VOGLIONO METTERE IN GALERA PORNHUB! - BEN SASSE, SENATORE DEL NEBRASKA, REPUBBLICANO, ULTRACONSERVATORE, HA CHIESTO A WILLIAM BARR, MINISTRO DELLA GIUSTIZIA DEL PRESIDENTE TRUMP, DI METTERE SOTTO INDAGINE PORNHUB PER FAVOREGGIAMENTO DI TRATTA DI MINORI - BARBARA COSTA: “MESI FA, SU PORNHUB, È FINITO UN VIDEO IN CUI SI VEDE UNA RAGAZZA VITTIMA DI SEVIZIE. SEVIZIE NON FAKE, SEVIZIE VERE E ALLORA…” - GALLERY HOT DI STORMY DANIELS

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Barbara Costa per Dagospia

 

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Vogliono mettere in galera Pornhub! Ben Sasse, senatore del Nebraska, repubblicano, ultraconservatore, ha chiesto a William Barr, ministro della Giustizia del presidente Trump, di mettere sotto indagine Pornhub per favoreggiamento di tratta di minori! Le cose stanno così: mesi fa, su Pornhub, è finito un video in cui si vede una ragazza vittima di sevizie. Sevizie non fake, sevizie vere, e per giunta ai danni di una minorenne.

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È stato Pornhub a rimuovere e a denunciare il video, a chiamare la polizia, e a far così scoprire che la 15enne era stata rapita da un maniaco, che aveva lui stesso girato e messo il video in rete, video poi finito pure su Pornhub. Maniaco che è stato identificato, arrestato, e la ragazza liberata. Del caso si sono occupati siti e giornali di carta americani, tutti dando rilievo e merito alla denuncia di Pornhub.

 

Ma secondo il sen. Sasse no, Pornhub ha la sua colpa, almeno oggettiva, e mettere un video simile lo prova. Pornhub tramite i suoi avvocati si difende, dicendo che nel suo canale trovi video porno di sevizie sadomaso estreme ma finte, recitate, girate da professionisti ma pure da attori amatoriali, video che eccitano a seconda della sensibilità e del pudore di chi decide di cliccarci su.

 

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Pornhub garantisce controlli rigorosi su autenticità e consenso di ciò che vedi nei video ma, dato il volume gigantesco del materiale caricato – come attesta Corey Price, vicepresidente di Pornhub: il sito ospita 11 petabyte di contenuti, vale a dire 3.666.666.666 minuti di materiale girato, e questa è la stima ferma a ottobre 2019 – tale controllo non può essere esente da crepe, è rapido ma nei limiti i più logici. Pornhub rimuove video di revenge porn, sesso non consensuale, sesso in cui sono coinvolti minori, appena di questi video viene informato, o se ne accorge esso stesso.

 

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Per il momento, il ministro Barr ha rispedito la richiesta di Sasse al mittente, come aveva già fatto con una lettera simile inviatagli da altri 4 repubblicani. Dando a tutti questa motivazione: che gli forniscano prove contro Pornhub ben più valide, e non avvalorate solo da denunce a firma di attivisti anti-porno che basano le loro crociate su studi finanziati da leghe anti-porno.

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E nemmeno da ciò che sostengono alti prelati cattolici americani che il 30 aprile hanno "pregato" Barr di perseguire “i crimini” di Pornhub e soci, dacché “dobbiamo amarci tutti come fratelli e sorelle” e il porno in rete è l’antitesi di questo amore (come no: invece "l’amore" che alcuni uomini di Chiesa, anche negli USA, hanno mostrato verso minori, violentandoli, quello non è un crimine, vero?). E Pornhub da parte sua mica sta fermo, rilancia, e si scaglia contro il sen. Sasse, accusandolo di servirsi del brand Pornhub a fini elettorali, per farsi pubblicità, finire sui media, e assicurarsi la rielezione!

 

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Come se non bastasse, nello Utah, da una parte depenalizzano la poligamia (se ti scoprono che c’hai più mogli non ti fai più 5 anni di galera: paghi una multa di 750 dollari), dall’altra approvano una legge che obbliga i siti pornografici ad apporre "un advisory che spieghi la nocività" di quello che una persona adulta ha liberamente deciso di vedere. Nocività a chi, a cosa non è chiaro, ma si intuisce che nello Utah sono sul serio convinti che il porno sia il Male, uno strumento di Satana, e faccia danni a chi lo guarda, e che tale "peccatore" debba esserne protetto.

 

I boss del porno schierano i loro avvocati contro ciò che ritengono un limite alla libertà di espressione e sono prontissimi ad affrontare cause legali che son sicuri di vincere in nome del Primo Emendamento. In difesa del porno scende in campo anche Alan Dershowitz, avvocatone famoso, dal curriculum che mette paura. Secondo Dershowitz, politici e attivisti anti-porno “sono degli zeloti che sprecano tempo e fiato”: si diano pace, nessuno può vietare al porno di pornare, né proibire a chi lo guarda di onanisticamente sballarsene. Se il porno porna secondo la legge, fare porno (e guardarlo) senza advisory e altre seccature, rientra nelle libertà intoccabili, negli Stati Uniti (ancora) considerate sacre.

 

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Guai con la legge anche per il governatore di New York Andrew Cuomo: Sean McCarthy, proprietario di Blush Gentleman’s, strip club di New York City, gli fa causa. Seguendo le disposizioni di Cuomo, McCarthy ha chiuso il suo locale a metà marzo, e il governatore gli ha detto che lui sarà tra gli ultimi a riaprire. McCarthy non ci sta, protesta (alla CBS) che “tale chiusura mi ha causato danni insanabili e debiti.

 

Cuomo è un discriminatore, un monarca che si pone al di sopra della Costituzione”, perché tratta i cittadini-lavoratori in modo iniquo. McCarthy vuole riaprire, subito, e in tutta sicurezza: degli aiuti governativi non sa che farci, e esige da Cuomo 150 mila dollari di danni, più il pagamento delle spese legali. Se McCarthy vince, per lo Stato di New York (e per tutti gli altri) si apriranno voragini di ricorsi da affrontare. 

 

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Sempre per la serie porno&legge, te lo ricordi Michael Avenatti? L’avvocato, quello che difendeva la pornostar Stormy Daniels, la bionda che, dopo 14 anni, si è ricordata che Trump, quando non era ancora presidente ma era "solo" un magnate tra i più ricchi al mondo, è stato il suo amante: prima Stormy non ce lo poteva dire, no, aveva firmato un accordo di riservatezza per non dirlo a nessuno, tantomeno ai media, accordo che negli USA ha valore legale e penale se non lo rispetti, e lei però 2 anni fa, con Trump alla Casa Bianca… che hanno fatto tanto sesso, e quando Trump era già sposato con Melania, che aveva appena partorito Barron, e che Trump manco è dotato, e che a letto è un rude, Stormy è andata a dirlo in tv, in profumate ospitate da talk-show, e ci ha scritto un libro, "Full Disclosure", libro di cui Avenatti è accusato di aver rubato il ghiotto anticipo.

 

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Ma la notizia di oggi è che Avenatti "beneficia" dell’emergenza coronavirus: infatti lui è da febbraio scorso che è in carcere, non per i guai con la Daniels, ma per aver tentato di estorcere alla Nike 20 milioni di dollari. Avenatti in galera stava in una cella umida e fredda, ma così fredda che era costretto a dormire sotto 3 coperte. Coperte che non l’hanno risparmiato dalla polmonite, e i suoi avvocati sono riusciti a fargli avere gli arresti domiciliari sostenendo che un detenuto coi postumi da polmonite è ad alto rischio se dovesse beccarsi il virus.

 

Così Avenatti è ora col braccialetto elettronico a casa di un amico suo sulle spiagge di Venice, e si lamenta pure: i giudici gli hanno proibito internet! Il lockdown ha spostato a data da destinarsi gli altri due processi che l’attendono, quello in cui Stormy Daniels gli rinfaccia i 300 mila dollari sottratti, e un secondo in cui un altro suo ex cliente lo accusa di avergli fregato 840 mila dollari. Lo Stato della California ha sospeso a Avenatti la licenza da avvocato e si ricordi: i domiciliari concessigli durano 3 mesi.

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Dopo i quali se ne torna dietro le sbarre, non certo a far ospitate in tv, ospitate che, dicono, gli hanno fruttato vagonate di dollari, più il grado di nuovo idolo dei democratici anti-Trump: si faceva il nome di Avenatti come candidato alle primarie. Questo però fino a che Avenatti non finì per la prima volta in galera, nel 2018, quando venne arrestato con l’accusa di violenza domestica. Uscì dopo poche ore, pagando una cauzione di 50 mila dollari. Dopo la condanna del febbraio scorso, i democratici che tanto lo tifavano, non l’hanno cercato né nominato più, chissà perché…

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