SACCOMANNI SPALLE AL MURO - ISOLATO NEL GOVERNO E CON TUTTA LA STRUTTURA DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA CONTRO, POTREBBE LASCIARE -RENZI SCALPITA (CI SONO LE NOMINE IN ENI, ENEL, TERNA E FINMECCANICA) E LANCIA DUE CANDIDATI: SINISCALCO E BINI SMAGHI…

Francesco De Dominicis per "Libero"

È il giorno più lungo: isolato nel governo, sconfessato dal premier, abbandonato dalla struttura. Non è chiaro se la storia di Fabrizio Saccomanni a via Venti Settembre sia ai titoli di coda. Di sicuro, il ministro dell'Economia sta attraversando la fase più tormentata da quando è nel team di Enrico Letta.

La «figuraccia» del ministro (e dell'intero esecutivo) sui 150 euro da togliere alle buste paga degli insegnanti, con tanto di duello a distanza col ministro per l'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, segna forse un punto di non ritorno. Del resto, non è «ordinaria amministrazione» che il primo ministro si veda costretto a smentire il titolare dell'Economia per superare un'impasse.

In ogni caso, quello sugli scatti salariali dei docenti è solo l'ultimo incidente che mostra quanto sia scomoda (anche) per Saccomanni la scrivania di Quintino Sella. I primi «guai» con le risorse per cancellare l'Imu sulle abitazioni principali e coi fondi per rinviare la stangata Iva, più tardi le polemiche sulla mini Imu e sulla Tasi. Pochi giorni fa le dimissioni del suo vice, Stefano Fassina. Polemiche sempre accompagnate da attacchi, dentro e fuori la maggioranza, che hanno trasformato l'Economia in un fortino sotto assedio.

Un film già visto. Saccomanni non è il primo «tecnico» nel centro del mirino: è successo a Tommaso Padoa-Schioppa e Vittorio Grilli. Tuttavia, dietro i pasticci dell'ex direttore generale della Banca d'Italia, secondo i ben informati, ci sarebbero ragioni diverse. A cominciare dal fatto, come viene rimproverato al ministro nei corridoi di via Venti Settembre, che «non è un politico né un tecnico a tutti gli effetti».

Un vizio d'origine che lo avrebbe portato a commettere errori cruciali, specie nella definizione della struttura. E in questo senso, la scelta del Capo di gabinetto - ruolo strategico - sarebbe stata «fatale». Una posizione delicatissima occupata per un decennio da Vincenzo Fortunato: a maggio, dopo il giuramento al Quirinale, Saccomanni gli ha formalmente chiesto di restare, salvo manovrare per lo spoil system.

Fortunato, però, non si è fatto cacciare e ha sbattuto la porta un attimo prima di ricevere il benservito. Al suo posto è arrivato dalla Camera Daniele Cabras: per anni al servizio della Commissione Bilancio, il funzionario di Montecitorio avrebbe avuto più di una difficoltà a controllare una macchina gigantesca come quella dell'Economia.

Per sostituire il capo della Ragioneria dello Stato, Mario Canzio, Saccomanni ha pescato in Bankitalia: Daniele Franco, chief economist di via Nazionale. E da palazzo Koch è arrivato, con i galloni di consigliere, anche Vieri Ceriani (sottosegretario con Mario Monti e Grilli), che ha in parte oscurato il numero uno del Dipartimento Finanze, Fabrizia Lapecorella. Mosse, quelle di Saccomanni, capaci quindi di sfiduciare «l'apparato interno» che perciò non lo ha mai protetto, proprio come coi 150 euro da scippare ai docenti. Scivolone che lo stesso ministro ha poi scaricato sui dirigenti. E ora al Tesoro è guerra aperta.

Ormai indifeso e per lo meno depotenziato, Saccomanni è con le spalle al muro. L'ipotesi delle dimissioni, finora mai minacciate seriamente, resta nell'aria. Pronti per sostituire il ministro, Lorenzo Bini Smaghi e Domenico Siniscalco. Tutti e due i «candidati» in pole position sarebbero graditi al segretario Pd, Matteo Renzi. Il primo direttamente, il secondo per il tramite di Piero Fassino. Siniscalco, che ha già fatto il ministro dal 2004 al 2005 sostituendo "a tempo determinato" Giulio Tremonti, oggi è numero uno in Italia della banca d'affari Usa, Morgan Stanley.

E nell'advisory board della major americana ha appena chiamato proprio Bini Smaghi, magari per passargli il testimone al momento opportuno. In alternativa, il deputato Democrat, Giampaolo Galli (ex Confindustria). Renzi freme e potrebbe financo pretendere l'Economia con Letta, anche perché dietro l'angolo ci sono nomine pesanti: scadono i mandati nei gioielli di Stato Eni, Enel, Finmeccanica e Terna. E il sindaco vuole piazzare le sue bandierine.

 

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