IL TOUR BERLUSCHINO DI MATTEUCCIO - RENZI FONZIE IMPONE IL SUO CIRCO TELE-IGIENICO ALLE FESTE DEL PD

Giuseppe Salvaggiulo per "la Stampa"

Il ciclone Renzi si sta abbattendo anche sulle feste del Partito democratico. Attempati dirigenti locali e responsabili organizzativi con decenni di esperienza raccontano che mai si erano trovati di fronte a una situazione simile. «D'Alema, per dire: chiami la segreteria, chiedi la disponibilità e in 3 minuti hai già una data confermata. Grazie, arrivederci, ci vediamo alla festa. Nulla chiede, nulla vuol sapere, nulla concorda. L'intervistatore lo scegliamo noi, il presentatore pure. Una pacchia».

Renzi, invece, è tutta un'altra storia. Anche nell'agenda estiva consuma una rottura con l'establishment del partito che non è solo estetica e - se vuoi - sentimentale, ma politica. «Sono settimane che ci tiene in ballo - racconta un organizzatore -. A parte che bisogna parlare con dieci persone diverse del suo staff, una che rimanda all'altra senza mai una risposta definitiva, e poi tante questioni, domande, condizioni...». A partire dalla scelta dell'intervistatore. La festa viene presa in «comodato d'uso» e il giornalista «se lo porta lui mentre di solito siamo noi a selezionarlo o quantomeno a proporlo», racconta un dirigente.

Ecco il punto. D'Alema è uno che a cinque anni stava «nel glorioso circolo dei pionieri in via Sprovieri», a nove parlava davanti a Togliatti dalla tribuna del congresso del Pci, a venti era già segretario di una federazione provinciale importante come quella di Pisa e a quaranta, alle canzonature della banda del settimanale satirico Cuore, replicava gelido: «Non so se questo è un discorso funzionariale. Probabile, perché io sono un funzionario di partito».

Si capisce che non abbia bisogno di chiedere. È perfettamente a suo agio nel rito del dirigente nazionale che con la sua partecipazione alla festa dell'Unità omaggia i volontari che tirano su quattrini cuocendo salamelle: introduzione del segretario provinciale, giornalista che svolge ampia intervista, nessuna interazione dal palco con la militanza, l'umanità è riservata ai giri negli stand. «Mai dare la parola al pubblico», così i vecchi catechizzavano i giovani moderatori.

Nel rapporto con il partito, Renzi è in fondo un alieno «e dunque - dice un dirigente smaliziato - rifiuta il rito e impone il suo format». A cominciare da un'accurata selezione delle feste, con una tempistica che garantisca adeguato riverbero nazionale. A Roma, benché annunciato, non s'è visto. Ad oggi, non ha ancora confermato alcun appuntamento per il prossimo mese.

Milano, perfino la sua Firenze sono in stand by. Nemmeno alla festa nazionale di Genova c'è una data ufficiale. A Torino hanno perso le speranze. «Ha un'agenda complicata, nessuna tattica», assicura Simona Bonafè. Ma è l'unico che fa così. «Utilizza la festa per creare l'evento», spiega Natalino Bergonzin, responsabile della festa di Castelfranco Emilia, dove la settimana scorsa il sindaco di Firenze ha rotto il silenzio stampa sparando su governo e Pd.

Quanto accaduto in quel paese emiliano è un paradigma del format Renzi. Tre giorni prima un drappello di emissari ha raggiunto il parco per un sopralluogo logistico. Verificata l'adeguatezza della location, la principale attività è stata sistemare le telecamere dei network nazionali. I dirigenti emiliani avevano poi allestito le canoniche tre sedie sul palco (segretario provinciale, giornalista intervistatore, leader nazionale) ma lo staff renziano le ha spazzate via: «Niente intervista, Matteo sarà da solo sul palco e farà un discorso. Serve un podio». Per fortuna ne era avanzato uno dalla recente conferenza organizzativa della federazione modenese. Tirato fuori dal magazzino e spolverato.

Vista in tv, la performance di Renzi pareva, in effetti, un riuscito evento mediatico. E il format molto «obamiano». Bergonzin, che allestisce la festa da vent'anni (e la sua è tra le più importanti d'Italia: 40 ettari, 22 ristoranti, 1,5 milioni di incassi), è rimasto colpito dal numero di telecamere e dall'atmosfera, paragonata - a parità di pubblico in platea - a quella della sera precedente, con Bersani intervistato sul palco da un giornalista modenese. Due universi paralleli.

Bersani non se n'è accorto, Civati e Cuperlo sì. Tanto da provare a emanciparsi dalla liturgia ortodossa. A Castelfranco Emilia hanno sperimentato format originali, rispondendo alle domande della platea di militanti come in uno show televisivo. Senza rete. Un'altra «rottura democratica».

 

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