al Paese un capo dello Stato eletto a larga maggioranza». Perciò ieri, davanti alle richieste del vertice, il Cavaliere ha reagito: «Se vogliono parlarmi, vengano a trovarmi». Per questo Salvini si è subito speso per ribadire che «Berlusconi per noi è determinante».

 

BERLUSCONI MELONI SALVINI

In effetti il suo posizionamento blocca qualsiasi manovra e lo rende centrale. Per ora. Ma tutto questo gli sta costando fisicamente. Si era già notato all’ultimo vertice, quando non aveva fatto battute e non aveva raccontato barzellette. Da giorni poi il Cavaliere non chiude occhio, combattuto dalla decisione che dovrà prendere.

 

Sui numeri per scalare il Colle, secondo uno dei suoi più stretti collaboratori, è stato vittima di una «contabilità velleitaria». Inoltre Pd e M5S sono pronti a disertare il voto per togliergli ogni residua speranza. Se così stanno le cose, la parola d’ordine di ieri — quel «resistere resistere resistere» — è solo un modo per tenere coperta la sua scelta.

 

GIANNI LETTA SILVIO BERLUSCONI

Anche le ipotesi alternative che gli vengono attribuite, Gianni Letta e Casellati, appaiono forme di dissimulazione. L’ex sottosegretario alla Presidenza — che l’altra sera ha incontrato i ministri Carfagna e Gelmini — non solo non ci pensa ma è anche consapevole che Salvini e Meloni sarebbero contrari. Sulla presidente del Senato, potrebbero convergere in teoria i grillini, che l’hanno votata come seconda carica dello Stato.

 

Ma lo farebbero al prezzo della rottura con il Pd? In più la candidatura resterebbe appesa alla variabile di Italia viva. Troppo rischioso per il centrodestra, che si troverebbe esposto a un pericolo concreto: veder convergere i voti di centristi, cinquestelle e democratici su Casini. Sarebbe pesante per Enrico Letta dover accettare la vittoria di Renzi e doverla poi gestire nel partito. Ma sarebbe ancor più pesante per Salvini e Meloni assistere a un simile finale. Per loro sarebbe una disfatta: non possono permetterselo.

maria elisabetta alberti casellati

 

Non se lo può permettere nemmeno Berlusconi, ecco perché i suoi alleati attendono di capire quale sia la sua vera mossa, se è attendibile la tesi secondo cui l'ex premier — con un gesto da «padre della Patria» — starebbe preparando un documento per offrire il proprio endorsement a Draghi.

 

È noto il fatto che il Cavaliere si sia rammaricato per «la mancanza di riconoscenza» dell’ex presidente della Bce nei suoi confronti. Ma è altrettanto nota la capacità di Berlusconi di farsi «concavo e convesso», di essere pragmatico. Da giorni le indiscrezioni sui suoi ragionamenti erano rimbalzate nel governo, da dove erano giunte al Cavaliere voci sullo stato di tensione che regna a palazzo Chigi: tanto che, dato il clima politico, il presidente del Consiglio avrebbe chiesto al Guardasigilli di spostare dopo il voto sul capo dello Stato la presentazione della riforma sul Csm. Materia incandescente.

 

GIANNI LETTA BERLUSCONI

L’eventuale mossa di Berlusconi a favore di Draghi agevolerebbe la soluzione del rebus Quirinale ma non lo risolverebbe. Perché il nodo attorno a cui resta attorcigliata la candidatura del premier è il governo. Ieri Salvini e Conte hanno sollevato un tema — conferma un autorevole ministro — «che trova la convergenza di tutti i partiti della maggioranza», disposti a dare il loro assenso a Draghi solo dopo un accordo sul suo successore a Palazzo Chigi e sull’assetto ministeriale.

 

Ancora due giorni fa Renzi confidava che «al momento non siamo riusciti a trovare la quadra», e questa condizione di incertezza si riflette sui grandi elettori, che è meglio non sfidare. Infatti i leader scommettono che Berlusconi passerà la mano ma che il nuovo capo dello Stato non si conoscerà prima della quinta votazione.

salvini renzi

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