paolo guzzanti

“FRANCO EVANGELISTI MI RIVELÒ CHE CALTAGIRONE OGNI VOLTA CHE LO CHIAMAVA GLI DICEVA: ‘A FRA CHE TE SERVE?’” - PAOLO GUZZANTI RIEVOCA GLI ANNI A “REPUBBLICA” E LA STORICA INTERVISTA A EVANGELISTI, BRACCIO DESTRO DI ANDREOTTI: “VUOTÒ IL SACCO, CONFIDANDOMI CHE ‘QUI AVEMO RUBATO TUTTI’ - ERO NELL’UFFICIO DI SCALFARI QUANDO LO CHIAMÒ EVANGELISTI, FURIBONDO: ‘MORTACCI TUA, MA CHI CAZZO MI HAI MANDATO IERI?’. E SCALFARI, IMPASSIBILE: ‘NON DIMENTICARE CHE SEI UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA!’. EVANGELISTI FU COSTRETTO ALLE DIMISSIONI. CALTAGIRONE NON SMENTÌ MAI QUELLA FRASE. È INCREDIBILE CHE A NESSUN MAGISTRATO VENNE VOGLIA DI INDAGARE A FONDO” – L’IMITAZIONE DI PERTINI E QUELLA VOLTA CHE L’EX PRESIDENTE CHIAMO’ IN REDAZIONE…

Articolo di Concetto Vecchio per “la Repubblica” - Estratti

 

Paolo Guzzanti, la sua intervista a Franco Evangelisti, "A Fra' che te serve?", è una pietra miliare nella storia di Repubblica. 

paolo guzzanti

«Fu un bello scoop. Ma mi lasciò una certa melancolia perché quel poveretto di Evangelisti immaginava che io, come i miei genitori, fossi un amico di Andreotti. E così vuotò il sacco, confidandomi che "qui avemo rubato tutti"». 

 

Come nacque? 

«L'intervista mi era stata affidata con l'intento di proteggere Evangelisti, il braccio destro di Giulio Andreotti, allora ministro della Marina mercantile. Era stato tirato in ballo dall'Espresso di Livio Zanetti per una faccenda di assegni che il costruttore Gaetano Caltagirone gli aveva girato». 

 

giulio andreotti franco evangelisti

Era riparatrice? 

«Evangelisti chiamò Scalfari, disse che voleva chiarire la storia di questi finanziamenti alla corrente andreottiana della Dc. E Scalfari gli disse: "Ti mando Guzzanti"». 

 

Vi conoscevate? 

«Assolutamente no. Lo raggiunsi al ministero.  Evangelisti mi accolse in maniche di camicia, nell'androne, festoso come se avesse rivisto un vecchio amico. Mi sussurrò nell'orecchio: "Lo sai, vero, che tu madre e tuo zio sono grandi amici di Giulio?"». 

 

(...)

Evangelisti le rivelò che Caltagirone ogni volta che lo chiamava gli diceva: "A Fra che te serve?". 

«Sì, ma lo fece dentro un ragionamento tutto difensivo, tranquillizzante. Disse che così facevano tutti». 

 

Evangelisti volle rileggerla? 

«Mmm. No. Consapevole delle dichiarazioni esplosive che mi aveva fatto, la portai direttamente in tipografia.  Ora non ricordo se la titolai io stesso lì». 

SILVIO BERLUSCONI PAOLO GUZZANTI

 

Possibile che lei la portò direttamente in tipografia? 

«Sì, perché temevo che non sarebbe passata. Lo scandalo che ne sarebbe seguito sarebbe stato un colpo definitivo alle residue possibilità del compromesso storico a cui Repubblica offriva il suo appoggio». 

 

Ma uscì, a pagina 3, il 28 febbraio 1980. 

«All'indomani infatti scoppiò la bomba. Scalfari si divertì moltissimo. Ero nel suo ufficio quando lo chiamò Evangelisti, furibondo: "Mortacci tua, ma chi ca…mi hai mandato ieri?". E Scalfari, impassibile: "Franco, non dimenticare che sei un ministro della Repubblica!"». 

franco evangelisti

 

Evangelisti fu costretto alle dimissioni. 

«Era la rivelazione di Tangentopoli con dodici anni di anticipo: Evangelisti aveva squadernato un sistema. Ma fece scalpore solo per la franchezza di quella frase, il romanesco losco, che Caltagirone non smentì mai. È incredibile che a nessun magistrato venne voglia di indagare a fondo». 

 

Com'era arrivato a Repubblica? 

«Per caso. Nel dicembre del 1975 ero a Genova in ospedale da un caro amico dell'Espresso, Giampaolo Bultrini, che aveva avuto un grave incidente. In quell'occasione conobbi Serena Rossetti, la compagna di Scalfari, che era la segreteria di redazione dell'Espresso. "Eugenio sta lavorando a un quotidiano, perché non ti proponi?"». 

 

Che ricordo ha di Scalfari? 

«Mi colpiva il suo ordine mentale. Aveva tutto chiaro. La sua scrivania rispecchiava questa sua attitudine: c'erano solo una penna, un taccuino, uno o due libri». 

franco evangelisti giulio andreotti

 

Com'erano le famose riunioni? 

«Anche le firme le attendevano con il batticuore. Dava le pagelle a tutti i pezzi, ottimo, discreto, pessimo. Lusingava, cazziava, puniva. Talvolta ti faceva chiamare. "Rolando, passami Guzzanti!" Rolando Montesperelli, il mitico segretario di redazione. 

Tremavamo tutti». 

 

Lei gli deve moltissimo. 

«C'era tra noi un legame profondamente umano. Mi piaceva tutto quello che faceva, la sua fantasia, i tic…» Tipo? «Diceva: "Qua è tutto un trallalà! (Guzzanti lo imita)». 

 

Lo imitava anche in redazione? 

«Sì, facevo scherzi tremendi, ai poveri colleghi…».

 

PAOLO GUZZANTI CON I FIGLI SABINA E CORRADO

Lei è famoso anche per le imitazioni di Pertini. 

(Guzzanti imita anche Pertini). «Una notte, a casa di Giovanni Minoli, presi l'agendina di Ezio Mauro, che era la più ricca dei giornalisti parlamentari, perché lui si segnava anche il numero dei giardinieri dei politici, e cominciammo a svegliare le persone. Chiami Gianni Minà, Mauro Bubbico, Flaminio Piccoli, e il presidente della Rai dell'epoca, di cui ora non ricordo il nome, e iniziai a blandirli e a rimproverarli, invitandoli tutti a pranzo al Quirinale, all'indomani». 

 

 

Si presentarono? 

«Sì, una lunga teoria di auto blu…La cosa si seppe, e cominciai a tremare. Nel pomeriggio arrivai al giornale». 

In piazza Indipendenza. 

«E mi venne incontro il caporedattore Mauro Bene, con aria angosciata. "Senti, Paolo, non è che per caso tu hai chiamato qui ieri sera, imitando Pertini?" "No, no! ", risposi, come sollevato». 

 

Aveva chiamato il vero Pertini? 

«E gli aveva risposto il caporedattore centrale, Franco Magagnini, un livornese vulcanico, a cui non andavo a genio. Era convinto che fossi io: "Aho, Guzzanti, hai rotto i coglioni con questi scherzi!". E sbatté il telefono.  Al presidente della Repubblica!». 

sandro pertini papa giovanni paolo IIcraxi giura primo ministro da pertini capo dello statoPAOLO GUZZANTIPAOLO GUZZANTIFRANCESCO COSSIGA PAOLO GUZZANTIsandro pertini

 

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