1. NON È VERO CHE IL CAVALIERE CONDANNATO HA DECISO CON I CATA-FALCHI SANTADECHE’-VERDINI-GHEDINI. LA CRISI DEL GOVERNINO L’HA DECISA TUTTO DA SOLO, GIOVEDÌ SCORSO: QUANDO È ARRIVATO L’AUT-AUT DI LETTANIPOTE (“BASTA CON I RICATTI”), LO SCHIAVO DI DUDÙ E DELLA PASCALINA HA CAPITO CHE IL PD NON AVREBBE ACCETTATO IL LODO VIOLANTE 2. LO SFOGO: “ORA PENSANO DI GETTARMI IN PASTO AI PM CON LA DECADENZA DA SENATORE. BENE, VEDIAMO SE HANNO IL CORAGGIO DI ARRESTARE IL CAPO DELL’OPPOSIZIONE” 3. IL COLLE SA BENISSIMO CHE NON È PRONTO UN NUOVO GOVERNO CON I ‘’RIBELLI’’ PDL E DI GRILLO, PIÙ SCIOLTA CIVICA; SOLO IL PREMIER NIPOTE SI ILLUDE. E SE SI VA A VOTARE IL 27 NOVEMBRE, IL PD NON FA IN TEMPO A FARE LE PRIMARIE. E ALLORA CHI CANDIDA CONTRO IL BANANA? ENRICUCCIO LETTA O MATTEUCCIO RENZI, CUPERLO O EPIFANI? 4. IL CAPO DELLO STATO IERI A POGGIOREALI HA PARLATO DI AMNISTIA FACENDO FINTA DI VOLERLO AIUTARE, MENTRE IL CAINANO L’HA INTERPRETATA COME UNA PRESA PER I FONDELLI

1. DAGOREPORT
Fantastici i giornali di oggi. Non sanno nulla. A) Non è vero che il Cav condannato ha deciso con i falchi. Ha deciso tutto da solo, giovedì scorso: quando è arrivato l'aut-aut durissimo di Enrico Letta, lo schiavo di Dudù ha capito che il Pd non avrebbe accettato il lodo Violante (rinviare la legge Severino alla Corte Costituzionale sulla questione dello retroattività). B) Il Colle sa benissimo che non è pronto un nuovo governo con i ribelli Pdl e di Grillo, più Sciolta Civica; solo Letta si illude.

2. UN PRANZO DI SOLI FALCHI DECIDE LA ROTTURA - L'IRA CON PREMIER E COLLE. AD ARCORE NESSUN MINISTRO. E ALFANO: "OBBEDISCO, MA DISSENTO"
Amedeo La Mattina per La Stampa

«Ora vediamo se hanno il coraggio di arrestare il capo dell'opposizione». Alla fine, come era prevedibile, Berlusconi è tornato a essere il caimano che dall'opposizione intende sferrare una campagna elettorale micidiale. Ora bisognerà vedere quanti pezzi perderà in questa ennesima traversata nel deserto. Ha bruciato tutti i ponti e si è lanciato armi in resta contro tutti. Non ha sentito ragioni da parte di nessuno.

Non ha ascoltato Gianni Letta né Fedele Confalonieri e nemmeno Angelino Alfano che ha cercato in tutti i modi di convincerlo a non aprire la crisi di governo. Ma il Cavaliere ha insistito sulle dimissioni dei ministri Pdl, si è infuriato, ha usato il lanciafiamme contro Enrico Letta che lo ha sfidato, «si è permesso di porre degli aut aut irricevibili», di ricattarlo con l'aumento dell'Iva, di separare la vita del governo dal voto in giunta sulla decadenza.

Arrivando perfino ad annunciare, attraverso Dario Franceschini, che su questo tema chiederà la fiducia al Senato. Cannonate contro il Capo dello Stato che ieri ha parlato di amnistia facendo finta di volerlo aiutare, mentre l'ex premier l'ha interpretata come una presa per i fondelli. Per i ministri del Pdl invece poteva essere uno spiraglio per una soluzione del problema di Berlusconi. Hanno chiesto lumi all'avvocato Ghedini e si sono sentiti rispondere che quella di Napolitano era una «scatola vuota».

Esausto e senza più argomenti, Alfano ha alzato le braccia e come Garibaldi ha detto obbedisco. «Presidente, se hai deciso così, mi dimetto ma rimango convinto che sia una scelta sbagliata». Hanno obbedito anche gli altri ministri Lupi, Lorenzin, Di Girolamo e Quagliariello dopo la nota in cui Berlusconi chiedeva loro di valutare l'opportunità di dimettersi. Ma già lui aveva deciso senza consultarli: si sono trovati le loro dimissioni sulle agenzie.

Così Alfano e i suoi colleghi riottosi e sgomenti hanno dovuto ingoiare il rospo. L'unica cosa che hanno rifiutato è stata quella di sottoscrivere un comunicato durissimo contro Letta scritto da altri (sembra da Capezzone) e che loro avrebbero dovuto firmare senza battere ciglio. Invece almeno un po' il ciglio l'hanno battuto. I ministri hanno scritto di loro pugno il comunicato con un finale da colombe spennate: «Rassegniamo le dimissioni anche al fine di consentire, sin dai prossimi giorni, un più schietto confronto e una più chiara assunzione di responsabilità».

E dire che per tutto il giorno, avevano sparso in lungo e in largo indiscrezioni su una possibile mediazione con Napolitano e Letta. Telefonate ad Arcore per capire se il capo si era ammorbidito e lui che non faceva filtrare nulla. Li teneva all'oscuro di quanto si stava consumando a Villa San Martino.

La decisione mortale per il governo Letta è stata presa ieri a Villa San Martino durante una serie di riunioni alle quali hanno partecipato solo falchi. Ad Arcore c'erano Bondi, Verdini, Santanché, Ghedini. Poi è arrivata anche Marina Berlusconi, che ha ascoltato le ragioni del padre che inveiva contro Enrico Letta e il Pd che non hanno mai voluto la pacificazione, non gli hanno mai espresso alcuna solidarietà per i guai giudiziari, che adesso hanno fatto aumentare l'Iva buttando la colpa su di lui.

E poi Napolitano che non gli ha dato la grazia e voleva che il Cavaliere si umiliasse chiedendola, accettando una condanna assurda. «Ora pensano di gettarmi in pasto ai pm con la decadenza da senatore. Bene, vediamo se hanno il coraggio di arrestare il capo dell'opposizione». Marina ha ascoltato il padre e alla fine si è schierato con lui.

Già, adesso il Pdl si prepara a essere una forza di opposizione. Berlusconi farà di tutto per evitare un Letta bis e ottenere le elezioni anticipate. Ma nel Pd, nell'Udc e dentro Scelta civica è scattata l'operazione «responsabili»: strappare un pezzo del gruppo Pdl al Senato a favore della fiducia a Letta.

Nel partito c'è grande agitazione e sconcerto per una decisione calata dall'alto, presa con quella che viene chiamata dalle colombe la «trimurti Verdini, Santanchè, Bondi». Ci ha messo di suo anche Ghedini che ha scritto la memoria di Berlusconi alla giunta, chiedendo le dimissioni dei commissari favorevoli alla decadenza. Una notizia che annunciava la tempesta perfetta.

3. COSI' GHEDINI LO HA CONVINTO
Francesco Verderami per il Corriere della Sera

È il blitzkrieg, è uno contro tutti, ed è una guerra che non contempla prigionieri. Si vedrà se quella di Berlusconi è stata davvero la mossa della disperazione, «un suicidio» come dicono nel suo stesso partito, o una scelta meditata, coltivata da tempo, e messa in atto dopo aver colto «l'opportunità» che il premier a suo modo di vedere gli ha offerto, bloccando il provvedimento sull'Iva. Di certo la decisione del Cavaliere di far saltare il banco e di ritirare la delegazione del Pdl dal governo è una scommessa giocata sul ritorno immediato alle urne.

È una manovra che rischia di avere effetti devastanti non solo sui destini del Paese ma anche del suo stesso movimento. Quale sia l'arma segreta non si sa, anche perché stavolta l'uomo che per venti anni è stato il leader incontrastato del centrodestra non potrà guidare il suo esercito sul campo di battaglia elettorale. Eppure Berlusconi decide di avviare il conflitto, e questa è la storia del giorno più lungo della Seconda Repubblica.

Ore 10
Nella villa di Arcore il Cavaliere riceve alcuni dirigenti Mediaset. Nella sua residenza si trovano già la figlia Marina e Bondi, con loro discute della situazione politica. L'informativa notturna di Alfano sul Consiglio dei ministri e la lettura dei giornali gli hanno confermato ciò che già sapeva: il premier e il capo dello Stato «vogliono mettermi spalle al muro» dopo l'offensiva delle dimissioni in massa dei suoi parlamentari. Il giorno prima, al vertice del Pdl, aveva letto una sua considerazione con la quale spiegava di non avere alcuna intenzione di aprire la crisi di governo.

L'accelerazione di palazzo Chigi e la richiesta di un chiarimento davanti alle Camere lo pongono dinnanzi a un bivio: votare la fiducia, senza però avere più alcun potere contrattuale, né sul versante politico né su quello giudiziario, oppure cercare attraverso un'operazione bizantina di attaccare l'esecutivo, con i suoi ministri seduti al banco del governo. «I miei elettori non capirebbero».

Squilla il telefono, in linea c'è Cicchitto. «Silvio, devi fare attenzione. Rischi di apparire come il nemico del popolo». Berlusconi ripete di non volere la crisi e chiede al dirigente del suo partito di preparargli una nota, deciderà poi se farla propria con un comunicato o di trasformarla in un videomessaggio. A Roma intanto vanno avanti le trattative tra Pd e Pdl per scongiurare la rottura. L'attivismo è frenetico, Brunetta si consulta con rappresentanti del governo e con gli «alleati», e c'è ottimismo su una soluzione positiva.

Ore 12
Ad Arcore arrivano Verdini e Santanchè, formalmente per discutere della manifestazione da indire per il 4 ottobre in concomitanza con il voto della Giunta di palazzo Madama sulla decadenza del Cavaliere. Il coordinatore del Pdl ha un conto aperto con Berlusconi, perché convinto che non ci sia altra strada della crisi. Come lui la responsabile dell'organizzazione, che il giorno prima aveva tribolato sapendo dell'esito del vertice a cui non aveva preso parte.

I falchi tornano a premere sul leader, comprendendo di trovare terreno fertile alle loro argomentazioni. Ma serve un innesco per dar fuoco alle polveri, ed è l'avvocato-deputato Ghedini a farlo. Ostile al governo Letta fin dalla sua nascita («sarà la tua rovina, Silvio»), torna a insistere sulla necessità di rompere gli indugi, usa per grimaldello la situazione giudiziaria del Cavaliere, ritorna sull'inconsistente aiuto giunto dal Quirinale ai suoi guai, e gli prospetta «nel giro di venti giorni» un finale drammatico: «Farai la fine di Silvio Pellico». Quella parole incendiano il Cavaliere, la brace torna a farsi fiamma, ed è allora che viene messo a punto il blitzkrieg .

Le linee nemiche hanno lasciato un varco in cui infilarsi: la decisione di non varare il decreto economico e di lasciar partire l'aumento dell'Iva era stato un modo per Enrico Letta di vendicarsi con il Pdl dell'«umiliazione» subita con l'annuncio delle dimissioni in massa proprio mentre si trovava all'Onu. «Lui umiliato?», tuona Berlusconi: «Io fui umiliato nel '94, quando mi mandarono l'avviso di garanzia mentre presiedevo il vertice di Napoli». Per il leader del centrodestra è giunto il momento di preparare la dichiarazione di guerra: «Chiamatemi Capezzone». La missione è ancora top secret. Persino Confalonieri e Gianni Letta sono ignari di quanto sta accadendo, e come loro anche il segretario del Pdl non sa nulla.

Ore 16
Alfano - che si trova nella sua abitazione a Roma - riceve una chiamata che lo gela per i contenuti e per i modi. «Apriamo la crisi, Angelino. Ho da leggerti il comunicato che voi ministri dovrete fare vostro». Ma non c'è Berlusconi all'altro capo del telefono, bensì Ghedini, a cui il Cavaliere ha affidato il compito di avvisarlo.

È chiaro il messaggio del leader verso il vicepremier, che ascolta la lettura della nota redatta dall'ex segretario radicale: un documento violentissimo nei riguardi del presidente del Consiglio, che evoca - come nella migliore tradizione stalinista - una implicita richiesta di autoaccusa della compagine ministeriale del Pdl. Alfano, stordito e addolorato, respinge il comunicato e non solo perché «ho lavorato fino ad oggi con Enrico nel governo», ma anche perché non intende politicamente suicidarsi. Si apre una trattativa che dura più di un'ora, e tocca a Bondi la stesura di una nuova bozza, quella definitiva.

Ore 18
Berlusconi dirama la dichiarazione di guerra. A stretto giro i suoi ministri si dimettono. Per Alfano c'è solo il tempo di preavvisare il premier, che trasecola: «Ma se stavamo cercando un compromesso...». Anche Napolitano viene avvisato prima che il comunicato sia reso pubblico e non capisce, visto che solo cinque minuti prima Brunetta lo aveva informato che la trattativa era a buon punto. «Non c'è razionalità in questa vicenda», commenta il capo dello Stato: «Se alla dimensione politica si privilegia la dimensione umana, non si può costruire più nulla. Sono dispiaciuto, anche per Berlusconi, ma tutto ciò con la politica non c'entra nulla».

Nel frattempo Alfano si mette alla ricerca degli altri ministri. Si trovano subito la De Girolamo e la Lorenzin, che sta passeggiando in riva al mare. Quagliariello è in attesa della partita del Napoli e resta di sale: «Sono pronto a dimettermi ma non sono d'accordo. Perché questo gesto non serve né al Paese né al centrodestra né a Berlusconi. Così ci mettiamo contro quel mondo che vogliamo rappresentare».

Resta da trovare Lupi, e si fatica. Il titolare dello Sviluppo economico è a messa con Carron, il leader spirituale di Cl. La scorta gli porta il cellulare in chiesa. «Maurizio ti devi dimettere», e in sottofondo sale il canto dell'Alleluja. «Maurizio, Berlusconi ha aperto la crisi», e dalla cornetta si sente il sacerdote che invita i fedeli a scambiarsi il segno della pace.

La pace non c'è più nel Pdl, che ribolle come una tonnara. Il rischio di una spaccatura è elevato e - chissà - forse messo nel conto dallo stesso Berlusconi, che un anno fa coltivò l'idea dello spacchettamento del partito. «Un partito in mano ai falchi non è il nostro partito», attacca infatti uno dei ministri, che si appresta a chiedere una «verifica interna».

Ma a chi, al Cavaliere? Sembra la vigilia dell'otto settembre. Mentre a Milano Verdini e Santanchè festeggiano, a Roma la compagine di governo appena dimessasi va a casa di Alfano, che intanto ha avuto modo di sentire - brevemente - il «dottore». L'ormai ex vice premier, verso cui i suoi stessi amici muovono critiche per non aver vigilato abbastanza sul partito, si trova ora tra Scilla e Cariddi: tra Berlusconi, che comunque continua a volere accanto a sé «Angelino», e le sirene centriste che confidano cambi rotta. La guerra lampo è iniziata, lascerà molti cadaveri sul campo.

 

 

BERLUSCONI FRANCESCA PASCALE SILVIO BERLUSCONI E DUDU MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO SILVIO BERLUSCONI OSSERVA LA SUA GIGANTOGRAFIA NELLA NUOVA SEDE FORZA ITALIA FOTO LAPRESSE SILVIO BERLUSCONI TAGLIA IL NASTRO NUOVA SEDE FORZA ITALIA FOTO LAPRESSE berlusconi videomessaggio berlusconi senato zero processo ruby Bele n Rodriguez il suo avvocato e lavvocato di Berlusconi Niccolo Ghedini fdccmr20 berlusconi ghedini lettaCAPEZZONE Franceschini, Quagliariello e LettaGaetano Quagliariello e Giuliano Amato BEATRICE LORENZIN GAETANO QUAGLIARIELLO QUAGLIARELLO, BRAMBILLA, SANTANCHECLAUDIO VELARDI GAETANO QUAGLIARIELLO - copyright Pizzi

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

xi jinping donald trump iran cina

DAGOREPORT – LA CINA ENTRA IN GUERRA? L’ORDINE DI TRUMP DI BLOCCARE "QUALSIASI NAVE CHE TENTI DI ENTRARE O USCIRE DALLO STRETTO DI HORMUZ E DAI PORTI IRANIANI" NON POTEVA NON FAR INCAZZARE IL DRAGONE, PRINCIPALE ACQUIRENTE DI GREGGIO IRANIANO – SE NON VIENE REVOCATO IL BLOCCO, PECHINO MINACCIA DI FAR SALTARE L’ATTESO INCONTRO AL VERTICE CON XI JINPING, IN AGENDA A MAGGIO A PECHINO - DI PIU': IL DRAGONE SI SENTIRÀ AUTORIZZATO A RIBATTERE CON RAPPRESAGLIE POLITICHE CHE POTREBBERO TRASFORMARSI IN RITORSIONI MILITARI - L'ARABIA SAUDITA IMPLORA TRUMP DI FINIRLA DI FARE IL VASSALLO DI ISRAELE E DI TORNARE AL TAVOLO DEI NEGOZIATI CON L'IRAN. RIAD TEME CHE TEHERAN POSSA SCHIERARE I SUOI ALLEATI HOUTHI IN YEMEN PER BLOCCARE LO STRETTO DI BAB AL-MANDEB, UN'ARTERIA VITALE CHE TRASPORTA IL 10% DEL COMMERCIO GLOBALE TRA L'ASIA E I MERCATI EUROPEI ATTRAVERSO IL CANALE DI SUEZ, DETTA "PORTA DELLE LACRIME"…

meloni orban trump netanyahu papa leone

DAGOREPORT - REFERENDUM, GUERRA DEL GOLFO, ORBAN, PAPA LEONE: UNA BATOSTA DOPO L'ALTRA. IL BLUFF DEL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA È GIUNTO AL CAPOLINEA: MEJO PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E NETANYAHU, DUE TIPINI CON GROSSI PROBLEMI DI SALUTE MENTALE, PRIMA DI ANDARE A FAR COMPAGNIA AI GIARDINETTI AL SUO AMICO ORBAN - SOLO L'EROSIONE DEI CONSENSI LE HA FATTO TROVARE IL CORAGGIO DI CONDANNARE,  DOPO UN TRAVAGLIO DI SETTE ORE, IL BLASFEMO ATTACCO DEL SUO "AMICO" DI WASHINGTON AL PONTIFICATO DI PAPA PREVOST (SUBITO BASTONATA DA TRUMP: "SU DI LEI MI SBAGLIAVO") - OGGI E' STATA COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE DAL "BOMBARDIERE" NETANYAHU, ANNUNCIANDO LA SOSPENSIONE DEL RINNOVO DEL PATTO DI DIFESA CON ISRAELE (ARMI, TECNOLOGIA, INTELLIGENCE) – CHISSÀ SE IL RINCULO INTERNAZIONALE DELLA DUCETTA AZZOPPATA RIUSCIRA' ANCORA AD ABBINDOLARE GLI ITALIANI….

donald trump papa leone xiv marco rubio jd vance andrea riccardi

DAGOREPORT - È FINITA LA PRESIDENZA TRUMP, È INIZIATO IL PONTIFICATO DI LEONE! SI MUOVE LA “RETE” VATICANA LEGATA ALL’AMERICA LATINA PER “NEUTRALIZZARE” IL BIS-UNTO DEL SIGNORE - IL RUOLO DI MARCO RUBIO, CATTOLICO E FIGLIO DI ESULI CUBANI CHE, A DIFFERENZA DEL NEO-CONVERTITO JD VANCE CHE HA AGGIUNTO BENZINA AL DELIRIO BLASFEMO DI TRUMP ("IL PAPA SI ATTENGA AI VALORI MORALI"), È RIMASTO IN SILENZIO, IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME DI VEDERE GALLEGGIARE A NOVEMBRE, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM, IL CIUFFO DEL TRUMPONE - IN CAMPO LA COMUNITA' DI SANT’EGIDIO CON LA SUA POTENTE RETE DI WELFARE E DIPLOMAZIA - IL PROSSIMO SCHIAFFO DI LEONE AL TRUMPISMO CRIMINALE: DOPO AVER DECLINATO L'INVITO A CELEBRARE IL 250° ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA AMERICANA ALLA CASA BIANCA, IL 4 LUGLIO DEL 2026 PREVOST VISITERÀ LAMPEDUSA. UN POSTO E UNA DATA DI SICURO NON SCELTI PER CASO...

meloni berlusconi tajani marina pier silvio barelli

DAGOREPORT – MELONI IN TILT CON IL SUO PRIMO "AIUTO-CAMERIERE" TAJANI RIDOTTO DAI BERLUSCONES A UNO ZOMBIE: LA DUCETTA HA BISOGNO PIU' CHE MAI DI AVERE A SUA DISPOSIZIONE FORZA ITALIA NELLA MAGGIORANZA MA "LA FAMIGLIA" NE HA PIENE LE SCATOLE DELL'AUTORITARISMO DEI "CAMERATI D'ITALIA", VUOLE UN PARTITO DAL VOLTO NUOVO, LIBERALE E MODERATO, CON BUONI RAPPORTI CON L'UE, AVVERSO SIA AL TRUMPISMO SIA AL PUTINISMO - GIA' AVVISATA LA "FIAMMA MAGICA" CHE MEDIASET NON SARA' PIU' DISPONIBILE A FARE IL MEGAFONO DEL MELONISMO AVARIATO - ORA TAJANI SARÀ MESSO ALLA PROVA SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE CHE FAVORISCE SOLO FDI – LA “NUOVA” FORZA ITALIA NON ANDRA' A SINISTRA, RIMARRÀ NEL GOVERNO FINO AL 2027 MA, PRIMA DELLE ELEZIONI, SI DOVRÀ RIDISCUTERE IL PROGRAMMA DELLA COALIZIONE - SE NON SI TROVERA' LA QUADRA, FORZA ITALIA AVRA' LE MANI LIBERE: DEL RESTO, IL PPE (DI CUI GLI AZZURRI FANNO PARTE) IN EUROPA E IN GERMANIA, GOVERNA CON I SOCIALISTI....