aston martin dbx suv

ELETTRO-SHOCK: LO STUDIO FARLOCCO DI ASTON MARTIN PER SCREDITARE I VEICOLI ELETTRICI. NON SOLO I DATI SONO SBAGLIATI, MA È STATO PUBBLICATO DA UNA SOCIETÀ DI COMUNICAZIONE MESSA IN PIEDI DALLA MOGLIE DI UN DIRIGENTE ASTON MARTIN, CHE NELLA VITA FA L'INFERMIERA - IL NUOVO CAPO DELL'AZIENDA (CHE IN QUESTI ANNI HA PERSO MOLTI SOLDI E NON SI È ANCORA CONVERTITA AI MOTORI GREEN) HA AVVIATO UN'INDAGINE INTERNA

 

 

Dall'articolo di Alessandro Sperandio per www.startmag.it

 

ASTON MARTIN DBX SUV

Si potrebbe definire un Aston Martin-gate. O, in italiano, semplicemente una figuraccia che un glorioso marchio come quello britannico, non avrebbe meritato. Tutto nasce da uno studio commissionato da Honda, Aston Martin, Bosch e McLaren, che ha confrontato due vetture del gruppo Volvo-Polestar, controllato dalla cinese Geely, e analizzarne consumi ed emissioni: da un lato la Polestar 2 ,100% elettrica, e dall’altro, una Volvo XC40, alimentata a benzina.

 

In sostanza si concludeva che analizzando l’intero ciclo di vita – produzione compresa – i veicoli elettrici genererebbero il 63% in più di emissioni rispetto ai modelli a benzina o diesel, richiedendo di percorrere almeno 78 mila km per arrivare a un pareggio con i motori termici, come si può leggere su numerosi siti di quotidiani britannici come il Times, il Telegraph e il Daily Mail.

 

Una delle Aston Martin Vanquish Volante

COSA HA SCOPERTO MICHAEL LIEBREICH

La ricerca è stata naturalmente dirompente per l’intero comparto dei veicoli elettrici visto che le conclusioni rischiavano di minare una delle basi della transizione energetica nel comparto auto. Se non fosse che si sarebbe rivelata errata. A svelare la magagna e sbugiardare gli autori è stato un analista e docente universitario britannico Michael Liebreich, presidente e CEO della società di consulenza per l’energia pulita e i trasporti Liebreich Associates, fondatore di Bloomberg New Energy Finance e consulente del Board of Trade del Regno Unito.

 

ASTONGATE?

Liebreich, sulla sua pagina Linkedin ha pubblicato un post dal titolo emblematico “Astongate” nel quale ripercorre le vicende che hanno portato al report di Aston Martin. In breve, non servirebbero 78 mila km per pareggiare le emissioni tra elettriche e motori termici ma 25 mila km. Ma soprattutto, ha scritto nel post, “ho scoperto che il rapporto è stato scritto da una società di pubbliche relazioni, la Clarendon Communications, intestata alla moglie infermiera di James M. Stephens, Direttore Global Government & Corporate Affairs di Aston Martin”.

POLESTAR 2

 

LA STORIA DI LIEBREICH

“Una cosa mi ha colpito subito – ha raccontato Liebreich -: il rapporto (che potete trovare qui) sembrava essere stato sponsorizzato da una lista di operatori del settore dei trasporti non noti per le loro posizioni da leader nei veicoli elettrici: Aston Martin, Bosch, Honda, McLaren, Optare e la Renewable Transport Fuel Association. Così ho immediatamente girato l’articolo ad Auke Hoekstra, Senior Advisor on Electric Mobility presso l’Università Tecnica di Eindhoven. Auke è probabilmente il principale esperto mondiale sulle emissioni del ciclo di vita dei veicoli elettrici, diesel e a benzina.

 

Ha pubblicato articoli di peer review sull’argomento, ma su Twitter è conosciuto come il Debunker-in-Chief, famoso per i suoi articoli che demoliscono un rapporto fasullo dopo l’altro e che sostengono che i veicoli elettrici sono peggiori per le emissioni rispetto ai veicoli a combustione interna”.

 

LE CONCLUSIONI DI HOEKSTRA

aston martin lagonda.

Dopo aver passato al microscopio tutti i dati, Hoekstra ha concluso che la differenza tra l’elettrica e la tradizionale pareggerebbe i conti a 28 mila km in circa due anni e mezzo di utilizzo secondo la media di percorrenza delle auto in Europa e non i sette previsti dal rapporto. “Non è poi così male, dato che l’età media di un’auto da rottamare nel Regno Unito è di poco inferiore ai 14 anni e la vita media è probabilmente superiore ai 16 anni, dato che circa il 20% delle auto usate viene esportato, generalmente in luoghi come l’India, i Caraibi e il Sud Africa”, ha ammesso Liebreich.

 

LA CLARENDON COMMUNICATIONS

Per quanto riguarda l’azienda di pubbliche relazioni la Clarendon Communications, Liebreich ha raccontato di aver notato che il sito web della società non elencava alcun membro del team mentre in evidenza aveva clienti del calibro di Aston Martin e Bosch. Dopo essersi insospettito Liebreich si è recato alla Companies House, per trovare i nomi dei direttori di qualsiasi azienda del Regno Unito. Da qui la scoperta: Clarendon Communications aveva un direttore solo, Rebecca Caroline Stephens “quando la maggior parte delle aziende di PR ha diversi direttori”. Ma non solo: incrociando i dati delle proprietà delle case, Liebreich ha poi scoperto che la donna altri non era che la moglie di uno dei direttori di Aston Martin.

Tobias Moers

 

ASTON MARTIN HA AVVIATO UN’INDAGINE INTERNA

Dopo questa scoperta, il capo di Aston Martin Tobias Moers ha avviato un’indagine interna come ha riferito il The Guardian. Moers ha affermato che il coinvolgimento di Aston Martin nel rapporto ampiamente screditato è iniziato prima che lui entrasse a far parte della società lo scorso agosto e che non era a conoscenza del suo contenuto prima che fosse pubblicato. E ha aggiunto di essere “profondamente preoccupato” e che avrebbe condotto una revisione delle circostanze che circondano la messa in servizio e la pubblicazione del rapporto.

 

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