SONDAGGIO O SON-DESTO? - “REPUBBLICA”: IL DOPPIO CENTRODESTRA DI LOTTA E DI GOVERNO RAGGIUNGE IL CENTROSINISTRA – ARRETRA IL PD, SEMPRE PIÙ UN ‘PARTITO IPOTETICO’ – M5S AL 21%

Ilvo Diamanti per "la Repubblica"

Otto mesi dopo le elezioni politiche non è cambiato niente, in Italia. Almeno, dal punto di vista degli orientamenti di voto. Permane, infatti, un equilibrio instabile fra tre grandi minoranze. Minoranze che interferiscono reciprocamente. In Parlamento e nel Paese. È la principale indicazione che emerge dal sondaggio di Demos, pubblicato oggi sulla
Repubblica.

Il Centrosinistra e il Centrodestra: appaiati, poco oltre il 30%. Il M5S sopra il 21% e in lieve crescita. Il Centro, invece, ridotto in uno spazio quasi residuale. Intorno al 5%. Dopo il voto, però, è cambiato il sistema partitico. Nel Centrosinistra si è riaperta la questione, irrisolta, della leadership. Mentre il Centro si è ristretto e, al tempo stesso, diviso. Pochi voti e tanti leader: Monti, Casini, Mauro... Ma le novità più importanti sono avvenute a Centrodestra. Il Pdl non c'è più. È tornata Forza Italia.

Per reazione, è sorto un Nuovo Centro Destra, intorno ad Alfano e ai ministri. "Destra Repubblicana", l'ha definita Eugenio Scalfari. L'esito principale di questa scomposizione è che i due partiti post-Pdl, insieme, hanno recuperato quasi 6 punti percentuali, rispetto allo scorso ottobre. Allargando la base elettorale del Pdl anche rispetto alle scorse elezioni di febbraio. In altri termini, secondo la logica proporzionale, 1:2=1,3.

Certo, conteggiare insieme due partiti divisi, esito di una scissione, è discutibile. Tuttavia, sono entrambi figli dello stesso padre, Silvio Berlusconi. E la legge elettorale li spinge - o meglio: li costringe - a tornare insieme, in caso di nuove elezioni. Per non rischiare, in caso contrario, di perdere. Entrambi.

È, semmai, interessante osservare come FI, da sola, non abbia perduto consensi rispetto al Pdl, due mesi fa. Quando la frattura di Alfano si era già consumata, in Parlamento. Al contrario. Oggi è quasi al 21%. Mentre il Ncd ha conquistato uno spazio elettorale significativo, ma limitato. Poco sopra il 5%. I suoi elettori provengono per oltre il 50% dal Pdl e per quasi il 10% dal Centro (Monti e Udc). Attratti da un comune richiamo: autonomia da Berlusconi ma contro la Sinistra. La separazione ha, peraltro, marcato in modo evidente l'identità politica dei due elettorati: l'Ncd spostato a centro-destra, FI molto più a destra.

Ciò che distingue maggiormente i due partiti, però, è il giudizio sul governo. Fra gli elettori di Ncd, infatti, si osserva la quota più ampia di giudizi positivi (dopo i Centristi): 70%. Oltre il doppio di quel che emerge fra gli elettori di FI: 33%. Il dato più basso, ad eccezione del M5S (23%). I due partiti post-Pdl, così, ripropongono un'anomalia normale nella politica italiana. Recitano, cioè, il doppio ruolo: di governo e di opposizione.

Come hanno fatto la Lega e lo stesso Berlusconi, per decenni. Senza bisogno di dividersi. Il rapporto con il governo spiega, in parte, anche la tenuta di FI. Che oggi beneficia della rendita di opposizione a Letta. In declino di fiducia, nelle ultime settimane. L'andamento delle intenzioni di voto, rilevate nel corso del sondaggio, mostra, infatti, un aumento dei consensi per FI dopo l'uscita dalla maggioranza (martedì 26 novembre).

Il Centrodestra, in questo modo, dopo essere stato in svantaggio per mesi, si avvicina al Centrosinistra e, praticamente, lo raggiunge. Entrambi allineati fra il 32 e il 33%. Così Berlusconi rilancia la strategia adottata, con successo, nella recente campagna elettorale. Caratterizzata dalla polemica contro Monti, leader di Scelta Civica e, in precedenza, premier del governo tecnico. Sostenuto da una maggioranza di "larghe intese". Come quella del governo guidato da Letta.

Bersaglio, non da oggi, delle critiche di Berlusconi e FI. Che cercano, in questo modo, di allontanare ogni responsabilità delle scelte fatte - e non fatte - negli scorsi mesi. Negli scorsi anni. Per intercettare, a proprio favore, il clima d'opinione del Paese. Avvelenato dalla crisi economica. Sfavorevole a ogni istituzione e a ogni attore politico.

A Centrosinistra, il Pd ha perduto consensi rispetto a ottobre (circa 3 punti). Ma resta il primo partito, (29%). Anche se i congressi e la campagna delle Primarie per il segretario non sembrano aver prodotto, fino ad oggi, lo stesso entusiasmo del passato. D'altronde, c'è un vincitore annunciato: Matteo Renzi.

Un po' a disagio, nella parte. Lui: è un outsider di successo. Oggi non recita il ruolo dello sfidante, ma dello sfidato. In mezzo a due figure diverse. Cuperlo, evoca la tradizione e l'organizzazione politica, radicate sul territorio. Civati, invece, compete con Renzi sul suo stesso piano. La giovinezza e la capacità mediatica - esibita, con grande efficacia, nel "faccia a faccia" su Sky.

Più in generale, pesa la delusione per la vittoria mancata alle elezioni politiche. Contro le attese suscitate dalle Primarie di un anno fa. Così è arduo, domenica prossima, immaginare una partecipazione ampia come nelle precedenti occasioni. Potrebbe non essere un male. Costringerebbe il nuovo segretario a considerare il Pd un partito ipotetico (per citare Berselli): da (ri)costruire.

A considerare la fiducia degli elettori: un obiettivo da ri-conquistare. Accettando la sfida del M5S. Che ieri, a Genova, ha di nuovo riempito la Piazza, per un nuovo V-Day. In nome dell'impeachment di Napolitano. L'ultimo riferimento istituzionale dotato di fiducia, fra i cittadini. Un nuovo passaggio della marcia contro i partiti e le istituzioni condotta negli ultimi anni.

Con successo, visto che, secondo il sondaggio di Demos, il M5S continua a mantenere un livello di consensi superiore al 21%. Più di quanto segnalassero le stime elettorali pochi giorni prima del voto di febbraio. Peraltro, il M5S dispone di una base "fedele" più ampia di quel che si potrebbe pensare.

Visto che il 60% di quanti l'hanno votato alle elezioni oggi confermerebbero la loro scelta. Ma la fedeltà verso Grillo e il M5S suona come la misura dell'infedeltà verso gli altri partiti e verso le istituzioni. Verso la democrazia rappresentativa. In un Paese che, dopo mesi di "larghe intese", appare diviso assai più che condiviso.

 

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