LA POLITICA È SPORCA, MA SOLO SE FATTA BENE - ARRIVA IN ITALIA LA SERIE CAPOLAVORO DELLA WEB-TV “HOUSE OF CARDS” DOVE SI VIENE A SCOPRIRE CHE IN TUTTO IL MONDO LA POLITICA È UN CASTELLO DI CARTE SPORCO DI “SANGUE E MERDA”

1. IL LATO OSCURO DELLA POLITICA
Luca Raimondo per ‘Il Fatto Quotidiano'


Ci sono personaggi che il pubblico ama odiare. E odia amare. Uno di questi è Frank Underwood, il cinico politico protagonista di House of Cards, la serie che finalmente giunge in Italia, inaugurando il nuovo canale Sky Atlantic il prossimo 9 aprile, a oltre un anno di distanza dalla sua uscita in streaming su Netflix.

Sono ormai mesi che siti e riviste specializzate non fanno che parlare dei 13 meravigliosi episodi che raccontano le trame del personaggio interpretato da Kevin Spacey, che architetta con freddezza e cinismo ogni passo della sua scalata al potere. E lo scorso 14 febbraio sono state rese disponibili online le puntate della seconda stagione, nei paesi dove Netflix è attivo.

Underwood è il majority whip, una specie di capogruppo del Partito Democratico, il cui compito principale è fare in modo che i deputati votino secondo le direttive del partito e siano presenti in aula quando serve. All'inizio della storia scopriamo che il neoletto presidente degli Stati Uniti non mantiene la promessa di nominarlo Segretario di Stato, un affronto che Underwood decide di non tollerare. "Ci sono due tipi di dolore: quello che ti rende più forte e il dolore inutile, quello che provoca solo sofferenza. E io non sopporto le cose inutili", sentenzia nella scena iniziale parlando direttamente agli spettatori nella prima, e contundente, scena del film.

Il direct address di shakespeariana memoria, scopriremo presto, sarà il filo rosso che ci accompagnerà per tutte le puntate e che consentirà al protagonista di spiegare al pubblico, passo dopo passo, i suoi schemi, le sue certezze, ma anche le paure che lo attanagliano mentre cerca di raggiungere il suo scopo. Allo stesso tempo però, costringe quasi inconsciamente lo spettatore ad immedesimarsi con il protagonista, ad accettarne il lato oscuro, magari scoprendo il proprio. Non a caso il grande drammaturgo elisabettiano lo utilizzava con alcuni dei suoi personaggi più odiosi: Riccardo III e Iago.

IL FASCINO DI RICCARDO III
Ispirata all'omonima mini-serie inglese del 1990, a sua volta tratta dal libro dell'ex collaboratore di Margaret Thatcher, Michael Dobbs, House of Cards (appena pubblicato in Italia da Fazi, 446 pag, 14,9 euro) è una straordinaria storia sul fascino del potere, su come il desiderio di dominio sia il motore di ogni relazione: "Tutto è sesso - dice ancora Frank - eccetto il sesso. Il sesso è potere". L'eccitazione è data dal controllo, l'amore è un patto rinnovato dalla sete di conquista e Frank e sua moglie Claire (la splendida Robin Wright) sono una perfetta coppia shakespeariana.

Che Shakespeare sia stato la principale fonte di ispirazione anche del libro di Dobbs, non c'è dubbio, a cominciare da Riccardo III. E sembra un curioso scherzo del destino che proprio mentre si cominciava a pensare alla versione americana, Spacey fosse impegnato nella rappresentazione teatrale di quella tragedia all'Old Vic, lo storico teatro londinese di cui da anni è direttore artistico.

"La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata per tenere in soggezione i forti", dice Riccardo, ma sembra di sentire Frank Underwood, che come lo storpio Duca di York è privo di un codice morale e come Macbeth ha bisogno di una Lady accanto a sé che lo spinga a compiere qualunque nefandezza per arrivare in cima. L'algida Claire condivide ogni scelta del marito in quella che sembra una relazione glaciale, ma è forse l'unico modo di amare possibile per chi punta alla vetta della catena alimentare e sa che può solo cacciare o essere cacciato: "Amo quella donna come uno squalo ama il sangue", dice Frank in una dichiarazione d'amore che appare come un atto di guerra contro il resto del mondo.

D'altra parte, Spacey e Wright non sono stati scelti a caso: sono sempre stati, nella mente degli autori, le sole opzioni possibili: "Se loro non avessero accettato è probabile che House of Cards non avrebbe visto la luce", ha spiegato il creatore Beau Willimon. Coinvolto fin dal primo stadio della preparazione, l'attore due volte vincitore dell'Oscar ricorda: "Con la prima stesura della sceneggiatura andammo a bussare a tutti i network e alla fine Netflix fece la migliore offerta".

Già, Netflix. Perché la grande novità di House of Cards è anche quella di essere la prima serie ad alto budget a essere prodotta dalla internet tv che nei paesi nei quali è operativa ha cambiato il modo di vedere la televisione. Il pubblico americano e britannico infatti, ha avuto a disposizione i 13 episodi contemporaneamente, decidendo come, quando e con che frequenza vederli. E magari rivederli. Un sistema che sta per essere copiato dai colossi del web, a cominciare da Apple.

NELL'ERA DI INTERNET
Lasciatevi dunque trasportare nei luoghi più oscuri della politica, dove ogni vita è sacrificabile, un voto si vende per un pugno di dollari e tutti hanno un segreto nascosto che può renderli ricattabili. Dove i giornalisti scendono a patti con il potere e capiscono troppo tardi che è impossibile uscirne indenni. Fantapolitica? Forse, ma non troppo, come spiega lo stesso Kevin Spacey: "Mentre giravamo eravamo in piena campagna elettorale. Tornavo a casa, sentivo le ultime notizie alla tv e mi dicevo: be' le nostre storie non sono poi così folli!".

Il fascino di House of Cards, infatti, non risiede solo nel suo essere un grande racconto classico sulla follia del potere, ma anche una modernissima descrizione della politica nell'era di internet, dei nuovi media e della globalizzazione. C'è il vecchio modo di gestire la macchina del consenso attraverso intrighi e prebende, utili idioti e vittime predestinate. E c'è anche il mondo del giornalismo rampante rappresentato dalla giovane reporter Zoe Barnes (Kate Mara), sempre in bilico tra la ricerca ad ogni costo della notizia e il patto col diavolo per ottenerla.

Per raccontare questo complesso universo, c'è voluto il concorso di talenti straordinari. A cominciare dal cast stellare, ovviamente, ma anche dagli autori, guidati dal giovane e talentuoso Beau Willimon, la cui esperienza di volontario nell'organizzazione delle campagne elettorali di politici di prima grandezza, come Hillary Clinton e Howard Dean, ha ispirato la sua pièce teatrale Farragut North, diventata al cinema Le Idi di Marzo di George Clooney.

Willimon non ha fatto mistero di essersi ispirato a Lyndon Johnson per il personaggio di Underwood: il vice di John Kennedy diventato presidente dopo la morte di JFK, era anch'egli un democratico del sud e, secondo lo sceneggiatore, "capace di qualunque cosa per raggiungere i suoi scopi". E poi c'è l'aspetto visivo: la Washington livida e solitaria che David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network) ha forgiato nei primi due episodi per poi lasciare il timone a consolidati professionisti come James Foley e Joel Schumacher, per arrivare, in puntate della seconda stagione, a sorprese come Jodie Foster e la stessa Robin Wright.

Non c'è quasi mai il Sole nella capitale americana e se appare, è più freddo della luce della Luna; dopo giornate passate dietro porte chiuse ci si ritrova di notte, nel buio delle proprio case, perché solo il buio rende liberi. Ma è solo un breve conforto, presto bisogna tornare sul campo di battaglia, perché come dice Frank: "Odio essere lasciato all'oscuro, ad aspettare... fare congetture... impotente..."


2. IL TRIONFO DELL'INSABBIATORE DI SCANDALI
Danilo Taino per ‘Il Corriere della Sera'

Nella Royal Gallery del Palazzo di Westminster, Lord Dobbs indica sul muro di sinistra l'enorme dipinto che celebra la vittoria di Waterloo e il Duca di Wellington; poi mostra, sulla destra, quello altrettanto grande in gloria della battaglia di Trafalgar e dell'ammiraglio Nelson. «È qui che riceviamo i presidenti francesi»,scoppia in una risata. Siamo nella madre di tutti i parlamenti o, se preferite, nella House of cards dove tutto può succedere, il tradimento coniugale e l'assassinio politico.

«Ogni Parlamento è anche una House of cards , un castello di carte - dice il pari del Regno -. A Londra, a Washington, a Parigi, a Mosca, nella Repubblica Centrafricana». Sono luoghi di ideali e di idee da agitare, saloni nei quali intimidire gli avversari con il peso della storia e del potere, ma anche corridoi di intrighi, di invidie, di sesso. Lord Dobbs - semplicemente Michael Dobbs fino al 2010 - sa di cosa parla. Il lato nobile e il lato nero della politica li ha vissuti nel cuore del carciofo in anni straordinari di battaglie parlamentari e di fervori ideologici, quando era braccio destro di Margaret Thatcher.

Questo weekend, è uscito in Italia il suo romanzo, pubblicato in Gran Bretagna a fine Anni Ottanta: House of cards (Fazi editore). È un enorme successo internazionale: ha venduto centinaia di migliaia di copie, la Bbc ne ha fatto una serie televisiva vent'anni fa, ambientata nella politica britannica, ed è la base sulla quale Netflix ne ha prodotta una seconda l'anno scorso, che ha fatto impazzire americani e cinesi, protagonista Kevin Spacey, al cuore del potere più puro nel Campidoglio di Washington.

Dobbs, 65 anni, era il capo dello staff del partito conservatore prima e dopo l'elezione di Maggie Thatcher a primo ministro. «Tra i miei compiti c'era quello di tenere sotto controllo la vita politica dei parlamentari - racconta davanti a un tè, nella cafeteria della House of Lords - ma anche la loro vita privata. Era assolutamente necessario che identificassi uno scandalo prima che lo facessero i giornali, non dovevo farlo arrivare a loro. E ovviamente gli scandali sessuali erano uno dei problemi maggiori. Cosa facevo? Una volta informato di un rischio, andavo dal protagonista e lo convincevo a mettere le cose a posto, a coprire le tracce. Ho fermato almeno cinque possibili scandali sessuali seri. Sono stato più di una volta nella condizione di dover decidere se salvare il partito o salvare l'individuo, magari l'amico, che avevo di fronte. Naturalmente il partito viene prima».

In House of cards racconta questo: cinismo e sesso che trionfano. E assicura che non c'è esagerazione. «La politica - dice - è fatta di valori e di potere. Vanno bilanciati: la reputazione di un politico dipende dalla sua capacità di soppesarli, di non scivolare da un lato o dall'altro. Ma è chiaro che il potere è essenziale, senza quello non fai niente, senza potere la politica è una landa selvaggia.

Ecco, House of cards ha uno spirito shakespeariano nel senso che è totalmente dedicato al lato oscuro della politica, al potere inteso in senso puro. Persone in lotta con tutti i mezzi. Il dramma della politica è che spesso ti mette in posizioni difficili, quelle in cui non devi scegliere tra il bene e il male ma tra due mali. E quando la pressione è alta i caratteri vengono alla luce». In positivo e in negativo.

«Lo scontro tra Tony Blair e Gordon Brown è una storia straordinaria di ambizioni e tradimenti che li ha distrutti entrambi». Ma le manovre, i ricatti, gli Io ipertrofici trionfano in ogni partito. «Testosterone che scorre a fiumi». «Il novanta per cento di quello che scrivo è tratto da casi che ho vissuto o dei quali sono stato testimone diretto». Per quel che riguarda il cinismo, dice che nelle stanze del potere non ne mancherà mai: «Anzi, negli ultimi tempi è in crescita, se possibile. Ho sentito più di un politico sostenere che il cinismo è spregevole... ma non l'ha mai deluso».

Quanto al sesso, non c'è niente da fare: l'accoppiata con il potere è una roccia. «È una questione di testosterone. In politica ce n'è un'esagerazione ed è inevitabile che si propaghi anche nel privato. Si vive nella bolla della politica, a un certo punto ti viene da credere che i valori non siano una cosa che riguarda anche te: se sei un politico è più facile avere comportamenti sbagliati. Poi ci sono le lunghe ore di lavoro, lo stare lontano dalla famiglia, l'alcol. E il fatto che le glorie del potere hanno la vita corta, mentre il sesso dura. Ma non è affatto una relazione recente quella tra sesso e potere, come non lo è l'effetto afrodisiaco del comando.

In questo palazzo, Lloyd George era un adultero oltraggioso, Anthony Eden aveva relazioni multiple e potremmo andare avanti ore. Devo anche dire che con l'arrivo di più donne in politica e in parlamento non sembra che la tendenza si sia indebolita».

Il protagonista del thriller politico è Francis Urquhart - F.U. -, uomo arrivato ai vertici del partito, il chief whip , consigliere stretto del primo ministro e depositario, proprio come lo era Dobbs, dei segreti dei parlamentari. Usa i buoni rapporti, le lusinghe, le minacce, i ricatti, le soffiate ai giornalisti, anzi alle giornaliste, per tessere trame, politiche e personali.
«Tutto è nato alle elezioni britanniche del 1987 - racconta -. Ero capo dello staff del partito conservatore e nei sondaggi avevamo un vantaggio senza precedenti.

Ciò nonostante, Margaret Thatcher temeva di perdere, vedeva ovunque complotti e si rivolgeva a me per fermarli. Una settimana prima del voto, litigammo furiosamente, capii che il mio rapporto con lei era finito. Subito dopo la vittoria trionfale, me ne andai a casa, depresso. Presi dei fogli di carta, una bottiglia di vino e iniziai a scrivere. La sola cosa che riuscii a buttare giù fu F.U., nel senso dell'espressione spiccia britannica fuck you.

Diventarono le iniziali del mio personaggio e da allora ho scritto venti romanzi». Nel gioco della House of cards e della politica vera, nessun moralismo ha senso. I grandi uomini e le grandi donne, dice Dobbs, sono sempre e ovunque così, hanno sete di potere. «Margaret Thatcher aveva idee e visione. Per fortuna aveva anche un senso portentoso del potere».

 

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