PENSIONE A 65 ANNI? TIÉ! - LA PROSPETTIVA DI SGOBBARE CINQUE ANNI DI PIÙ SCATENA UN ESODO DELLE DONNE DAL PUBBLICO IMPIEGO: PENSIONE ANTICIPATA PER 53 MILA STATALI (IL 34% IN PIÙ RISPETTO AL 2010) - MA A FAVORIRE LA FUGA ANCHE IL BLOCCO DEGLI STIPENDI, LO STOP DEL TURNOVER, LA POSSIBILITÀ DI IMPORRE IL PENSIONAMENTO AL DIPENDENTE CON 40 ANNI DI CONTRIBUTI E IL BLOCCO DELLA BUONUSCITA - “C'È CONFUSIONE TOTALE E OGNUNO CERCA DI PORTARE A CASA QUELLO CHE GLI SEMBRA SICURO”…

Melania Di Giacomo per il "Corriere della Sera"

Ha inciso la prospettiva per le donne di dover lavorare cinque anni di più, c'è poi il blocco triennale dei contratti e tutte le strette sulle pensioni dei dipendenti pubblici degli ultimi anni. Secondo i sindacati anche le incertezze su future manovre hanno pesato sulle decisioni. Fatto sta che nel pubblico impiego è in corso una sommossa silenziosa: nei primi nove mesi dell'anno - dicono i dati dell'Inpdap, l'istituto di previdenza dei dipendenti pubblici - in 75.743 hanno lasciato il lavoro per andare in pensione, il 5,2% in più rispetto al settembre 2010, ma, soprattutto, le pensioni di anzianità sono state del 34% in più, da 34.477 a 52.973. Un dato in controtendenza rispetto al settore privato, dove nei primi 8 mesi del 2011, le pensioni di anzianità sono diminuite del 36,5%.

Nel pubblico, come nel privato, se si è almeno a quota 96 (60 anni d'età e 36 di contributi oppure 61 anni e 35) si imbocca la «finestra» e ci si mette a riposo. E una parte consistente dei prepensionamenti sono da attribuire all'equiparazione - che scatta dal primo gennaio prossimo - dell'età per le pensioni di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego decisa nel 2010, per dare seguito a richieste dell'Unione Europea.

Quindi le donne andranno in pensione a 65 anni a partire dal primo gennaio, con uno scalone unico, senza fasi intermedie. Un provvedimento - disse allora il governo - che avrebbe interessato 25 mila donne. Se finora le impiegate andavano in ufficio fino a 61 anni, da gennaio dovranno lavorare fino al sessantacinquesimo compleanno e poi aspettare la finestra di uscita (passate da 4 a una sola all'anno). Un bello scaglione temporale, e la prospettiva avrebbe indotto a valutare il pensionamento anticipato. Ma per spiegare l'aumento così vistoso serve anche altro.

«Lo Stato sta cambiando le carte in tavola», dice Corrado Mannucci, sindacalista dell'Ugl e membro del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell'Inpdap. Negli ultimi due anni: blocco degli stipendi, stop del turnover, la possibilità - dal 2009 - per l'amministrazione di imporre il pensionamento al dipendente con 40 anni di contributi. Di recente i trasferimenti interni e con la manovra di luglio il blocco della buonuscita, che chi va in pensione anticipata percepirà dopo 24 e non più 12 mesi dalla fine del servizio.

«C'è confusione totale e la paura di rimanere intrappolati, quindi ognuno cerca di portare a casa quello che gli sembra sicuro», aggiunge Mannucci. «Chi può scappa - dice anche Michele Gentile, responsabile del dipartimento Settori pubblici della Cgil - mentre prima la maggior parte dei lavoratori, pur avendo i requisiti per la pensione di anzianità restava fino ai 40 anni di contributi o fino all'età per la vecchiaia». Infatti, una parte consistente delle pensioni di anzianità (24.000 nei primi 9 mesi 2011 a fronte di 25.345 dell'intero 2010) continua a essere legata a uscite dal lavoro con 40 anni di contributi ma le altre, circa 28.000, a uscite volontarie, di personale che poteva restare al lavoro.

Le uscite per vecchiaia sono diminuite per effetto della finestra mobile passando da 15.824 a 14.941 (-5,91%). Sono diminuite anche le pensioni di inabilità (da 4.394 a 3.808 con un -15,39%) e sono crollate le anzianità con trasformazione in part time (da 12.258 a 4.021 con un -204%). La fuga dal lavoro secondo il presidente Inpdap Paolo Crescimbeni non destabilizzerà il bilancio.

 

 

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