LA PACE TRA USA E IRAN PASSA PER NETANYAHU. ED È UNA PESSIMA NOTIZIA PER TRUMP – IL CONFLITTO NEL GOLFO E L’OFFENSIVA ISRAELIANA IN LIBANO NON SONO CRISI PARALLELE, SONO I DIVERSI FRONTI DELLA STESSA TRATTATIVA REGIONALE – L’AMBASCIATORE SEQUI: “TRUMP CERCA UNA DE-ESCALATION DA PRESENTARE COME UNA VITTORIA. L'IRAN CERCA UNA SOPRAVVIVENZA DA PRESENTARE COME UNA VITTORIA. NETANYAHU CERCA DI MASSIMIZZARE LA PROPRIA LIBERTÀ D'AZIONE PRIMA CHE UN EVENTUALE ACCORDO LA LIMITI. OGGI IL PROBLEMA NON È PIÙ SE WASHINGTON E TEHERAN RAGGIUNGERANNO UN'INTESA. È SE IL LIBANO CONSENTIRÀ A QUELL'INTESA DI TRASFORMARSI IN UN NUOVO EQUILIBRIO REGIONALE...”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
BENJAMIN NETANYAHU DONALD TRUMP
Mentre Usa e Iran continuano a negoziare una possibile intesa, Israele amplia le operazioni nel Libano meridionale e minaccia di colpire Beirut. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu si è riunito d'urgenza su richiesta francese, mentre Washington prepara nuovi colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi.
Non sono crisi parallele. Sono i diversi fronti della stessa trattativa regionale. […] Paradossalmente, il dossier più vicino alla stabilizzazione è quello che ha prodotto la guerra, l'Iran; quello più vicino all'esplosione è quello che dovrebbe consolidarne la fine, il Libano. Ed è proprio il secondo che rischia di compromettere il primo, per tre ragioni.
Primo. La guerra ha raggiunto il punto in cui i costi crescono più rapidamente dei vantaggi. Gli Usa hanno dimostrato di poter colpire l'Iran. L'Iran ha dimostrato di poter destabilizzare, tramite Hormuz, i mercati energetici. Entrambi hanno scoperto che possono infliggere danni ma non come trasformarli in una vittoria. […]
Secondo. L'intesa in discussione non è ancora un accordo, ma una procedura per continuare a negoziare. Usa e Iran stanno cercando una formula che consenta di riaprire Hormuz e rinviare a successivi negoziati le questioni più controverse del dossier nucleare. È un accordo sul fatto di continuare a negoziare un accordo.
Castello di Beaufort in libano conquistato dall esercito israeliano
Questo spiega il peso del primo fantasma che aleggia sul negoziato: Obama. Per anni Trump ha costruito la propria critica dell'Iran contro l'accordo del 2015, negoziato da Obama. Oggi rischia di dover accettare soluzioni non troppo lontane da quelle che aveva denunciato. Il problema per Trump non è soltanto trovare un compromesso, ma di trovarne uno che non assomigli a una smentita di sé stesso.
Il secondo fantasma è Netanyahu. Ogni progresso nei colloqui con Teheran aumenta il rischio che Israele debba limitare la propria libertà d'azione in Libano.
Terzo. Il vero motore della crisi non è stato il nucleare ma Hormuz. Per mesi il dibattito si è concentrato sull'arricchimento dell'uranio. In realtà è stato il rischio energetico a determinare il ritmo delle decisioni. I primi segnali di normalizzazione emergono proprio nello Stretto, dove il traffico marittimo riprende lentamente. Il negoziato produce effetti a Hormuz più rapidamente che in Libano.
benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2
Ed è proprio questo squilibrio a mettere il Libano al centro della crisi. Qui non si scontrano soltanto Israele ed Hezbollah ma due idee incompatibili dell'ordine regionale. Washington vuole separare le crisi. Teheran vuole unirle.
Per Teheran non può esistere una pace separata tra Usa e Iran se continua la guerra contro Hezbollah. L'obiettivo iraniano non è chiudere un conflitto. È ridefinire il significato stesso del cessate il fuoco.
[…] Teheran ha minacciato di sospendere i contatti indiretti con Washington; ha evocato nuove restrizioni a Hormuz e ha lasciato intendere che potrebbe attivare altri fronti. Ma continua contemporaneamente a utilizzare i canali di mediazione. […]
CARTELLONE SULLA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ A TEHERAN
Questi sviluppi sono importanti per tre ragioni. Innanzitutto, il Libano diventa una condizione del negoziato, non più soltanto una sua conseguenza. Secondo. L'Iran regionalizza la crisi collegando Libano, Hormuz e Asse della Resistenza. Terzo. Emerge una divergenza crescente tra le priorità strategiche Usa e quelle di Israele.
Le dichiarazioni di Trump sono particolarmente rivelatrici. Da un lato sostiene di aver fermato l'ingresso dell'Idf a Beirut e ottenuto da Hezbollah un impegno alla cessazione degli attacchi. Dall'altro minimizza la possibile sospensione dei colloqui con Teheran. La contraddizione è solo apparente. La priorità della Casa Bianca non è solo il negoziato nucleare. È impedire che il Libano lo faccia saltare.
raid israeliani nel sud del libano
Israele ragiona diversamente. Sul piano tattico Netanyahu vuole contenere Hezbollah, ristabilire la deterrenza e ridurre le critiche interne in vista delle elezioni. Sul piano strategico persegue un obiettivo diverso.
Teme che un'intesa tra Usa e Iran riduca la libertà operativa israeliana. Per questo cerca di accumulare vantaggi prima che la diplomazia restringa lo spazio della forza. Crea fatti compiuti per migliorare la posizione israeliana che potrebbe emergere dopo l'intesa.
In sintesi, Trump cerca una de-escalation da presentare come una vittoria. L'Iran cerca una sopravvivenza da presentare come una vittoria. Netanyahu cerca di massimizzare la propria libertà d'azione prima che un eventuale accordo la limiti.
DONALD TRUMP AL GUINZAGLIO DI BENJAMIN NETANYAHU - ILLUSTRAZIONE DI MARILENA NARDI PER DOMANI
Oggi il problema non è più se Washington e Teheran raggiungeranno un'intesa. Il problema è se il Libano consentirà a quell'intesa di trasformarsi in un nuovo equilibrio regionale. Perché la guerra potrebbe terminare nel Golfo e continuare lungo il Litani. Potrebbe, cioè, emergere un accordo senza che emerga una pace.
E in quel caso il Medio Oriente entrerebbe in una lunga transizione tra una guerra conclusa e una pace mai realmente costruita.
STRETTO DI HORMUZ - CRISI ENERGETICA
raid israeliani nel sud del libano
