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COME SI E’ “NORMALIZZATO” IL “RUSTY TRUMPONE” - PARTITO POPULISTA, “THE DONALD” HA MOLLATO GLI ESTREMISMI IDEOLOGICI PER AVVICINARSI ALL’ESTABLISHMENT MILITARE E FINANZIARIO - IL PRESIDENTE HA CAVALCATO L’ALT-RIGHT MA HA CAPITO CHE SENZA IL CUORE DEL POTERE AMERICANO NON SI PUO’ GOVERNARE

Tiziano Bonazzi per “La Lettura – il Corriere della Sera”

 

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Alle presidenziali del 2016 si è parlato molto, e con molta fretta, di un Donald Trump guida di un travolgente movimento populista. Il movimento esiste - confuso, ma vero - ed è venuto crescendo da quando negli anni Novanta la destra religiosa americana ha preso a smantellare le roccaforti del Partito repubblicano, per poi esplodere dopo il 2008. Il fiuto di Trump, tattico di vaglia con una visione del mondo intimamente avversa alla politica, lo ha spinto a intestarselo.

 

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Tuttavia, che Trump possa essere un Perón nordamericano è difficile da sostenere e l' emergere fra i suoi consiglieri, almeno al momento, dei membri tratti dall' establishment militare e finanziario, a spese degli estremisti ideologici come Steve Bannon, parrebbe indicare che il presidente sappia di non poter governare senza di loro, tanto che si comincia a mormorare di una sua Clintonification.

 

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Oltre a intestarsi il movimento populista, una delle sue mosse più significative - e perturbanti - è stata dare cittadinanza politica a una galassia di gruppuscoli che si collocano al di là sia del conservatorismo classico che del neoconservatorismo. Lo ha fatto nel momento in cui ha messo a capo della sua campagna elettorale Bannon, anima del magazine online «Breitbart News», uno dei più estremi e rabbiosi siti della destra, che viene da molti ritenuto il portavoce della Alt-Right, la destra alternativa, il cui nemico dichiarato è il neoconservatorismo repubblicano, globalista ed elitario.

 

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Le cose, tuttavia, vanno esaminate con attenzione, perché la Alt-Right non è un movimento politico, ma l' etichetta data a un fenomeno che incrocia non solo anime, ma linguaggi diversi. Si tratta di un fenomeno in buona parte mediatico, un magma di siti web come «4chan» (blog di manga giapponesi e una miriade di altre cose, fra cui la politica) «8chan», «The Daily Stormer», «The Right Stuff», e di piccoli magazine online. Secondo alcuni è quasi una controcultura di giovani blogger e intellettuali trasgressivi, irridenti, amanti del linguaggio forte e politicamente scorretto usato come un divertissement , uno stile più che un' ideologia; ma al suo interno vivono frange radicali, piccole però tenaci.

 

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Nel 2016 l'armata dei bianchi che si sentivano emarginati, «senza casa a casa propria», cioè in America, animati da una volontà identitaria di rivincita contro entrambi i partiti, ritenuti responsabili non solo delle difficoltà economiche, ma della preferenza concessa ai «poveri non meritevoli», neri e immigrati irregolari, ha dato con Trump l' assalto al cielo.

 

La loro rabbia e l'immagine di un' America malata, assediata all' interno e all' esterno, sposata da Trump, ha aperto una breccia in cui si sono gettate le frange della destra estrema: suprematisti ed etnonazionalisti bianchi, antifemministi, omofobi, razzisti, antisemiti, islamofobi, neoreazionari che si sono insinuati nelle paure del white trash, l'immondizia bianca, termine usato da sempre per definire i bianchi marginali delle campagne e delle periferie.

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Le conseguenze non sarebbero molto significative in un Paese drogato di media e pullulante di gruppi radicali sia di destra che di sinistra, se al vertice, assieme a finanziatori più o meno occulti, non vi fossero personaggi come Bannon o altri sufficientemente visibili quali il blogger Milo Yiannopoulos, il suprematista bianco Richard Spencer, il filosofo neoreazionario Paul Gottfried.

 

Molto diversi fra loro, hanno in comune l'idea della difesa della civiltà giudaico-cristiana e un nazionalismo per il quale razze ed etnie sono entità ineliminabili e chiuse che non dovrebbero mescolarsi fra loro, così come non si dovrebbero superare le barriere genetiche che fondano i ruoli di uomini e donne. Idee alle quali si affianca l'influenza di pensatori quali Oswald Spengler, Henry L. Mencken e anche Julius Evola, molte delle cui opere sono tradotte in inglese.

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Bannon in particolare, nei suoi rari interventi in pubblico (fra cui quello molto importante del 2014 in Vaticano all'Istituto Dignitatis Humanae, un centro del cattolicesimo conservatore) e in una recente intervista al «Washington Post», ha illustrato una posizione che, senza cadere negli estremismi di tanta Alt-Right, delinea una destra per il nuovo secolo: un «Tea Party globale», come dice.

 

Punti di avvio sono l'idea di una guerra globale già in atto contro l'islam jihadista e in futuro contro la Cina, per difendere la civiltà giudaico-cristiana e il capitalismo, e quella di un movimento politico che deve ridare vigore all'Occidente indebolito dalla secolarizzazione e dal crony capitalism, il capitalismo statalista e globalista incapace di creare lavoro e ricchezza per quella che chiama classe media. Da qui l' America first, l'America prima di tutto, l'antiglobalismo, l' avversione al multiculturalismo e all' immigrazione, il tradizionalismo dei valori, le aperture verso l'Ukip inglese e il Front national francese. Una sorta di manifesto di un conservatorismo arrembante, estraneo al neoconservatorismo.

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Bannon non ha una forza politica propria e Trump lo sente vicino perché neppure lui appartiene al business globalizzato e ha sempre avuto una posizione antipartitica; ma è prematuro dire che le idee di Bannon prevarranno. La feroce lotta fra i consiglieri del presidente, di cui questi pare servirsi per rimanere in un equilibrio dinamico, non lo dà al momento vincitore né dà spazio immediato e diretto al magmatico universo Alt-Right.

 

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Tuttavia l'elezione di Trump una conseguenza l'ha avuta. Il populismo che lo ha portato alla vittoria si è venuto tingendo dei colori di un post-conservatorismo aggressivo, dai toni comunitari ed esclusivisti, che si allontana dal fulcro della tradizione politica americana, anche conservatrice. Non un alieno nel panorama d'Oltreatlantico, ma un outsider che la cecità del neoconservatorismo come del progressismo liberale rischia di avvicinare al centro del ring e contro cui non bastano slogan antichi.

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