IL ROTTAMATORE ROTTAMATO: RENZI ABBANDONA IL SUO SLOGAN: “HO IMPAURITO, QUINDI HO SBAGLIATO”

1. NEL PD DELIRA PURE RENZI «UN ERRORE ROTTAMARE»
Francesco Specchia per "Libero"

I due papi biancovestiti che s'abbracciano; il Gangnam Style-record su Youtube; Ferguson che scolla le terga dalla panchina del Manchester United dopo eoni: le vibratili evocazioni pop di Matteo Renzi nel suo nuovo libro, Oltre la rottamazione, (Mondadori) oggi presentato al Salone del Libro di Torino sono vapore acqueo, rispetto ai suoi piani elettorali in controluce.

Scrive, Renzi, nel primo capitolo, a proposito della sua presunta guerra interna al Pd con Enrico Letta: «Siamo considerati in competizione, ma siamo innanzitutto amici. Raro esempio di cordiali relazioni tra un fiorentino e un pisano, dai tempi di Dante: chiunque sarà il candidato avrà il totale appoggio dell'altro». E conferma così l'idea -tutta lettiana- di trovare nel sindaco di Firenze l'alleato giusto per accompagnare i vecchi oligarchi del partito all'ospizio, ma gentilmente, senza che se ne accorgano.

Infatti qui sta la notizia. Renzi oggi ripudia la parola che l'ha lanciato:«Quando una parola, rottamazione, entra così fortemente nella vita quotidiana, significa che funziona. Ma è anche vero che in una comunità come quella italiana, dove il 70 per cento della popolazione è over 40, forse l'impatto è stato eccessivo. Ho impaurito. Dunque ho sbagliato». E realizza d'aver sbagliato -racconta Renzi- quando incontra Giuseppe un imprenditore liberale di 46 anni (l'età di Letta) il quale gli racconta che, con quella parolina urticante in bocca, non l'avrebbe più votato.

Forse, col senno del poi, l'homo novus farebbe diversamente. Forse oggi sarebbe egli stesso il premier di un elettorato in fuga. Epperò, un po' di quella foga eversiva - in alcuni casi assai simile all'iconoclastia di Grillo- è in parte servita. «Ora c'è il Parlamento più giovane della storia repubblicana e ci siamo trovati con un presidente del Consiglio under 50. Io ho perso alle primarie, ma la rottamazione ha vinto alle secondarie. Non posso che gioirne: il destino personale è meno rilevante del cammino delle idee».

E ancora: «Voglio essere il primo a dire basta con la rottamazione». E lo dice. La qual cosa, il mea culpa, è assai nobile -cita perfino James Matthew Barrie, il padre di Peter Pan, che afferma «Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre» -, ma non si può escludere che sia anche sottilmente paraculo. Renzi, la sua bella scoppola l'ha presa nel momento in cui Romano Prodi, da lui fortemente sostenuto per la Presidenza della Repubblica è stato trafitto come un tordo.

E si è reso conto che la scimitarra non era poi tanto affilata il giorno in cui, in un incontro romano con Alfano, gli viene passato Berlusconi al telefono che tranquillamente gli spiega: «Non c'è un veto nostro, caro sindaco. Semplicemente non vogliamo te, preferiamo Amato e Letta...». «C'è un problema di vocali, insomma», battuteggia Renzi «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto».

Dev'essere in quel momento che il sindaco realizza che non si può mettere di traverso alla faticosa arrampicata a Palazzo Chigi di Letta, il leader silenzioso che «ha solo dieci anni» più di lui. E deve'essere allora che Renzi decide di stoppare i templari «renziani» già pronti alla strategia dello sfondamento perchè non se la sentivano di perdere un giro: «Qualcuno fa strategia: "Prendiamo il partito. Tu fai il segretario, così lo controlliamo. Sei mesi e si stacca la spina al governo"».

Renzi rifiuta. E scrive di trovare fastidioso perfino quella frase, che sa di malattia terminale. Nel resto del libro emergono ritratti («Casaleggio, ha quel suo-non-so-che alla Patti Smith che per chi come noi sogna che «people have the power» è comunque intrigante. Non sono invece convinto che sia davvero innovativo il modo con il quale Grillo comunica sulla rete);

si rincorrono i sogni kennedyani e le lezioni del nonno Adone («L'onestà si limita a non rubare. La moralità va oltre. La moralità è mantenere le promesse. La moralità in politica significa fare le cose»); si tracciano strategie invisibili. E si capisce che al prossimo giro il sindaco sarà lì, dietro l'angolo. Rottamazione o no.


2. BERLUSCONI MI DISSE: NON TI VOGLIO PREMIER" IL NUOVO LIBRO DI RENZI: "ANDARE OLTRE LA ROTTAMAZIONE. TOTALE LEALTÀ A LETTA" IL PARTITO DEMOCRATICO
Annalisa Cuzzocrea per "la Repubblica"

La scena inedita arriva alla fine del primo capitolo. Racconta, Matteo Renzi, di come abbia vissuto le ore che hanno preceduto la nascita del governo Letta. Quando sembrava dovesse toccare a lui. Quando arrivavano «le telefonate più stravaganti» dagli «avversari interni» nel partito (i giovani turchi di Matteo Orfini), e gli incoraggiamenti di «leader esperti come Veltroni e Casini».

Racconta di aver deciso di seguire una delle più belle "lezioni americane" di Italo Calvino, di aver scelto la leggerezza, di non aver dato retta agli amici che dicevano: «Attento, è un trappolone». Così, in Oltre la rottamazione, il libro pamphlet che il sindaco di Firenze presenterà oggi al Salone del libro di Torino, c'è l'immagine nitida dell'incontro segreto con Enrico Letta: «Siamo innanzi tutto amici. Raro esempio di cordiali relazioni tra un fiorentino e un pisano».

Niente trasparenza, «altro che streaming», bisognava vedersi a quattr'occhi, soli, in un ufficio del centro di Roma, per stabilire davanti a una schiacciatina col prosciutto, una birra e una Coca Cola, che «chiunque sarà il candidato avrà il totale appoggio dell'altro». Per poi cercare di capire cosa stava accadendo nel centrodestra. In quelle ore si parlava di un veto del Pdl su di lui.

Renzi chiama Alfano, il segretario gli passa Berlusconi: «Dall'altro lato della cornetta la voce è cordiale. "Non c'è un veto nostro, caro sindaco. Semplicemente non vogliamo te, preferiamo Amato o Letta». Renzi ricorda con «divertita soddisfazione» quanto sia stato «mediaticamente insultato» nel Pd «per essere la "spia" di Berlusconi». Dorme sereno.

Torna a Firenze. A Letta promette totale «lealtà», perché «il bene dell'Italia è che il governo duri», e che per farlo non vivacchi. Non ascolta chi lo invita a prendersi il partito per «staccare la spina» al governo tra sei mesi. Non gli piace l'espressione, non lo convince la strategia: «Preferisco collaborare che sabotare. Preferisco lavorare che rosicare».

Al Pd però non fa sconti. Ricorda, già dalle prime pagine, di essere stato definito «fascistoide» dal giornale del suo partito. Parla di una «campagna elettorale da manuale. Manuale dei perdenti, sia chiaro». Dell'unica certezza rimasta in un'epoca di spaesamento, «la certezza che la sinistra italiana riesca a perdere le elezioni anche quando sembrerebbe impossibile ».

Attacca chi ha occupato gli scranni del Parlamento negli ultimi 20 anni, «li giudichiamo per tutte le volte in cui hanno avuto la nostra fiducia e l'hanno sprecata litigando tra loro». Rimprovera a Grillo la violenza dei suoi vaffa, la non originalità di alcuni temi (oltre che del camper), l'uso tutt'altro che innovativo della Rete: «La campagna elettorale l'hanno vinta due autentici professionisti del messaggio televisivo quali Grillo e Berlusconi», mentre la sinistra i media li demonizza e non li sa utilizzare.

Soprattutto, promette. Vuole andare oltre la parola rottamazione, che ha dimostrato di "funzionare", ha portato al Parlamento e al governo più giovani di tutti i tempi, ma è stata percepita come dura, volgare. Ha fatto paura anche alle persone cui voleva parlare. Riscopre la "gentilezza", Renzi. Cita Aung San Suu Kyi, e un imprenditore che gli ha spiegato che con i messaggi negativi non si vince. Mai.

Poi corre. Rivendica di non essere tanto moderno visto che è cresciuto «registrando le musicassette per far capire chi ero» e «riavvolgendole con la matita quando il nastro si ingarbugliava », ma è convinto che ormai anche in politica - «correre non sia più un lusso». E allora sì, profondità, tempi lunghi, ma le risposte delle istituzioni devono arrivare subito.

Attacca la politica della paura che ha portato a una legge sull'immigrazione assurda come la Bossi-Fini. «Questi signori che sedevano in Parlamento da quanto tempo non entrano in una classe di prima elementare, non prendono l'autobus o vedono una partita di pulcini?». L'Italia è quella che ha in nazionale Balotelli e El Shaarawy, «la politica gioca la carta della paura proprio in quei campi in cui dovrebbe dare del tu alla speranza».

Poi la giustizia, il clima da tifo che la accompagna da vent'anni, i problemi veri da risolvere: la lentezza dei processi civili, l'abuso della carcerazione preventiva. Ricorda i martiri: Falcone, Borsellino, le vittime della strage dei Georgofili a Firenze. Dice chiaro: «Mi suonano fumosi concetti molto forti sui media legati alla pacificazione ». E però, «le elezioni si vincono suscitando le speranze, non brandendo il codice penale».

 

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