prodi gentiloni

LA VENDETTA DI PRODI (CONTRO RENZI) - PRIMA "MORTADELLA" ANNUNCIA CHE NON VOTERA’ IL PD MA LA LISTA DI NOSTALGICI ULIVISTI E POI ESALTA GENTILONI: "L'ULTIMA FASE DI GOVERNO MI SEMBRA PARTICOLARMENTE POSITIVA” - LA STILETTATA ALL’EX ROTTAMATORE: “L’ ITALIA DEVE ESSERE GUIDATA, NON COMANDATA”

Giorgio Gandola per la Verità

 

prodi gentiloni

 

C' è un fantasma che si aggira nell' accampamento di sinistra. A differenza degli spettri cinematografici non fa cigolare le porte e non spaventa nessuno, ma è egualmente dispettoso ed è un autentico specialista in vendette servite fredde. Silenzioso e immobile da una dozzina d' anni come l' immortale semaforo descritto da Corrado Guzzanti, ieri a Bologna Romano Prodi si è materializzato alle spalle di Paolo Gentiloni durante la convention della lista Insieme (Giulio Santagata, Riccardo Nencini, Angelo Bonelli) e gli ha fatto la piacevole sorpresa: «Scendo in campo per te».

 

prodi renzi

Il Paese non è stato attraversato da un fremito salvifico, ma la notizia c' è tutta perché non era scontato che l' inventore dell' Ulivo prendesse posizione e ancora meno che volesse utilizzare il premier come mezzo per fare l' ultimo sgarbo a Matteo Renzi e preparare la rivincita. «Oggi ho rotto un lungo silenzio perché mi sentivo in dovere di sostenere la coalizione di centrosinistra, in particolare gli amici di Insieme perché portano avanti gli stesso valori che sono stati alla base dell' Ulivo, minore disuguaglianza e una forte presenza in Europa», ha spiegato al Teatro delle celebrazioni il padre dei cattolici di sinistra. «C' è una certa commozione nel tornare a un' assemblea politica dopo quasi nove anni. E c' è anche nel riconoscere a Paolo Gentiloni il valore del lavoro che sta facendo. Ha le idee chiare, riconosce i propri limiti e i propri meriti nell' ambito europeo. Con lui c' è l' Italia che vogliamo: sana, forte, rigorosa».

 

Il Professore alla fine ha piantato la tenda nel Pd, con l' accuratezza di piazzarla con vista su Gentiloni premier, il più lontano possibile da Renzi e dall' altra parte del fiume rispetto a quel gruppo di «cari amici della scissione» rappresentato da Pierluigi Bersani, Massimo D' Alema e Pietro Grasso.

 

ROMANO PRODI GIULIO SANTAGATA

Quando un cattocomunista con la gastrite come Prodi definisce delle persone «cari amici», significa che avrebbe immenso piacere nell' affondare il coltello fra le loro scapole. «Nei giorni scorsi», ha argomentato, «mi sono pronunciato in modo sfavorevole verso gli amici della scissione, amici cari ma che hanno indebolito fortemente questo disegno. È così importante che la coalizione di centrosinistra sia unita. Serve un contributo plurale per vittoria comune. Se si perderà, la responsabilità avrà anche i loro volti».

 

Un capitolo a parte merita Renzi, bersaglio prodiano per antonomasia, destinatario naturale di anatemi sottovoce dal tempo della rottamazione. Nonostante i suoi 78 anni, Prodi ricorda perfettamente i tre schiaffi che ha dovuto subire nell' era della Leopolda: la pubblica richiesta di andare in pensione, il siluro a uno dei suoi discepoli quanto a dinamismo politico, Enrico Letta, e soprattutto la grande trappola del Quirinale, quando il futuro segretario, in una notte, smontò il piano per eleggere il Professore presidente della Repubblica. Era il 19 aprile 2013, quarto scrutinio e lui in frettoloso rientro da Bamako, dove si trovava in missione per conto dell' Onu. Entrò in conclave papa e ne uscì semplice monsignore, tradito dai famosi 101 «dalmati renziani». Lui stracciò la tessera del Pd e disse che non sarebbe mai più tornato in politica.

Prodi-Renzi

 

Ieri, contravvenendo all' impegno per la felicità dei nostalgici della Margherita, degli integralisti dossettiani e di alcuni parroci della Val Brembana, ha tenuto a dedicare la prima stilettata a Renzi, ovviamente senza mai nominarlo per rispetto della sacra ipocrisia: «L' ultima fase di governo mi sembra particolarmente positiva rispetto a dove eravamo arrivati. Si è capito che questo è un Paese che ha bisogno di essere guidato e non comandato». Lui ne sa qualcosa: dopo aver battuto due volte Silvio Berlusconi, proprio per colpa della melliflua e ondivaga vocazione curiale non è riuscito a resistere a palazzo Chigi per più di due anni.

ROMANO PRODI GIULIO SANTAGATA

 

La convergenza di Prodi verso il Pd di Gentiloni, quello tutto tattica e niente strategia, in definitiva postdemocristiano, ha due motivazioni ben poco ideali ma molto concrete: 1) la necessità del vecchio notabile di avere le mani libere a Bologna, dove si appresta a sostenere Pierferdinando Casini contro Vasco Errani e la componente cattolica di sinistra. Questo perché il Professore, sin dai tempi di Arnaldo Forlani, ha un debito di riconoscenza verso quell' area che lo mise a capo del carrozzone Iri. 2) Anche il suo dissenso da Renzi non è netto, ma laterale, in fondo felpato come da carattere (il suo ultimo libro s' intitola Il piano inclinato) perché suoi pupilli parlamentari come Sandro Gozi, Sandra Zampa e lo stesso Santagata sono pur sempre blindati dentro l' arca democrat.

 

prodi renzi

Così il Semaforo del centrosinistra, a forza di immobili derive della politica, è arrivato fino a noi. E prima del rosario ci ha lasciato l' ultima perla di saggezza.

«Dobbiamo andare all' attacco fiduciosi, con serenità.

 

Diceva mia mamma che tutti i suoi amici partiti per la guerra tristi erano tornati morti». A questo punto le mani di Gentiloni hanno stretto forte l' asta del microfono. Non per togliergli la parola, ma perché è di ferro.

 

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