rigoletto opera di roma

ROMA ALL’OPERA! - MATTIOLI: ‘È BASTATO IL PRELUDIO PER CAPIRE CHE IL ‘RIGOLETTO’ INAUGURALE DELL’OPERA DI ROMA SAREBBE STATO SOPRATTUTTO IL ''RIGOLETTO'' DI DANIELE GATTI. E, PER UNA VOTA, ANCHE QUELLO DI GIUSEPPE VERDI. LA SCOMMESSA È STATA ECCEZIONALE (E VINTA). UNA DIREZIONE COSÌ MERITAVA UNA REGIA PIÙ CORAGGIOSA. ALLA FINE, ABBADO È STATO PURE BUATO, SIA PURE PER LE RAGIONI SBAGLIATE…’

 

Alberto Mattioli per www.lastampa.it

rigoletto opera di roma

 

Domenica è bastato il Preludio per capire che il Rigoletto inaugurale dell’Opera di Roma sarebbe stato soprattutto il Rigoletto di Daniele Gatti. E, per una vota, anche quello di Giuseppe Verdi. L’eccezionalità della scommessa e giocata e vinta da Gatti richiede che si proceda per punti. 

 

Primo. Questo, si diceva, è il Rigoletto di Verdi, non di Verdi e di quell’insieme di effetti ed effettacci, convenzioni e superstizioni che si tenta di nobilitare alla voce «Tradizione». Il punto non è, o non è soltanto, che Gatti utilizzi l’edizione critica, perché ormai così fan tutti, né che faccia piazza pulita degli acuti aggiunti, come fa qualcuno. Il punto è che Gatti segue Verdi in tutto: nell’eseguire le note scritte da lui e solo quelle, comprese le cadenze originali, ma anche i suoi segni d’espressione, le dinamiche, le indicazioni metronomiche. L’effetto, in un’opera devastata dalla «tradizione», è che sembra di ascoltarla per la prima volta.  

 

rigoletto opera di roma 2018

Come sempre, si scopre che ha ragione Verdi a scrivere quello che vuole, non i suoi «miglioratori» a eseguire quel che vogliono loro. Prendete il sol acuto «di tradizione» di Rigoletto a «È follia!», alla fine del recitativo e prima del tempo d’attacco del primo duetto con Gilda. È un’assurdità musicale e un’assurdità drammaturgica. Musicale, perché Verdi lì ha scritto un mi con corona, e il mi è la tonalità associata in tutta l’opera a Gilda, di cui quindi introduce l’entrata in scena; drammaturgica, perché un uomo in preda ai dubbi non si mette a strillare, ma parla fra sé e parla sommessamente.

 

rigoletto opera di roma

Gatti fa restare il suo Rigoletto, Roberto Frontali, sul mi, oltretutto cantato piano, e l’effetto è molto più coinvolgente e convincente del barrito «tradizionale». Piazza pulita anche della sciagurata cadenza alla fine della «Donna è mobile», inserita con l’unico scopo di far sfoggiare al tenore un si naturale.

 

È insensata, intanto perché «spezza» il brano rendendo incongrua la ripresa del tema della Canzone da parte dell’orchestra, e poi perché Verdi si è tenuto in serbo l’acuto del tenore per il finale dell’opera, quando risuona irridente fuori scena nell’ultima, atroce beffa a Rigoletto (per inciso, invece, segnaliamo l’unica perplessità sulle scelte testuali di Gatti: non ha molto senso che nella stretta del «Sì, vendetta» consenta a Rigoletto la puntatura al la bemolle - non bella in generale e qui in particolare - e non il mi bemolle a Gilda...). 

rigoletto opera di roma

 

Punto secondo. Sono dettagli? Certo. Però vanno inseriti nel senso complessivo della direzione. Gatti ci ricorda che Rigoletto è un’opera quasi tutta «in interni» e quasi tutta «notturna», circostanze entrambe che richiedono sonorità ridotte, abbondanza di piano e pianissimo, un canto più sussurrato che estroverso. Anche l’orchestra suona quasi sempre piano, il che rende le esplosioni in forte (tipo l’implacabile, secchissimo crescendo del Preludio) ancora più impressionanti. In questo senso, è paradigmatico il duetto Rigoletto-Sparafucile.

 

rigoletto opera di roma 2018

Su un’orchestra misteriosa che attenua e ovatta tutto come la nebbia padana, i due svolgono il loro dialogo, che è fatto tutto di allusioni e frasi spezzate, senza mai superare il mezzoforte e quasi parlando: straordinario. Quindi, ridurre l’operazione di Gatti all’eliminazione degli acutazzi aggiunti significa non capirne la portata. È soltanto la premessa, necessaria ma non sufficiente, per un’autentica, radicale, necessaria rilettura di Rigoletto che ridà ai suoi valori musicali la loro coerenza drammaturgica. Si chiama teatro musicale, pazienza per chi non lo capisce. «Le mie note o belle o brutte che sieno, non le scrivo a caso», scrive Verdi in una lettera celebre.  

rigoletto opera di roma 2018

 

Punto terzo. A differenza di quel che spesso avviene, Gatti non si limita a ripensare la buca, con l’Orchestra dell’Opera che, un po’ incerta all’inizio, lo segue poi con duttilità, slancio e bel suono (si dice che sia imminente la nomina di Gatti a direttore musicale del teatro: per l’Opera di Roma e in generale per l’opera in Italia sarebbe una bellissima notizia). È fantastico anche il lavoro sull’ottimo coro di Gabbiani.

 

Prendete una frasetta che viene sempre strillata, buttandola via: «E non capisci / Che per ora vedere non può alcuno», quando i cortigiani liquidano il Paggio petulante che sta cercando il Duca, in quel momento impegnato con Gilda in camera da letto. Per una volta, la frase viene cantata staccata e sottovoce come, giustamente, fa chi non vuole farsi sentire dagli altri; nel caso, da Rigoletto che nella stessa stanza cerca la figlia. Insomma, quella di Gatti non è solo una grande direzione: è anche una capillare, certosina, attentissima concertazione, tanto minuziosa quanto fantasiosa.  

 

carlo fuortes virginia raggi luca bergamo

A questo punto, se Rigoletto smette di essere una palestra dove misurare atletismi e «canne» vocali, i cantanti devono essere valutati per quanto e come contribuiscano a un progetto interpretativo così rivoluzionario. In questo senso è perfetta la Gilda di Lisette Oropesa, che non solo canta benissimo sempre, ma riesce a trasformare «Caro nome» da grande aria della diva in un bellissimo, toccante soliloquio di una ragazzina innamorata.

 

Benissimo anche Roberto Frontali, voce ancora importante benché non freschissima, che si inserisce con convinzione e autorevolezza nel disegno di Gatti. Poi magari fa anche di necessità virtù, ma se i risultati sono così convincenti, benissimo. Invece è un po’ in difficoltà il Duca, Ismael Jordi, voce morbida e bella ma di volume ridotto e, soprattutto, messa in difficoltà dalla necessità di cantare piano su tessiture acute come quella del cantabile del duetto con Gilda. Più o meno a posto gli altri. 

 

la sindaca raggi saluta la presidente del senato maria elisabetta alberti casellati (1)

Per nulla, invece, lo spettacolo. Daniele Abbado ambienta tutto a Salò, ed è un’ottima idea per un’opera che racconta le depravazioni del potere. Però si ferma lì. Pregustavamo già l’orgia iniziale come sequel delle 120 giornate di Sodoma e invece ci siamo dovuti accontentare di un paio di gerarchi in stivaloni che fanno ginnastica tipo Starace. Insomma, è sostanzialmente il solito Rigoletto, incorniciato da scene inutilmente monumentali di Gianni Carluccio piene di praticabili che nessuno pratica (e che fra l’altro assorbono le voci invece di rimbalzarle in sala) e con il coro sempre in fila. Per fortuna, è bello il terz’atto, straniante nel suo voluto irrealismo e con una bellissima morte in piedi di Gilda.

 

paolo savona roberto d agostino (1)

Ma una direzione così meritava una regia più coraggiosa. Alla fine, Abbado è stato pure buato, sia pure - immaginiamo - per le ragioni sbagliate: le vestali non gli hanno perdonato la trasposizione temporale della vicenda invece che contestargliene la staticità (fra parentesi, curioso che per i sedicenti «verdiani» si scandalizzino se un regista elimina le calzamaglie e considerino invece un atto normale, anzi dovuto, che si cantino spartiti di paternità incerta...). Qualche buuu! anche a Jordi.  

 

Infine, la seratona mondana. Star due signore della politica: la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, quella che diceva che non c’erano «elementi sufficienti» per nominare Abbado padre senatore a vita, e la sindaca Virginia Raggi, sensazionale in un abito che era un incrocio fra la divisa di un ammiraglio sudamericano e i divani dei Casamonica, con qualcosa di Rita Hayworth (sì, i guanti a mezzo braccio, appunto - guarda caso - in Gilda).

antonio marini elena stanizzi nitto palma maria elisabetta alberti casellati col marito giovanbattista casellati

 

E poi, tutto il repertorio delle prime che amiamo detestare: in platea, un tripudio di chincaglierie bizantine, commenti surreali, dame plastificate, imprecisati portaborse, stole risalenti al primo centrosinistra, spacchi impressionanti, smoking portati come l’orbace delle comparse (e viceversa), commenti tipo «aho’, ma lei muore!» (giuro che è vero) nel finale e perfino qualcuna delle rare teste pensanti superstiti di questo sventurato Paese, tipo Giuliano Ferrara, Roberto D’Agostino, Corrado Augias, Giancarlo De Cataldo. Insomma, la solita meraviglia romana. 

guillermo mariotto enzo benigniangela melillo cesare san maurola presidente del senato maria elisabetta alberti casellati col suo capo di gabinetto nitto palma (2)la sindaca virginia raggi sul red carpet del teatro dell opera (8)virginia raggi e luca bergamo alla prima del rigoletto (3)

 

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