1- UNA NUOVA MANOVRA DEL CAV.: SPINGERE ALLE DIMISSIONI TREMENDINO TREMONTI 2- “VI SEMBRA POSSIBILE CHE POSSA STARE AL SUO POSTO UN MINISTRO CHE VA DICENDO IN GIRO, URBI ET ORBI, CHE LUI CI HA MESSO TRE ANNI PER COSTRUIRE LA CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE DELL’ITALIA MENTRE IO L’HO DISTRUTTA IN TRE SETTIMANE?” 3- “NOI GLI SALVIAMO LA PELLE È LUI PARTE PER WASHINGTON SENZA SPOSTARE IL VOLO DI ALCUNE ORE PER AIUTARE IL SUO EX COLLABORATORE CHE GLI FACEVA IL LAVORO SPORCO” 4- GIULIETTO NON POTRÀ CHE TOGLIERE IL DISTURBO QUANDO VERRÀ MESSO IN PRATICA LA MOSSA DECISA IERI DAL CAVALIER PATONZA CON I VERTICI DELLA MAGGIORANZA: ESAUTORARE IL MINISTRO DELL'ECONOMIA DA OGNI DECISIONE SUI PROVVEDIMENTI PER LO SVILUPPO 5- ESAUTORATO. NON SOLO NEL PDL. ANCHE NELLA LEGA LA ROTTURA SI è CONSUMATA E SU QUESTO MARONI, SEMPRE PIÙ FORTE NEL CARROCCIO, HA UN RUOLO NON SECONDARIO 6- MILANESE: “NON DOVEVA MANCARE. MI SONO SACRIFICATO PER LUI. SONO NAUSEATO” 7 – DAGONOTIZIA: SON BEN CINQUE MESI CHE TREMONTI NON RIVOLGE Più VERBO A MILANESE

MEGLIO
Jena per "la Stampa"

Parafrasando la vecchia massima garantista, la Camera ha deciso che è meglio un colpevole in libertà di un colpevole in galera.

1- E IL PREMIER SBOTTA: "GIULIO? UMANAMENTE IMMORALE"
Amedeo La mattina per La Stampa

Berlusconi vuole tagliare la testa a Tremonti. «Vi sembra possibile che possa stare al suo posto un ministro che va dicendo in giro, urbi et orbi, che lui ci ha messo tre anni per costruire la credibilità internazionale dell'Italia mentre io l'ho distrutta in tre settimane?». Non è ancora il ben servito ma ci siamo molto vicini. Il Cavaliere ha fatto partire la manovra per costringere l'inquilino di via XX Settembre alle dimissioni.

Non sarà però il premier a chiederle espressamente: al ministro dell'Economia non rimarrà altro da fare quando prenderà atto di essere stato esautorato. Non solo nel suo partito, il Pdl. Anche nella Lega la rottura sembra essersi consumata e su questo Maroni, sempre più forte nel Carroccio, ha un ruolo non secondario.

«Avete ragione», ha risposto Berlusconi ad alcuni ministri che ieri, dopo il consiglio dei ministri, si lamentavano dell'insostenibile presenza di Giulio nel governo, dei suoi comportamenti saccenti e non collaborativi , della sua «intollerabile» assenza in aula per il voto su Milanese. «Noi gli salviamo la pelle - ha osservato uno di loro - è lui parte per Washington senza spostare il volo di alcune ore per venire in aiuto del suo ex collaboratore che gli faceva il lavoro sporco».

«Avete ragione. Tra l'altro - ha osservato il Cavaliere - io ci ho messo la faccia per salvare Milanese mentre lui se n'è lavato le mani come Ponzio Pilato. Dal punto di vista umano è immorale». Il premier ha spiegato che, vista la situazione italiana sui mercati internazionali, non potrà fare il primo passo: «Non posso fare quello che vorrei e dovrei fare, cioè chiedere le sue dimissioni».

Tremonti però non potrà che togliere il disturbo quando verrà messo in pratica la mossa decisa ieri da Berlusconi con i vertici della maggioranza: esautorare Giulio da ogni decisione sui provvedimenti per lo sviluppo. Nelle intenzioni del presidente del Consiglio c'è molta carne a fuoco, anche per abbattere il debito pubblico. Si ragiona sulla vendita di una parte del patrimonio dello Stato, della dismissione di asset non strategici delle aziende pubbliche e di un intervento sulle pensioni. Lo stesso Bossi, su quest'ultimo argomento, sembra più morbido a condizione che i diritti acquisiti vengano salvaguardati.

Quanto di tutto questo verrà fatto è tutto da vedere. Anche perché nella carica berlusconiana c'è altro. La giustizia, le intercettazioni e l'accelerazione sul processo lungo per evitare la condanna a Milano per la vicenda Mills. La prescrizione avverrà comunque durante il secondo grado di giudizio, ma il premier non vuole nessuna macchia: una condanna entro dicembre, anche se in primo grado, gli renderebbe la vita ancora più complicata.

Già immagina i commenti della stampa nazionale e internazionale, le pressioni del Quirinale, l'imbarazzo di Napolitano di avere a Palazzo Chigi un presidente del Consiglio azzoppato. Tutto questo mentre continua il bagno di sangue della Borsa e lo spread è schizzato oltre i 400 punti. Come potrà reggere la maggioranza ancora a lungo?

Berlusconi è convinto di poter tirare dritto e pensa di mettere mano pure alla legge elettorale se a gennaio la Corte Costituzionale darà il via libera ai referendum. La pratica è già stata assegnata al coordinatore Verdini che avrebbe in mente di preparare una proposta sul modello elettorale spagnolo, con l'indicazione del premier. Ma su questo ancora le idee non collimano con quelle della Lega.

In ogni caso il Cavaliere è convinto che salvare la pelle e di recuperare consensi. «Mi fanno sempre il funerale ma il morto non c'è mai». Pensa alla controffensiva, di tagliare le unghie ai magistrati e allo «Stato di polizia». E per far capire che non molla e non arretrerà di un millimetro su tutti i fronti ha espresso tutta la sua «stima e fiducia» al ministro Romano, accusato di mafia e sul quale si voterà la prossima settimana.

Ma il suo colpo grosso per pacificare la maggioranza è far fuori Tremonti. Il pallino sull'economia dovrà passare totalmente a Palazzo Chigi, nelle mani del premier e di una cabina di regia composta da un gruppo di ministri e di economisti. Un ruolo importante lo avrà l'ex ministro Martino, uno dei più acerrimi nemici di Tremonti. Una task force che dovrà rispondere con forza alla richiesta di rilanciare l'economia, come viene chiesto dall'Europa, dal Quirinale e dalle forze sociali, a cominciare dalla Confindustria.

Dovrà essere tagliato ulteriormente il debito pubblico, ritornando alla carica con un intervento sulle pensioni e questa volta, assicura il premier, Bossi non potrà dire di no. A quel punto, a Tremonti non rimarranno che due strade: o adeguarsi alla nuova musica oppure dimettersi. Non sarà il Cavaliere a fare il primo passo. Ma a Palazzo Grazioli spiegano che la misura è colma, soprattutto dopo la sua assenza di ieri al voto sull'arresto di Milanese.

2- "GIULIO? MI SONO SACRIFICATO E LUI OGGI MI HA TRADITO"
di Fabrizio d'Esposito per Il Fatto


Sono le 12 e 11 e i tabelloni luminosi comunicano l'esito della votazione. Marco Mario Milanese, che ha appena spinto il tasto verde per salvare se stesso e il governo di B., viene inghiottito da un bosco umano di abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, buffetti sulla testa o sulle guance. Più che una festa, una processione senza applauso finale. Sull'esultanza repressa della maggioranza pesano sette franchi tiratori. Parecchi deputati del Pdl salgono come formiche impazzite verso la penultima fila del quarto blocco dell'aula di Montecitorio, da destra verso il centro, lo stesso dove stanno i finiani del Fli. È li che è seduto Milanese.

Il suo compagno di banco e confidente si chiama Maurizio Del Tenno, lombardo del Pdl. Dietro, c'è un altro amico del finanziere diventato tremontiano , l'ex ministro Andrea Ronchi. Il primo a congratularsi è Luca Barbareschi, seguono in ordine sparso la Carlucci, il previtiano Donato Bruno, Melania Rizzoli, Pionati, Aracu, la Santelli, la Aprea. Quando arriva Marcello de Angelis, direttore del "Secolo d'Italia", s'intuisce che qualcosa non va, nonostante la vittoria. Con le mani, de Angelis indica il numero sette. Milanese chiede: "Chi mi ha tradito?". Poi esce fuori a fumare una sigaretta, nel piano ammezzato che circonda l'emiciclo, e consegna parole dure ad altri due colleghi di partito: "Tremonti non c'era, mi ha deluso, non doveva mancare. Mi sono sacrificato per lui. Sono nauseato". Qualche minuto più tardi s'intrattiene a parlare con il premier.

Lo sfogo dell'ex consigliere del ministro dell'Economia circola subito nella pancia del Pdl. Daniela Santanché , in primissima fila tra i falchi, cavalca subito l'onda: "Tremonti è stato umanamente vergognoso". Stesso tono per Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa: "L'assenza del ministro è un forte indicatore di quanto vale l'uomo". Si esprime anche l'ex ministro Antonio Martino, tessera numero due di Forza Italia: "Da Tremonti un gesto inelegante".

Lo stesso premier, infastidito e scuro in volto, elude una domanda dei giornalisti in merito. La correzione di rotta arriva nel pomeriggio. Dal ministero dell'Economia si precisa che Tre-monti è in viaggio per New York, per la riunione del Fondo monetario internazionale. Un impegno già previsto e comunicato l'altra sera a Palazzo Chigi.

Più rilassato, ore dopo, Milanese smentisce il suo sfogo a caldo davanti alle telecamere di "Porta a porta" su Raiuno, dove racconta la sua versione dei fatti sulle accuse per la P4 e la casa condivisa con Tremonti: "Mi pagava in contanti l'affitto perché ritirava lo stipendio in contanti". Nello studio di Vespa si conclude per lui una giornata campale: "Non mi permetto di criticare l'assenza di Tremonti. Ci diamo ancora del lei e non abbiamo alcun rapporto strano e opaco. Durante il voto ho pensato solo alla mia famiglia, a mia figlia e alla mia compagna che continueranno a soffrire perché c'è ancora il processo".

Una giornata campale e completamente diversa da quella del 3 agosto scorso, nel pieno dello scontro fra Tremonti e il resto della maggioranza sulla prima versione della manovra. Il 3 agosto la solitudine dell'uomo di Tremonti fu palese nell'aula di Montecitorio. Il Pdl votò per autorizzare l'apertura delle cassette di sicurezza di Milanese, ma disse di no all'utilizzo di alcune intercettazioni contro Denis Verdini nell'inchiesta sul G8.

Due settimane prima, poi, il sì all'arresto di Alfonso Papa, altro volto noto in quota P4 della banda degli onesti guidata da Angelino Alfano. Il tempo però ha giocato per Milanese, complice, checché ne dica lui, l'origine dei rapporti con Tremonti (quali segreti?) e i crediti di amicizia accumulati con molti deputati del Pdl (l'ex finanziere è sempre stato il paziente ambasciatore in Parlamento dell'inavvicinabile ministro).

Ieri mattina, a Montecitorio, è arrivato alle nove, in anticipo di un'ora sull'inizio del dibattito. Fini gli ha stretto la mano mentre lui cercava i deputati di Forza del Sud, gli scissionisti siciliani di Micciché, storico avversario di Milanese. I due si sono parlati in nome della ragion di Stato e del timore di un giudizio di Dio su Berlusconi. Problema risolto. A parte quei sette franchi tiratori, una sbavatura che macchia una liberazione attesa da mesi. Seduto in alto, Milanese ha la visuale di un'aula che, quasi per intero, gli volge le spalle. Ma nel segreto dello scrutinio elettronico la metà dell'emiciclo si è girata verso di lui, sorridendo.

 

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