NON MI VENDOLA ALL’ILVA - INDAGATO PER CONCUSSIONE NICHI SI PROCLAMA INNOCENTE DI AVER FAVORITO LA FAMIGLIA RIVA CON CONTROLLI PILOTATI

Davanti al microfono di una conferenza stampa non prevista misura ogni parola, parla di «un momento di grande turbamento», giura che lui e la sua giunta hanno sempre «tenuto la schiena dritta», dichiara di avere «fiducia nella magistratura». Ma con gli amici e lontano da telecamere e taccuini, il governatore pugliese Nichi Vendola non nasconde un po' di rabbia e amarezza: «Io sono una persona perbene, non sono mai stato a libro paga di nessuno e questa è l'ingiustizia più grande della mia vita».

Ieri mattina la Guardia di finanza ha notificato anche a lui l'avviso di chiusura delle indagini per disastro ambientale sull'acciaieria più grande d'Europa. Il presidente della regione è indagato (per lui l'accusa di concussione) assieme ad altre 49 persone e alle tre società della famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento, mentre dall'altra parte della barricata c'è un elenco di 258 danneggiati, 242 dei quali vivono nelle case del quartiere Tamburi, proprio a ridosso delle ciminiere e dei parchi minerari.

Nella lista degli accusati ci sono da sempre il patron dello stabilimento Emilio Riva e i suoi figli Nicola e Fabio, ma anche i vertici amministrativi dell'Ilva, e poi assessori, tecnici, un carabiniere, un magistrato in aspettativa, due avvocati, un funzionario ministeriale, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, l'ex presidente del Siderurgico Bruno Ferrante, l'ex presidente della provincia Gianni Florido...

L'indagine partita a giugno del 2010 per l'eccesso di diossina trovata nelle carni di un gregge di pecore ha fatto molta strada. Un percorso lungo e accidentato, segnato da una guerra continua fra la procura tarantina e i dirigenti dell'acciaieria e, soprattutto nel corso del 2012, fra i magistrati e i politici che se ne sono occupati a livello nazionale con il cosiddetto decreto «Salva-Ilva».

Le carte dell'inchiesta descrivono tangenti e corruzione, un «atteggiamento di generale favore nei confronti dell'Ilva» che, dicono i pubblici ministeri, per anni ha inquinato producendo malattia e morte e risparmiando miliardi che avrebbe dovuto investire nella sicurezza e nella bonifica degli impianti.

Molti dei reati contestati oggi riguardano quel che secondo gli inquirenti non è stato fatto per proteggere la salute dei tarantini o per costringere la famiglia Riva a mettere l'acciaieria sulla strada del risanamento. Controlli pilotati, occhi chiusi davanti a delitti ambientali oppure tecnici da osteggiare per il loro comportamento anti-Ilva. È di quest'ultimo genere l'episodio che ha portato guai giudiziari a Nichi Vendola.

Parliamo di Giorgio Assennato, professore ordinario di Medicina del lavoro all'Università di Bari e direttore generale dell'Arpa Puglia,l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente. Il governatore è accusato di aver fatto pressioni sul professore («mediante minaccia implicita della mancata riconferma dell'incarico») perché ammorbidisse la posizione dell'Arpa sulle emissioni nocive degli impianti e consentisse quindi all'Ilva «l'attività produttiva ai massimi livelli, senza riduzioni».

In un incontro del 22 giugno 2010 Vendola avrebbe detto ad alcuni dei suoi funzionari che «così com'è l'Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto...» aggiungendo che in nessun caso l'attività produttiva dello stabilimento avrebbe dovuto subire ripercussioni. Il governatore avrebbe poi convocato un nuovo incontro chiamando anche Assennato che però venne stranamente tenuto fuori dalla porta.

Fu Girolamo Archinà, l'uomo delle relazioni istituzionali dell'Ilva (indagato), a spiegare alla famiglia Riva che «Vendola è imbufalito con Assennato», (uomo «da distruggere») e che era stato siglato un accordo con Vendola per «sconfessare l'Arpa Puglia». Il grande torto del direttore generale dell'Arpa era aver certificato il raddoppio delle emissioni (rispetto ai dati precedenti) nel periodo gennaio/maggio 2010, causando così l'apertura di una nuova inchiesta.

Ora: Assennato dovrebbe essere una vittima di tutto questo. Ma lui per primo non si è mai definito tale. E nega di aver mai ricevuto pressioni. Dice che non ricorda «assolutamente nulla» dell'incontro in cui fu tenuto fuori gioco, né ricorda che un altro degli indagati di oggi gli avrebbe detto in quell'occasione che i dati tecnici sono «come bombe carta che si trasformano in bombe a mano». Proprio perché nega tutto Assennato ora è inquisito per favoreggiamento.

C'è una sola conversazione diretta fra Archinà e Vendola nella quale il presidente «afferma chiaramente di non voler rinunciare all'Ilva» (così dice il gip). Vendola era appena tornato da un viaggio in Cina e chiese ad Archinà di organizzare una visita a Emilio Riva: «Mettiamo subito in agenda un incontro» progettò. Voleva che il patron dell'acciaieria fosse rassicurato: «State tranquilli, non è che mi sono scordato (...). Non mi sono defilato» spiegò il presidente della Regione ad Archinà.

Fra gli indagati di ieri c'è anche Dario Ticali, capo della commissione tecnica che il 4 agosto 2011 rilasciò l'autorizzazione integrata ambientale (Aia) all'Ilva. I magistrati lo accusano di aver tenuto «contatti non istituzionali» con lo stabilimento consentendo «al gruppo Riva di avere una bozza del provvedimento ed eliminare così prescrizioni non gradite».

Il coinvolgimento della Commissione Aia apre la possibilità di un livello romano dell'inchiesta. In teoria nessuna delle persone che lavorarono all'autorizzazione integrata può sentirsi al sicuro da nuove indagini.

 

 

Letta e Vendola foto BOLDRINI E VENDOLA MAURO FORTINI DIETRO NICHI VENDOLA Nicki Vendola EMILIO RIVA - ILVAEMILIO RIVA jpegNicola Riva banch ilva ILVA DI TARANTO

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