monsignor alberto perlasca

PERLASCA NON CI CASCA: ''NON HO CONTI IN SVIZZERA, ERANO DEL VATICANO E NON DECIDEVO SOLO IO''. IL MONSIGNORE: ''VOLEVO DENUNCIARE LA TRUFFA DELL'IMMOBILE A LONDRA A OPERA DI TORZI, TUTTI GLI ALTRI NELLA SEGRETERIA DI STATO HANNO DECISO DI TRATTARE. LO STUDIO LEGALE SI ERA IMPEGNATO FINO A 10 MILIONI, INVECE SI CHIUSE A 15. MA CHISSÀ DOVE SONO FINITI QUEI 5…'' - IL RICATTO DAVANTI AL PAPA: ''MI SEMBRA MOLTO BRUTTO CHIAMARE DIRETTAMENTE IN CAUSA IL SANTO PADRE''

 

Fabio Marchese Ragona per ''il Giornale''

 

Monsignor Alberto Perlasca è uno dei protagonisti dell'affare milionario d'Oltretevere che riguarda l'acquisto del palazzo di lusso a Sloane Avenue a Londra su cui sta indagando la magistratura vaticana. Dopo l'arresto del broker molisano Torzi accusato, tra le altre cose, di aver estorto 15 milioni alla Santa Sede, il prelato, che compare tra gli indagati, rompe il silenzio.

 

ALBERTO PERLASCA

Monsignor Perlasca, le hanno sequestrato un conto in Svizzera?

 

«Assolutamente no. Per il semplice fatto che non ho conti personali in Svizzera e sono pronto a querelare chiunque dichiari il contrario. È stata fatta una notevole confusione, spero non ad arte, tra conti personali e conti della Segreteria di Stato, sui quali, peraltro, non avevo alcun potere di firma in quanto lo avevano solo i superiori. Io avevo potere di firma solo congiuntamente ad un altro Superiore. Non ricordo di averne mai dovuto fare uso, perché non ce n'è mai stato bisogno. In altri termini: io non potevo spostare un solo centesimo».

 

Lei gestiva gli investimenti per conto della Segreteria di Stato all'epoca dell'operazione riguardante il palazzo di Londra. A un certo punto entra in scena il finanziere Torzi per gestire la transazione per l'acquisizione del palazzo. Grazie a chi arrivò in Vaticano?

 

 «Non è vero che io gestivo gli investimenti. L'Ufficio Amministrativo, nel quale peraltro esiste un'apposita sezione finanziaria, si interfacciava con i referenti esterni della Segreteria di Stato, i quali suggerivano le diverse strategie che, a loro parere, potevano essere seguite. Le proposte, poi, erano valutate dall'Ufficio ed inoltrate ai superiori, i quali decidevano al riguardo. Il signor Torzi entra in scena nell'ottobre del 2018, quando si trattò di uscire dal rapporto con il dottor Mincione. Venne introdotto dal professor Giovannini e dall'avvocto Intendente, a loro volta presentati dal Dr. Milanese. Il Sostituto era monsignor Peña Parra».

 

GIANLUIGI TORZI

 Torzi riceve mandato dalla Santa Sede per l'acquisizione delle quote del palazzo in modo da ottenere la piena proprietà dell'immobile. Perché la Segreteria di Stato decise di seguire questa triangolazione tramite la società Gutt SA di Torzi?

 

 «Devo premettere che questa transazione fu approvata dal Segretario di Stato il quale autorizzò l'operazione. A questa domanda dovrebbero peraltro rispondere il dottor Tirabassi (dell'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, ndr) e il dottor Crasso (all'epoca gestore delle finanze della Segreteria di Stato, ndr) ai quali avevo cortesemente chiesto di seguire da vicino la complessa questione. Sinceramente non saprei dirle perché si seguì questa strada. Al tempo, mi fidai di quanto riferito da Tirabassi e da Crasso. Del resto, non c'era mai stato alcun motivo per dubitare della loro correttezza. Una società, comunque, doveva essere costituita, in quanto la Segreteria di Stato non possiede direttamente proprietà immobiliare».

MONSIGNOR ANGELO BECCIU

 

Ci fu una riunione in cui emerse che Torzi chiedeva 20 milioni di euro per restituire alla Santa Sede mille quote della società con diritto di voto. Può raccontarci qualcosa di quella riunione in cui emerse, secondo gli inquirenti, il tentativo di estorsione?

 

«Appena si palesò la richiesta del signor Torzi dissi chiaramente che bisognava denunciarlo, in quanto avanzava pretese del tutto ingiustificate e di evidente indole ricattatoria. Purtroppo fui l'unico a sostenere questa tesi, mentre si preferì scendere a trattative con la controparte. Non è che io escludessi la trattativa, ma la contemplavo solo dopo aver sporto denuncia per truffa e chiesto il sequestro conservativo del bene».

 

È vero che il tentativo di estorsione avvenne anche in presenza del Papa?

LA LETTERA DI ENRICO CRASSO A ANGELO BECCIU

«Mi sembra molto brutto chiamare direttamente in causa il Santo Padre in questa vicenda. So che, alla fine di dicembre del 2018, ci fu un incontro con Lui, al quale però nessun rappresentante dell'Ufficio amministrativo venne invitato. Forse perché si sapeva fin troppo bene la relativa e irremovibile posizione circa la denuncia».

 

Perché alla fine il Vaticano ha pagato 15 milioni a Torzi?

«Perché alla fine prevalse la linea della trattativa. Le dirò di più. Il primario studio londinese - assolutamente il migliore - che curò la transazione si impegnò sino a 10 milioni, in quanto, oltre quella cifra, nessun controllo interno ed esterno avrebbe potuto non rilevare i contorni della truffa, rispetto al valore del bene. Non le so dire nulla sugli altri 5 milioni sempre che siano stati effettivamente dati perché io ero già stato trasferito ad altro incarico».

 

stabile di sloane avenue londraangelo becciu papa francescostabile di sloane avenue londra

 

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