matteo salvini nicola zingaretti luigi di maio

PROVE TECNICHE DI COALIZIONE – MENTRE PD E 5 STELLE FLIRTANO IN ITALIA E IN EUROPA, SALVINI PENSA DI STACCARE LA SPINA E TORNARE ALLE URNE A GENNAIO O GIUGNO 2020 – MA SE CADE IL GOVERNO, È PRATICAMENTE GIÀ PRONTA UNA NUOVA COALIZIONE PD-5 STELLE CON LA BENEDIZIONE DI MATTARELLA – BORGHI: “MAGARI! SE VANNO INSIEME, SALIAMO AL 90%”

Ugo Magri e Francesca Schianchi per “la Stampa”

giovanni toti marco bucci matteo salvini

 

 «Io vorrei andare avanti ma, data la situazione, non escludo più niente». Prefettura di Genova, ora di pranzo. Intorno alla tavola imbandita si ritrovano Matteo Salvini con il sindaco Marco Bucci, il governatore della Liguria Giovanni Toti e autorità varie. Qualcuno domanda al vicepremier che previsioni politiche fa. E lui, messa da parte la spavalda sicurezza con cui ha sempre pubblicamente garantito sulla durata del governo, si lascia andare a una smorfia: «Non escludo più niente».

matteo salvini giovanni toti

 

Fa chiaramente intendere ai presenti che la sua pazienza è arrivata al limite e (non si era mai sbilanciato così) le elezioni rappresentano una concreta possibilità. Quando? Due sarebbero le finestre utili per un eventuale voto anticipato: la prima a inizio 2020, magari accorpando in un election day le Regionali in Emilia Romagna che hanno come termine ultimo il 26 gennaio; la seconda finestra a giugno, quando altre grandi regioni torneranno alle urne.

IL POSTER DI ACTION AID CON SALVINI E DI MAIO

 

"Che fatica mediare"

Il pessimismo è contagioso. Ieri sera, in un incontro coi militanti, Di Maio confidava: «Vorremmo fare più cose, ma è difficile mediare tra me, Conte e quell' altro», che sarebbe il suo alleato. Mentre infuria il caso Russia, e a Bruxelles divergono le posizioni dei due partner italiani, l' ipotesi che Salvini possa staccare la spina all' esecutivo non appare così remota.

 

LUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI

Anzi, sembra talmente concreta che gli altri protagonisti stanno studiando le contromosse. Certi segnali si sono intensificati in questi giorni, e vanno tutti in una stessa direzione. Esempio numero uno: la convergenza tra il Pd e il M5S sull' affaire russo e il malcelato compiacimento con cui gli alleati hanno sommato la loro voce a quella del segretario dem Nicola Zingaretti nel chiedere a Salvini di riferire in Parlamento.

ursula von der leyen

 

Non bastasse la sintonia in Italia, a colpire i leghisti si è aggiunta quella a Bruxelles, confermata ieri dall' elezione di Ursula Von Der Leyen. Un paio di settimane fa, il dem David Sassoli era stato eletto presidente del Parlamento Ue e guarda caso il grillino Fabio Massimo Castaldo, pur senza appartenere a nessun gruppo, era diventato suo vice. «Un partito che non ha neanche un gruppo in Europa riesce ugualmente a eleggere il vicepresidente. E con il voto di chi? Magari anche del Pd... Dei dubbi me li pongo», fiuta un accordo il governatore leghista Massimiliano Fedriga.

david sassoli

 

Non fa in tempo a dirlo, che arriva l' elezione della ministra tedesca ai vertici della Commissione, proprio con i voti del Pd e del Movimento: «Von der Leyen passa grazie all' asse Merkel, Macron, Renzi, Cinque stelle», tuonano dal Carroccio. Quell' asse che sembrava appena accennato su temi come il salario minimo sta prendendo forma.

 

Segnali di fumo

luigi di maio nicola zingaretti

A gente sospettosa come i leghisti, tutte queste coincidenze non possono sfuggire. «In caso di crisi, ci aspettiamo che il Movimento tenti di mettere in piedi un' altra maggioranza», ammette una fonte qualificata della Lega. E aggiunge: «Non ci dimentichiamo che, un anno fa, erano pronti a fare un governo col Pd. Solo il no di Renzi li aveva fermati».

 

GIANCARLO GIORGETTI E CLAUDIO BORGHI

Figurarsi se non ci riproverebbero. Tanto più se dovesse passare definitivamente la riforma costituzionale grillina con il taglio dei parlamentari: per molti degli attuali deputati e senatori, tornare alle urne vorrebbe voler dire abbandonare per sempre lo scranno. Motivazione che potrebbe spingere tanti indecisi a sostenere una maggioranza di salute pubblica. Una prospettiva che qualche leghista sotto sotto si augura: «Magari grillini e Pd facessero un governo insieme, andremmo al 90 per cento!», se la ride Claudio Borghi.

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