IL VIETNAM E L’AFGHANISTAN SONO NIENTE IN CONFRONTO: IN IRAN SI È CONSUMATA LA PIÙ GRANDE UMILIAZIONE AMERICANA DELLA STORIA – A STRAVINCERE, OLTRE A TEHERAN, È LA CINA. L’ULTIMO ARTICOLO DEL MEMORANDUM, IL 14, RECITA: “L’ACCORDO FINALE SARÀ APPROVATO DA UNA RISOLUZIONE VINCOLANTE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU” – FUBINI: “QUESTO DALLO STESSO TRUMP CHE HA FATTO USCIRE L’AMERICA DA 31 AGENZIE DELLE NAZIONI UNITE. NON PUÒ ESSERE LUI AD AVER VOLUTO IL VOTO VINCOLANTE IN CONSIGLIO DI SICUREZZA, DUNQUE DEV’ESSERE STATO L’IRAN. E LO HA FATTO SENZ’ALTRO SU SPINTA DI UN PAESE CHE HA IL SUO DIRITTO DI VETO IN QUELL’ORGANISMO: LA CINA. COSÌ PECHINO ENTRA NELL’ACCORDO CON UN SUO FORMALE DIRITTO DI INGERENZA"
Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”
Se davvero sarà firmata così, la bozza di «accordo» di queste ore fra gli Stati Uniti e l’Iran è la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul del 2021. A leggerli, i 14 punti che dovrebbero essere sul tavolo scorrono come se fosse il regime di Teheran ad aver dettato le condizioni e Donald Trump ad averle subite.
Come raccontato più volte sul nostro giornale, sono l’istantanea di una Casa Bianca che aveva più fretta persino di un Iran bombardato e assediato di uscire dalla situazione in cui si era cacciata.
iran il complesso residenziale dove era nascosto ali khamenei 3
Non è difficile trovare nella bozza indizi di questo squilibrio. Al punto due, l’Iran e gli Stati Uniti «si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale e a evitare di interferire negli affari interni l’uno dell’altro».
Così in questa guerra avviata da Washington uccidendo la guida suprema Ali Khamenei, con l’intenzione di forzare un cambio di regime, si conclude con il suo opposto: non solo con un regime iraniano ancora più militarizzato, ma con l’impegno formale degli americani a non azzardarsi di nuovo a rovesciarlo.
[...] la Repubblica islamica ora rivendica le acque di Hormuz e ha scoperto una formidabile arma di deterrenza nel bloccarle in caso ritenga che la Casa Bianca violi le promesse.
donald trump emmanuel macron alla reggia di versailles 2
Al punto cinque si parla poi della riapertura del traffico in entrata e uscita dal Golfo, in teoria «senza costi». Si legge: «L’Iran completerà le misure necessarie (al transito, ndr ), incluso lo sminamento»: il regime mantiene così un certo grado di controllo delle aree di pericolo [...].
Ma soprattutto l’ipotesi del pedaggio sullo stretto, in teoria esclusa, ritorna in maniera obliqua: l’Iran discuterà con l’Oman, Paese rivierasco di Hormuz sulla sponda sud «della futura amministrazione e dei servizi marittimi nello stretto». Si prefigura così la pretesa di Teheran di farsi pagare per offrire alle navi servizi di pilotaggio «in sicurezza» attraverso Hormuz: un pedaggio appena mascherato.
PALAZZI DISTRUTTI DALLE BOMBE A TEHERAN - FOTO LAPRESSE
C’è poi il controverso articolo 6, quello che recita: «Gli Stati Uniti si impegnano, in coordinamento con i loro partner (del Golfo, ndr ), a creare un piano concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico dell’Iran, garantendo un finanziamento da almeno 300 miliardi di dollari».
Trump ha precisato subito che il governo americano non verserà un solo cent in quel fondo il quale, in sostanza, ha tutta l’aria di una riparazione per l’aggressione. Ma intanto è nero su bianco il principio dell’indennizzo a uno dei peggiori regimi del mondo. E il vicepresidente JD Vance ha già detto che si chiederà a entità del Golfo di contribuire.
xi jinping e donald trump foto lapresse
Ora, immaginate come accoglieranno l’idea: i Paesi sunniti dell’area si sono trovati in una guerra americana senza essere neanche stati avvertiti dalla Casa Bianca, che poi non ha saputo difenderli mentre l’Iran si rivaleva contro di loro con migliaia di missili e droni. Ora l’America chiede loro di versare riparazioni all’Iran. Che effetto può fare alla credibilità degli Stati Uniti come leader di alleanze internazionali?
[...]
In sostanza, l’America dovrà far avere all’Iran moltissimi miliardi in varie forme per tornare a un’apertura di Hormuz più fragile di quella di febbraio scorso. E sul nucleare tutto resta vaghissimo.
DONALD TRUMP - CONFERENZA STAMPA G7 EVIAN, FRANCIA - FOTO LAPRESSE
Ma soprattutto l’ultimo articolo (14) è un segnale: «L’accordo finale sarà approvato da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Questo dallo stesso Trump che detesta gli organismi multilaterali e ha fatto uscire l’America da 31 agenzie delle Nazioni Unite. Non può essere lui ad aver voluto il voto vincolante in Consiglio di sicurezza, dunque dev’essere stato l’Iran. E lo ha fatto senz’altro su spinta di un Paese che ha il suo diritto di veto in quell’organismo: la Cina. Così Pechino entra nell’accordo con un suo formale diritto di ingerenza.
Perché non c’è dubbio che questa crisi eroda il prestigio dell’America, incapace di piegare l’Iran dall’aria e troppo divisa politicamente per sopportare un’operazione militare più complessa. Invece eleva il ruolo globale della Cina, garante dei mercati dell’energia e regista dell’accordo per l’Iran. Ma, alla lunga, un mondo a trazione cinese può solo far sembrare generosa e tollerante l’egemonia americana del tempo che fu. Persino quella di Trump.
IL VIDEO DEL BOMBARDAMENTO AL DEPOSITO DI MUNIZIONI DI ISFAHAN PUBBLICATO DA DONALD TRUMP
HOWARD LUTNICK - DONALD TRUMP - MARCO RUBIO - FOTO LAPRESSE
CINA IRAN
DONALD TRUMP - FOTO LAPRESSE
A PECHINO L’ACCORDO TRA ARABIA SAUDITA E IRAN
ALI LARIJANI XI JINPING
