ASCESA DEL BAMBOCCIO DI TALENTO - LA SFIDUCIA, LE DIMISSIONI, LA SQUADRA, L’INCARICO. LA VERA STORIA DI COME LA SMART DI RENZI HA SFANALATO E SORPASSATO IL PANDINO DI LETTA

Claudio Cerasa per il Foglio

Ciao Enrico. Sono le quindici e quaranta quando Matteo Renzi sale sul palchetto montato a Roma al terzo piano di largo del Nazareno, scruta con sguardo insieme severo e infiammato i compagni della direzione, avvicina veloce la bocca al microfono e dopo due mesi passati a sfanalare con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Enrico Letta decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia e di tentare finalmente il sorpasso.

Il sorpasso, il sorpasso a Enrico, il sorpasso a quelle fragili intese che il segretario del Pd tenta di rottamare ben prima del suo arrivo alla guida del partito, coincide con un freddo documento che alle diciotto e quindici minuti viene approvato dalla direzione (136 voti favorevoli, 16 astenuti, 2 voti contrari) con un messaggio chiaro: "La direzione rileva la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del paese con un orizzonte di legislatura".

Detto, fatto: nel giro di due ore la direzione si stringe attorno al segretario, accetta di lasciare le proprie impronte digitali sulla rottamazione del governo, decide di sfiduciare in diretta streaming il suo presidente del Consiglio e presenta a Enrico Letta (che in direzione non c'era) un segnale composto da due parole: ciao, Enrico.

Tre minuti dopo arrivano le cinque righe di comunicato con cui Letta annuncia le dimissioni - le presenterà formalmente questa mattina al Quirinale. Dopo di che partirà la giostra: le consultazioni saranno brevi, entro lunedì Renzi riceverà l'incarico, a metà settimana il segretario presenterà la squadra (gli unici certi sono Delrio, sarà il Gianni Letta di Renzi al governo, Boschi, dovrebbe prendere il posto di Quagliariello alle Riforme, Tito Boeri, che dovrebbe andare al Lavoro, mentre Lucrezia Reichlin all'Economia è una soluzione che Renzi aveva già studiato nel settembre del 2012, ai tempi delle primarie con Bersani) e nel giro di pochi giorni nascerà il governo Leopolda: con qualche grillino alla Camera e al Senato (non casuale ieri l'arrivo di Casaleggio a Roma), qualche vendoliano (tendenza Gennaro Migliore) e una maggioranza a Palazzo Madama che si trova tra i 194 e 198 senatori.

Ecco. Queste le notizie. Ma accanto alle notizie bisogna affiancare una storia particolare, cioè il percorso che ha portato il sindaco a rottamare il governo del caro amico Enrico. La prima ragione è legata all'inerzia, e all'inevitabile percorso della Smart: per un leader che intende praticare fino in fondo l'espressione "vocazione maggioritaria", è ovvio far coincidere il ruolo di segretario con quello di candidato premier, e i modi che Renzi aveva per farli coincidere erano due: o far cadere il governo e andare subito alle elezioni oppure, per non restare ostaggio di questo esecutivo fiacco, prendere il governo e usare poi la minaccia delle elezioni per farlo trottare.

Ma la storia dei continui colpi di clacson con cui Renzi invita da mesi Letta a togliersi di mezzo non è frutto di una decisione presa d'istinto, è invece il finale di un romanzo che il sindaco ha cominciato a scrivere un anno fa.

Il nastro della corsa di Renzi va riavvolto al 22 aprile 2013, quando, dopo la rielezione di Napolitano, Renzi capisce che il capo dello stato cerca un premier che abbia anche le caratteristiche per mettere al riparo il governo dai tuoni dell'antipolitica grillina. Renzi si fa avanti, trova consensi all'interno del partito, capisce che di fronte alla possibilità di andare a Palazzo Chigi il Pd gli avrebbe detto di sì, e prova a giocare la sua partita. Una partita che Renzi perde ma che sarà decisiva per convincere il sindaco che per conquistare il paese bisogna prima conquistare il Pd.

Passano i mesi, arriva il governo Letta, arrivano le prime difficoltà e i primi pasticci e durante l'estate comincia la marcia del rottamatore: il sindaco decide - lo annuncerà più avanti - di candidarsi alla segreteria e inizia a costruire attorno a sé una rete di contatti extra politici che nel corso dei mesi darà i suoi frutti - e che presto si trasformerà in un'onda capace di travolgere il governo e far viaggiare Renzi come un surfista sul cavallone.

E così, 13 luglio, Renzi, guidato dall'amico Marco Carrai, dà il là al suo tour da presidente del Consiglio ombra: arriva l'incontro con Merkel, arrivano i contatti con i poteri che contano e arriva la consapevolezza che il suo rapporto con Letta sarebbe stato identico a quello che aveva avuto nel passato Veltroni con Prodi.

E' il 26 agosto e Renzi racconta a un amico al telefono quello che pochi mesi dopo sarebbe successo: "Quando sarò segretario con Enrico non potrò andare d'accordo e credo proprio che sarò costretto a far cadere il governo". I mesi passano, Renzi si candida, si prepara a vincere le primarie, si convince che per togliere di mezzo il governo sarebbe stato necessario votare con il Porcellum ma poi si arriva al 5 dicembre del 2013 e cambia tutto: la Consulta dichiara il Porcellum incostituzionale e per la prima volta Renzi confessa a un suo collaboratore a Palazzo Vecchio che il piano B è quello: se non si riesce a fare la legge elettorale si rottama Enrico e si va a Palazzo Chigi. Detto, fatto.

Così, nei mesi successivi, Renzi proverà a negarlo, proverà comunque a ricucire con Letta, a farsi fotografare sorridente con il presidente del Consiglio (nota: non esiste una sola foto in cui Letta e Renzi si stringano la mano guardandosi negli occhi) ma tutto precipita quando, all'improvviso, il governo si infila una fascetta in testa e si traforma in un esecutivo kamikaze: arriva la storia degli aumenti degli insegnanti da restituire, arriva il Salva Roma (qui si incrina il rapporto tra Letta e Napolitano), arriva la legge di stabilità che diventata "un marchettificio", arriva il giro dell'oca dell'Imu, arriva il caos dei versamenti Tares, arrivano le telefonate della Cancellieri (dovrebbe essere sostituita da Michele Vietti alla Giustizia), arrivano i pasticci di Zanonato.

E allora Renzi si prepara all'attacco. E dalla sua - oltre a Napolitano, sedotto lunedì durante la cena al Quirinale - trova alleati pesanti: Franceschini (che il 2 settembre passa dalla parte di Renzi pur rimanendo formalmente dalla parte di Letta), Alfano (che Renzi porta dalla sua parte il 15 gennaio in un albergo romano) e la maggioranza della minoranza del Pd (da Orfini a Orlando).

E proprio come successo un anno fa, dopo la non vittoria di Bersani, è ancora la minoranza del Pd (6 febbraio) a chiedere una discontinuità al governo. La discontinuità ora c'è. Arriva dalla direzione, arriva da un Pd che paradossalmente non è mai stato così compatto come ieri (anche se non tutti hanno spinto Renzi a Palazzo Chigi per fare il bene di Renzi, diciamo).

Ovvio: adesso bisognerà fare i conti anche con i Vendola, gli Alfano, i Lupi e i Quagliariello e occorrerà dimostrare che non è una contraddizione portare l'Italia dalla Seconda alla Terza Repubblica con i metodi della Prima. Renzi ieri ha ottenuto la sua vittoria e si è messo in corsia di sorpasso. La sfida è difficile, non impossibile.

Ma per trasformarsi da rottamatore in costruttore, per diventare l'Angela Merkel del Pd, e arrivare a guidare il semestre europeo senza farsi prima rottamare da Grillo, il segretario dovrà ricordarsi di fare una cosa semplice: da oggi il bamboccione di talento non è più solo un bamboccione ma è quasi un presidente del Consiglio, e dunque quando andrà via da Firenze sarà meglio lasciare nell'armadio i pantaloni corti.

 

 

 

orenzo Guerini Debora Serracchiani Luca Lotti Maria Elena Boschi b b adb c f a b ba MGzoom RENZI, BOSCHI,DELRIO ALLA LEOPOLDA TITO BOERI GENNARO MIGLIORE marco carrai n SCARONI LETTA IN MESSICO large Flavio Zanonato LETTA ALFANO LUPI MATTEO RENZI GIOVANE

Ultimi Dagoreport

fertitta meloni

"BENVENUTA A BORDO, GIORGIA!", COSÌ E STATA ACCOLTA LA PREMIER DELLA SGARBATELLA DALL’AMBASCIATORE USA A ROMA, TILMAN FERTITTA, CHE NELL’ULTIMO WEEKEND L'HA OSPITATA SUL SUO MEGA-YACHT "BOARDALK" DI 117 METRI, CHE HA GETTATO L'ANCORA ALL’ARGENTARIO DAVANTI ALL’''HOTEL PELLICANO", IMPEGNATO A COSTEGGIARE IL BELPAESE ("COASTAL DIPLOMACY", LA CHIAMA) - DOPO IL RENDEZ-VOUS, UNA VOLTA SBARCATA A PORTO ERCOLE, LA EX "GIORGIA DEI DUE MONDI" NON HA DOVUTO "IMPLORARE" PER UN SELFIE, COME AD EVIAN CON IL TRUMPONE, METTENDOSI IN SORRIDENTE POSA CON I VILLEGGIANTI - DOPO ESSERE STATA SPUTTANATA E INSULTATA VIA SOCIAL DAL SUO EX AMICO COL CIUFFO, LA CAMALEONTICA "GIGIORGIA" FORSE SPERA ANCORA DI RIALLACCIARE UN RAPPORTO COL DEMENTE DELLA CASA BIANCA AL CONVEGNO NATO DI ANKARA DEL PROSSIMO 7 LUGLIO - NEL DUBBIO DI QUALE SARA' LA REAZIONE DI TRUMP VERSO DI LEI (BUFFETTO O SCHIAFFETTO?), LA DUCETTA AZZOPPATA È STATA BEN ATTENTA A NON FAR SAPERE ALLE GAZZETTE DEL SUO INCONTRO CON FERTITTA - LA SMENTITA DI PALAZZO CHIGI: "MELONI NON È STATA SULLO YACHT DI FERTITTA. NOTIZIA INVENTATA"

mark rutte giorgia meloni donald trump giuseppe conte

DAGOREPORT - L’ITALIA È ENTRATA (A SUA INSAPUTA) NEL CONFLITTO USA-IRAN? - AL SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO, MARK RUTTE, CHE HA SPIFFERATO A TRUMP CHE “CINQUECENTO AEREI AMERICANI SONO DECOLLATI DALLA BASE DI SIGONELLA” (DI CUI L'ITALIA HA LA PIENA SOVRANITÀ TERRITORIALE), MELONI HA RISPOSTO NEGANDO SECCAMENTE LA PARTECIPAZIONE DEL BELPAESE AL CONFLITTO - OVVIAMENTE, UNO DEI DUE MENTE: RUTTE O MELONI? - IN SOCCORSO DI "GIGIORGIA", ARRIVA IL RETROSCENISTA DEL ‘’CORRIERE’’, FRANCESCO VERDERAMI: “LA PROVA CHE RUTTE HA DICHIARATO IL FALSO È IL ROTTAME DI UN DRONE DELL’AERONAUTICA CHE GIACE IN KUWAIT” - FORSE IGNARO CHE UNO STATO PARTECIPA A UNA GUERRA ANCHE SENZA FAR ALZARE IN VOLO DRONI MA SUPPORTANDO ATTIVITÀ MILITARI, DOPO IL "FALSARIO" RUTTE, VERDERAMI PASSA A GIUSEPPE CONTE, REO DI ACCUSARE MELONI DI AVER VIOLATO L'ART. 78 DELLA COSTITUZIONE: “ERA IL 2020, LE BASI ITALIANE NON FURONO UTILIZZATE SOLO PER LA LOGISTICA, MA ANCHE PER MISSIONI NON AUTORIZZATE NÉ DALL’ONU NÉ DALLA NATO: IN SIRIA E IN LIBIA”. E CHIUDE: “ALLORA A WASHINGTON C’ERA SEMPRE TRUMP E A GERUSALEMME C’ERA SEMPRE NETANYAHU. A ROMA INVECE C’ERA CONTE” - IL SERVIZIEVOLE RUTTE HA SPUTTANATO COSÌ PESANTEMENTE MELONI PER SALVARSI LA SUA POLTRONA NATO DAL TRUMP IRACONDO…

giorgia meloni marina berlusconi matteo salvini antonio tajani roberto vannacci sergio mattarella

DAGOREPORT- SONDAGGIO DOPO SONDAGGIO, SONO MOLTI GLI ANALISTI CHE LO DANNO PER CERTO: L’IRRUZIONE SULLA SCENA POLITICA DI ROBERTO VANNACCI E DELLA SUA ‘’SPORCA DOZZINA”, ALTRIMENTI DETTA FUTURO NAZIONALE, NON È UN FUOCO DI PAGLIA, NON È UNA CARICATURA, NON È UN MERO FENOMENO DI PASSAGGIO DESTINATO A BALLARE UNA SOLA ESTATE - SE VA AVANTI COSÌ, GUADAGNANDO 1 PUNTO OGNI 15 GIORNI, A SETTEMBRE VANNACCI SOTTERRERÀ NON SOLO LA LEGA, SPROFONDATA AL 5/6%, MA ANCHE FORZA ITALIA, GALLEGGIANTE AL 7/8% - A QUEL PUNTO, CON I DUE ALLEATI IN STATO COMATOSO, RIUSCIRÀ GIORGIA MELONI, COL SUO 28%, AD OTTENERE IL 42% DEI CONSENSI, COME VUOLE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE TARGATA CENTRODESTRA, SENZA IMBARCARE ANCHE L’ULTRA-DESTRA DI FUTURO NAZIONALE? - MA IN TAL CASO, L'USCITA DI FORZA ITALIA BY MARINA DALLA COALIZIONE, PER TOTALE INCOMPATIBILITÀ COL “MONDO AL CONTRARIO”, OMOFOBO E RAZZISTA, DI VANNACCI, VIENE DATA PIÙ CHE PROBABILE...

giorgia meloni roberto vannacci pedro sanchez paolo mieli donald trump

DAGOREPORT - ALLA SCAZZO COATTO, SEGUIRA' VENDETTA, TREMENDA VENDETTA DEL TRUMPONE? QUANTO RISCHIA "GIGIORGIA" PER AVER PRESO IN GIRO, CON SORRISI E PROMESSE, IL DISTURBATO MENTALE DELLA CASA BIANCA? – PAOLINO MIELI NE E' CERTO: “A MELONI VERRÀ PRESENTATO IL CONTO. FARANNO L’IMPOSSIBILE PER FARLE PERDERE LE ELEZIONI, PER SPUTTANARLA” – “USERANNO ANCHE VANNACCI. LO POSSONO ALIMENTARE, DA UNA PARTE GLI AMERICANI, DA UNA PARTE PUTIN. LO POSSONO GONFIARE, DANDOGLI AUTOREVOLEZZA” –  PER CAPIRE QUANTO È “VENDI-CATTIVO” TRUMP, BASTA GUARDARE COSA È SUCCESSO A PEDRO SANCHEZ: PRIMA È SBUCATO UN DOSSIER PER CORRUZIONE SUL SUO “PADRINO” ZAPATERO. POI È ARRIVATO IL RINVIO A GIUDIZIO PER LA MOGLIE DEL PREMIER SPAGNOLO… - VIDEO

domenico centrone leonarda alberizia giovanni caravelli meloni nordio bartolozzi almasri mantovano

DAGOREPORT – CHE CURIOSA COINCIDENZA: IERI LE AUTORITÀ LIBICHE HANNO LIBERATO IMPROVVISAMENTE I DUE ATTIVISTI DELLA FLOTILLA, LEONARDA ALBERIZIA E DOMENICO CENTRONE, INGABBIATI DA UN MESE - E CHI ERA ATTERRATO IN LIBIA NEI GIORNI SCORSI, UFFICIALMENTE PER UN INCONTRO “ISTITUZIONALE” CON IL PREMIER DI TRIPOLI, ABDULHAMID DABAIBA? GIOVANNI CARAVELLI, DIRETTORE DELL’AISE, I SERVIZI SEGRETI ESTERI ITALIANI, UNO DEI PROTAGONISTI DEL CASO ALMASRI, IL TORTURATORE LIBICO ARRESTATO IN ITALIA CHE, MALGRADO FOSSE INSEGUITO DA UN MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE, FU COMODAMENTE RIACCOMPAGNATO A TRIPOLI A BORDO DI UN JET DELL'INTELLIGENCE – QUESTA VOLTA, LA MATASSA CHE CARAVELLI AVEVA DA SBROGLIARE IN LIBIA ERA LA SCARCERAZIONE DEI DUE FLOTILLEROS? - CONOSCENDO GLI USI E GLI ABUSI DELLE TRIBU' LIBICHE ("PAGARE MONETA, VEDERE CAMMELLO"), CHISSA' QUANTO SARA' COSTATO AL GOVERNO MELONI RIPORTARE A CASA I DUE ATTIVISTI... - VIDEO