REAZIONI CHIMICHE - LA STRANA COPPIA USA-RUSSIA AVVERTE ASSAD CHE NON TOLLERERÀ L’USO DI ARMI CHIMICHE (CHE IL REGIME “SICURAMENTE HA”, SECONDO LA NATO) E MINACCIANO L’INTERVENTO MILITARE - MA LA PARTITA DELLA SIRIA SI GIOCA IN TURCHIA: PUTIN È ANDATO A ISTANBUL PER RIBADIRE IL SUO APPOGGIO AD ASSAD CONTRO LO SCUDO NATO MA ANCHE PER ASSICURARSI CHE I RAPPORTI CON ERDOGAN RIMANGANO INALTERATI…

1- SIRIA: LAVROV, NON ACCETTEREMMO USO ARMI CHIMICHE
(ANSA) - "L'uso di armi di distruzione di massa avrebbe implicazioni gravi" e la Russia "non accetterebbe alcuna violazione dei trattati internazionali" se la Siria usasse armi chimiche. Lo ha detto il ministro degli esteri Lavrov, aggiungendo che "finora ci sono stati tanti 'rumours'" che i russi hanno controllato e Damasco ha smentito.

Il ministro ha quindi affermato che la Russia ha "inquietudini per la militarizzazione crescente del conflitto" in Siria perché, ha spiegato, "l'accumulo di armi aumenta il rischio che esse possano essere utilizzate".

2- SIRIA: NATO, REAZIONE IMMEDIATA SE USA ARMI CHIMICHE
(ANSA) - La Nato "sa che la Siria ha i missili e le armi chimiche" e "per questo è urgente" fornire protezione aerea alla Turchia. Il "possibile uso" di armi chimiche sarebbe "completamente inaccettabile". In quel caso, ha dichiarato il segretario generale dell'Alleanza, "mi aspetterei una reazione immediata".


3- MONITO USA CONTRO LE ARMI CHIMICHE
Alberto Negri per il "Sole 24 Ore"

Il primo a sparare contro i Patriot della Nato al confine tra la Turchia e la Siria è stato a Istanbul il "fucile di Cechov". «Se all'inizio di un'opera teatrale c'è un fucile appeso alla parete allora sappiamo che prima della fine qualcuno lo userà»: con questa celebre citazione del sommo drammaturgo il presidente russo Vladimir Putin ha espresso ieri al primo ministro turco Tayyip Erdogan il suo dissenso, quasi totale, sulla questione siriana. Non c'è accordo tra Mosca e Ankara, né tra la Russia e la Nato che si prepara installare il sistema anti-missile con la spinta decisiva del viaggio in Europa del segretario di Stato Usa Hillary Clinton.

L'Occidente e l'Alleanza atlantica, su richiesta della Turchia storico membro della Nato, si stanno schierando sulla prima linea. E in coincidenza, certo non casuale, con il suo arrivo in vista del vertice Nato la signora Clinton da Praga ha lanciato un duro monito alla Siria: «Le armi chimiche sono una linea rossa invalicabile, se Damasco le usasse siamo pronti ad agire». I dispacci dell'intelligence Usa dicono che sono stati segnalati movimenti dei lealisti intorno ai depositi chimici, anche se forse si tratta di un bluff, una sorta di avvertimento all'Occidente per impedire un aiuto diretto ai ribelli.

Ma la diplomazia americana si è mossa, ha mobilitato le cancellerie e Damasco ha reagito dichiarando che la Siria non userà armi chimiche contro il suo popolo. Forse qualcuno si ricorderà che 25 anni fa un altro regime baathista, quello di Saddam Hussein, le impiegò ad Halabja uccidendo 5mila curdi: l'Iraq allora combatteva contro l'Iran di Khomeini e nessuno mosse un dito. Ma le tragedie mediorientali si fanno dimenticare per ripresentarsi con slancio proteiforme.

Damasco ha capito perfettamente che con i Patriot l'Occidente e la Nato stanno prendendo posizione: questo non è il preludio alla "no fly zone", come vanno ripetendo con enfasi l'Alleanza e anche il segretario di Stato americano, ma è un passo verso l'internazionalizzazione del conflitto che avrà forse un giorno il marchio della Nato, come del resto è avvenuto in Libia, anche se qui lo scenario è assai più complicato.

Gli Stati Uniti per ora non vogliono essere troppo coinvolti però è cambiato anche il loro atteggiamento scettico nei confronti dell'opposizione. La coalizione formata in Qatar, riconosciuta da Francia, Gran Bretagna, Italia e dai Paesi arabi anti-Assad, non è più vista da Washington con acuta diffidenza: inglesi e francesi si preparano a rifornirla di armi per dare una spallata al regime sotto assedio della guerriglia.

Non solo la questione siriana è nel cuore dei mobili confini mediorientali, alla frontiera del Golan occupato da Israele, a contatto con l'endemica fragilità del Libano, nel groviglio curdo e delle divisioni settarie tra sunniti e sciiti accentuate dalle primavere arabe, ma evoca un conflitto indiretto con l'Iran, proprio mentre gli israeliani schierano i loro droni in Azerbaijan.

Putin a Istanbul non ha portato soltanto il fucile di Cechov per ribadire il sostegno ad Assad, storico alleato di Mosca e di Teheran. Dopo la fine della guerra fredda la Russia è diventata uno dei maggiori partner di Ankara con 35 miliardi di dollari di interscambio e l'obiettivo di arrivare a 100 nel 2015: l'80% è costituito dal gas e la Turchia si propone come principale "hub" per il passaggio delle pipeline. Putin ha annunciato che il Blue Stream, il gasdotto sottomarino sul Mar Nero - joint venture di cui fa parte anche l'Eni - potrebbe essere esteso per raggiungere Paesi terzi mentre viene anticipata a dicembre la partenza dei lavori del South Stream, la pipeline verso l'Europa che passa in acque territoriali turche.

A Istanbul è stato confermato che la Russia finanzierà anche il primo reattore nucleare turco, un investimento da 22 miliardi di dollari. Erdogan punta a far fuori Assad, il presidente russo vorrebbe che restasse in sella un regime amico: ma nessuno dei due, così sembra, intende rompere sulla via di Damasco un lucroso e strategico patto d'affari.

 

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