CHE FIGLIO DI PUTIN - ZAR VLAD DOVRÀ DECIDERE IL DESTINO DELLA CRIMEA (ANNESSIONE, AMPIA AUTONOMIA O “BEAU GESTE” DI LASCIARLA COM’È) MA HA GIÀ INCASSATO UNA VITTORIA: HA EMARGINATO L’EUROPA, TORNANDO AL CONFRONTO DIRETTO CON GLI USA

Bernardo Valli per "la Repubblica"

Il momento cruciale della crisi non sarà il referendum di domenica. Abbiamo tracciato troppo in fretta la linea rossa. L'ancora enigmatica svolta nella vicenda di Crimea è attesa nei giorni successivi al voto con il quale gli abitanti sceglieranno tra un'autonomia accentuata della loro penisola e la sua annessione alla Russia. Una maggioranza opterà per il ritorno tra le braccia della grande madre Russia.

Il risultato è scontato. Ma la grande madre Russia con un'improvvisa, saggia, lungimirante decisione potrebbe ringraziare e accontentarsi di rapporti più stretti, più garantiti con la Crimea, senza giungere a una radicale secessione dall'Ucraina. È pronto Vladimir Putin a compiere questo gesto? Cosi disinnescherebbe, pur senza risolverla, la più grave crisi europea degli ultimi decenni. Molti ci contano e molti lo escludono. È la suspence a quarantotto ore dal referendum.

Aprono uno spiraglio i colloqui che John Kerry e Sergei Lavrov, inviati da Obama e da Putin, riprendono oggi a Londra. Il segretario di Stato porta al ministro degli Esteri russo proposte abbastanza concrete, messe a punto durante la visita a Washington di Arsenij Yatsenyuk. Ricevuto alla Casa Bianca con la cordialità riservata a un ospite gradito e d'eccezione, il primo ministro ucraino si è dichiarato disponibile ad accentuare l'autonomia della Crimea, e a garantire la presenza della base navale russa di Sebastopoli, sul Mar Nero, con un nuovo più ampio e prolungato accordo, avvalorato da opportune modifiche costituzionali.

L'eventuale accettazione da parte russa di questa proposta, di cui non conosciamo i dettagli, in cambio di una rinuncia all'annessione, potrebbe comunque avvenire soltanto dopo il referendum. Putin non può respingere in anticipo o rinunciare all'abbraccio della Crimea, sollecitato dai suoi soldati che già la occupano. Bisogna lasciare il tempo di celebrare il trionfo elettorale.

A Mosca, la Duma comincerà a discutere dal 21 marzo, cinque giorni dopo il voto e per un tempo imprecisato, sull'opportunità o meno di accogliere la richiesta di annessione. Tramite il suo docile Parlamento, Vladimir Putin può sempre compiere il generoso gesto che gli hanno chiesto, finora invano, l'Europa e l'America.

Questo scenario, impensabile fino a ieri, adesso non viene escluso del tutto dai " possibilisti", da non confondere con i troppo rari ottimisti. È dunque giusto evocarlo, per puro dovere di cronaca, anche se ci lascia scettici. Putin non si è mai dichiarato personalmente in favore dell'annessione. Anzi nella sua ultima conferenza stampa ha escluso di avere questa intenzione.

Ha semplicemente lasciato ad altri il compito di esprimerla. E soprattutto ha lanciato un'operazione, militare e politica, che sembra avere come unica conclusione il distacco della Crimea dalla nazione ucraina. In nome della pace internazionale, di cui si autoproclama il garante insieme al presidente americano, come se il mondo fosse di nuovo bipolare, con Mosca sullo stesso piano di Washington, Vladimir Putin potrebbe compiere il grande gesto.

Da un lato equivarrebbe a una rinuncia, ma dall'altro gli darebbe una statura di leader mondiale responsabile. John Kerry ha tuttavia raffreddato la sua pretesa di condividere con l'America la responsabilità della pace internazionale. Con un tono acido, insolito per il paziente diplomatico, Kerry ha detto che la Russia non dispone neppure delle forze militari necessarie per invadere l'Ucraina. Le non tante velate minacce di Mosca sono dunque millanterie. O semplici bluff.

La rinuncia a un'annessione della penisola di Crimea apparirebbe un'umiliante ritirata per la stragrande maggioranza dei russi, in queste ore in preda a un'ondata di patriottismo. Il presidente che sfida il mondo e recupera la Crimea legata alla storia, alla cultura russa, suscita un'adesione popolare che coinvolge persino molti intellettuali spesso dissidenti. Per Putin è un'occasione rara, che non va sciupata.

C'è un altro scenario da prendere in conto con altrettanta cautela, alla vigilia del referendum. Il parlamento provinciale di Crimea ha proclamato l'indipendenza compiendo un passo necessario per accedere poi alla Federazione russa. Il voto è illegittimo per il governo di Kiev e per tutti i paesi occidentali.

Ma resa più accettabile la situazione che ha creato, si potrebbe prefigurare un'autonomia più estesa, e col titolo di "repubblica" associata, destinata a collocare la Crimea in una posizione equidistante tra Russia e Ucraina. Non assorbita dalla prima e meno vincolata alla seconda. Una Crimea "finlandizzata".

Il terzo scenario resta il più netto e il più probabile: l'annessione. Ma anche questa soluzione chiederà tempo. Putin ha messo sul tavolo la Crimea quando la crisi ucraina l'aveva ormai estromesso. L'ha usata come una carta a fini tattici, per reinserirsi nel gioco. E invece il problema ha assunto dimensioni strategiche.

Angela Merkel, a lungo interlocutore di Putin a nome dell'Europa, è stata estromessa dai negoziati. Incerta, prudente, come gli altri paesi dell'Unione, la Germania ha rappresentato una linea molle, riluttante ad applicare sanzioni. Gli stretti rapporti con Mosca, anche per i rilevanti interessi commerciali, hanno impegnata il cancelliere in frequenti colloqui con Putin. Lei parla il russo e lui parla tedesco.

L'affinità linguistica sembrava dovesse favorire un'intesa. A un certo punto è apparsa probabile la creazione di un gruppo di contatto, grazie al quale russi e ucraini avrebbero potuto stabilire un dialogo. Di quel progetto non se ne è mai vista neppure l'ombra. Dopo settimane di sforzi diplomatici eccezionali la Germania ha dunque subito la prima grande sconfitta politica dell'era Angela Merkel.

Lei stessa ha abbassato le braccia riconoscendo in sostanza di essere stata incapace di prevedere le reazioni di Vladimir Putin, nonostante pensasse di avere una certa dimestichezza con il personaggio. Mentre Barack Obama parlava di sanzioni, lei insisteva sul dialogo. E con lei il suo ministro degli esteri, Frank - Walter Steinmeier.

Adesso, riconosciuto il fallimento, il cancelliere ha annunciato le sanzioni da adottare in caso di annessione della Crimea: in particolare blocco dei fondi e sospensione dei visti di personalità ucraine e russe implicate nella crisi. Per il momento, Putin ha ottenuto quel dialogo russo - americano che scavalca l'Europa e che gli dà l'impressione di avere recuperato la posizione della Russia di un tempo, nel mondo bipolare. Ma tutto resta incerto.

 

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