LA GRANDE TRUFFA DELLA STORIA: SONO SEMPRE I VINCITORI CHE LA SCRIVONO - IL NUOVO SAGGIO DI PAOLO MIELI RECENSITO DA PAOLO GUZZANTI

Paolo Guzzanti per "Il Giornale"

Alla fine bisogna sempre fare «i conti con la storia» e non sono mai conti facili: sono come gli esami che non finiscono mai. Quando Atene si liberò dei Trenta tiranni chiudendo uno dei periodi più foschi della sua storia (nel regolamento di conti che ne seguì Socrate fu messo a morte di fatto per collaborazionismo, altro che corrompere i giovani) fu promulgata una «legge bavaglio» che vietava di rivangare il passato, scriverne, rievocare.

L'ordine regna ad Atene: il dibattito è chiuso - si stabilì - pena il collasso della società. Da noi, in Italia, non ci fu una legge, ma solo una canzone napoletana: Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto... Chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce 'o ppassato.

Quello di Atene dopo la dittatura dei Trenta è il più clamoroso esempio che Paolo Mieli porta nel suo ultimo libro I conti con la storia (Rizzoli) sul ventaglio di soluzioni possibili quando finisce un conflitto che riverbera odio, dolore e desiderio di vendetta. Ma davvero l'oblio è il medicamento da somministrare dopo ogni conflitto? No, si può fare anche il contrario, se i vincitori sono generosi patrioti.

L'esempio è quello degli Stati Uniti che, dopo la fine della guerra civile a metà degli anni Sessanta del XIX secolo (proprio mentre l'Italia si unificava malamente), scelsero di includere i vinti, elevandoli al rango di co-fondatori della nuova nazione. Questo fatto, da noi poco noto, mi colpì molto quando vivevo negli Stati Uniti perché non ti aspetti quella quantità di monumenti, nomi di strade, memorial, che trasformano i nemici di un tempo in patrioti degni di onore. Sarebbe come se in Italia, dopo l'8 settembre 1943, i vinti repubblichini fossero stati promossi al rango di «patrioti avversari» co-fondatori della nuova Repubblica.

Sappiamo come andò nella realtà. E a questo proposito Mieli affronta il caso di Giampaolo Pansa, famoso giornalista «di sinistra» che provocò una rottura verticale nel conformismo italiano, guidato dalla legge dell'oblio e, peggio, dalla legge della memoria asimmetrica dei vincitori. Ho sempre pensato che se la guerra l'avesse vinta la Germania, avremmo avuto poi infiniti musei e celebrazioni della memoria dei genocidi di Stalin e dei suoi campi di concentramento, e la Shoah sarebbe stata ignorata, o trattata come un fatto marginale su cui alcuni storici anticonformisti avrebbero sollevato il velo mezzo secolo più tardi.

Il tabù infranto da Pansa vieta ai non fascisti di parlare del sangue dei vinti durante la guerra, ma poi anche delle esecuzioni pianificate per classe sociale nel triangolo della morte emiliano. Le imprese della Volante rossa e le stragi successive alla Liberazione, che non furono lo strascico di «comprensibili vendette contro gli aguzzini», ma il passaggio dalla guerra contro tedeschi e fascisti repubblichini alle procedure per instaurare un regime comunista manu militari: ci volle il freddo realismo di Stalin e del suo impassibile portavoce Palmiro Togliatti per bloccare l'ondata insurrezionale, in nome del nuovo ordine nato a Yalta.

La convenzione impose che di quei fatti nessuno dovesse più parlare e una lastra di piombo ateniese asfaltò ogni memoria e ogni verità. Nulla nelle scuole, nulla in tv.
Degli effetti di quell'oblio sono stato io stesso testimone e vittima.

Quando fui eletto nel giugno 2002 Presidente della Commissione d'inchiesta sugli agenti russi in Italia (non soltanto le banali e oneste spie, ma anche agenti d'influenza) ebbi la candida idea di proporre ai post comunisti che occupavano la metà del nostro parlamentino un patto d'onore: sediamoci, dissi, intorno a un tavolo e lavoriamo insieme per voltare finalmente pagina, affrontando tutti i temi roventi del passato (la Commissione Mitrokhin era stata chiesta per primo da D'Alema quando la notizia di uno schedario russo reso pubblico fece impazzire la sinistra per le accuse reciproche di «collaborazionismo» sovietico).

La condizione che pongo, aggiunsi, è che prima dobbiamo leggere tutti insieme e con accuratezza quella pagina, e poi voltarla. Ma avevo avuto torto: nessuno, da quella parte, aveva intenzione di condividere alcuna verità e di restituirla al Paese. La risposta che ebbi fu sprezzante: venne lanciata una campagna diffamatoria preventiva accusandomi di voler usare la Commissione «come una clava».

La parola d'ordine lanciata da D'Alema sulla «clava» diventò una goccia cinese. I giornali russi fecero eco scatenando una campagna di derisione e di falsità contro la commissione del Parlamento italiano e i giornali si schierarono dalla parte della legge bavaglio, certificando che io non potevo che essere un provocatore.

Al mio informatore segreto Alexander «Sasha» Litvinenko fu inflitto il supplizio di Socrate con una pozione letale di moderna cicuta, l'isotopo Polonio 210. La legge di Atene dopo la cacciata dei Trenta era e resta in vigore. Per fortuna, Scotland Yard non ha mollato l'osso quanto a Litvinenko, ma questa è un'altra storia.

E dunque, seguendo la linea de I conti con la storia, viene da chiedersi chi e che cosa scriverà fra un secolo, o fra cinquanta anni, sull'Italia di oggi, sui veleni della guerra civile a bassa intensità intorno a Berlusconi e all'antiberlusconismo. Ci penseranno gli storici? Secondo Mieli è possibile: la pratica dovrebbe essere gestita dagli storici nei tempi e modi necessari per spurgare le incandescenze emotive ed ideologiche a causa delle quali la storia è usata proprio come «una clava» dalla politica. Come dire che a un certo punto bisogna saper dire basta.

L'Italia più di ogni altro Paese mostra quanto indigesto sia il proprio passato anche recente, su cui gli storici professionisti in fondo non possono granché: è un dato di fatto, ricorda, che la sua unità sia stata costruita su molte menzogne. I cittadini degli Stati preunitari dovettero rinnegare le loro identità precedenti raccontandosi a suon di urla e marcette militari di essere stati tutti da sempre ardenti patrioti italiani.

Quando arrivò il momento, tutti diventarono entusiasti reduci della Grande Guerra, compresi i milioni che l'avevano avversata nelle piazze. Poi arrivò il momento in cui tutti si dichiararono fascisti da sempre e, subito dopo, antifascisti da sempre, quando si assistette all'improvvisa comparsa in ogni famiglia di indomabili zii e nonni anarchici, meglio se ferrovieri, che con eroica ostinazione avevano rifiutato la tessera del fascio.

Nello stesso momento milioni di italiani dichiararono di aver salvato uno o più ebrei, che non erano più di cinquantamila. Alla caduta della Prima Repubblica non si trovava più un socialista craxiano o un democristiano del Caf a pagarlo oro: il camaleontismo opportunista continuerà ad essere l'elemento distintivo del carattere degli italiani, come aveva notato Leopardi. Quanti sono oggi i forconisti «da sempre»? E quelli che «mi ha telefonato Matteo» dopo anni in cui «mi ha telefonato Massimo» e l'ormai lontano «mi ha chiamato Bettino»?

Si può davvero scrivere la storia con gente come questa fra i piedi? Mieli ne dubita. Tuttavia può capitare persino che gli storici, se possono alternare sulla testa il cappello dell'opinion leader oltre quello dello storico, abbiano l'opportunità di modificare il corso della storia come fece Mieli quando, direttore del Corriere della Sera, decise pubblicare nel 1994 il famoso avviso di garanzia che provocò il ribaltone e la caduta del primo governo Berlusconi da cui fu generato il governo Dini, la conseguente sconfitta del centrodestra in Italia del 1996 costretto a una lunga apnea fino al 2001. Cito l'evento perché ho ragionevoli dubbi sulla neutralità degli storici.

A complicare le cose ci si mettono pure figure retoriche e organismi reali che agiscono e interagiscono sui fatti come il «politicamente corretto». L'ipocrisia ha poi perfezionato le sue armi con le agenzie delle Nazioni Unite e con i Tribunali internazionali a baricentro non occidentale che hanno come target finale Israele un po' come la Procura di Milano punta a Berlusconi.

Il «politicamente corretto» impedisce per esempio di dire che la tratta degli schiavi africani venduti, trasferiti in catene in America, dal Brasile ai Caraibi, dalla Martinica alle colonie britanniche, non fu fatta dai bianchi europei (mai dagli americani) ma dagli arabi che si servivano di tribù schiaviste di neri africani in un continente che praticava lo schiavismo da oltre mezzo millennio prima che arrivassero i bianchi a comperare insieme agli sceicchi. Ebbene, oggi ci sono stati africani le cui leggi spediscono in galera chi osa dubitare che lo schiavismo africano sia stato un crimine dei bianchi colonialisti.

Il libro di Mieli è una straordinaria e quasi infinita serie di narrazioni certificate autentiche e paradossali d'ipocrisie. È un libro fortemente anticonformista e sconvolgente. Se Calvino fa ardere vivo lo studioso della circolazione sanguigna Michele Serveto in combutta con l'Inquisizione spagnola (fascine verdi per il rogo e un collare di paglia cosparso di zolfo), che dire del grande cancelliere tedesco Bismarck (ammiratore del Risorgimento italiano) che ordinò di impiccare tutti gli abitanti maschi (compresi vecchi e bambini) della città di Ablis dove i francesi avevano catturato sessanta soldati tedeschi? L'ordine fu immediatamente eseguito senza che nessun avversario di Bismarck avesse nulla da ridire.

La storia che Mieli viviseziona è quasi sempre falsificata dai vincitori: quando Hitler invase la Polonia nel 1939, il suo alleato e fervido ammiratore Stalin invase secondo gli accordi russo-tedeschi la Polonia da Est. L'Armata Rossa compì ogni sorta di violenza e crimini, senza contare lo scandalo della consegna reciproca fra svastica e falce e martello di rifugiati ebrei contro rifugiati anticomunisti sul ponte di Brest-Litovsk. Il risultato è che dopo la fine della guerra si conoscono solo i crimini tedeschi, non quelli sovietici.

E ancora sui fatti di casa nostra: Mieli sostiene che i leghisti non hanno tutti i torti quando dicono che l'unità fu fatta in un modo che non aveva nulla a che fare con gli ideali risorgimentali che prevedevano un'Italia del Nord. Invece le cose andarono diversamente: gli inglesi mollarono il re di Napoli, la mafia e la camorra scesero in campo con Garibaldi e il re sabaudo, così come sarebbero scese in campo con gli americani che risalivano la penisola dalla Sicilia.

Per due volte tenuti a battesimo dalla mafia, quale sorpresa di fronte a uno Stato in parte geneticamente mafioso? I conti con la storia non finiranno mai, è vero, ma bisogna pur cominciare a farli se vogliamo dare una mano non solo agli storici ma anche ai cittadini futuri per aiutarli, aiutarci, a guarire dalla genetica ipocrisia.

 

 

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