“MALETTON”: SCAPPA PRIMA CHE LA BORSI TI MANGI! - BENETTON VALE APPENA 700 MILIONI. UN PREZZO DA SALDO PER QUOTAZIONI DA SALDO: NEGLI ULTIMI TRE ANNI IL TITOLO HA PERSO IN BORSA IL 30% - CON I MERCATI FUORI CONTROLLO E LA CONCORRENZA LOW COST DI ZARA ED H&M, È MEGLIO PAGARE 200 MLN €, RIPRENDERE IL 28% DEL FLOTTANTE - PERCHÉ PER LE IMPRESE ITALIANE, PIAZZA AFFARI NON È LA SCELTA NATURALE CHE POTREBBE ESSERE?...

Francesco Manacorda per "la Stampa"

Se un nome storico dell'abbigliamento italiano come Benetton decide di ritirare il suo marchio dalla Borsa - oggi lo annuncerà ufficialmente - è opportuno fermarsi un attimo a considerare ragioni e conseguenze di una simile mossa.

I conti in tasca alla dinastia trevigiana sono presto fatti: oggi Benetton è una società che vale in Borsa (dopo un sospetto balzo del 20% in due giorni su cui indagherà la Consob) un po' più di 700 milioni di euro. La famiglia, attraverso la Edizione Holding e azioni proprie della società, ne controlla il 72%. Dunque, portare fuori da piazza Affari il marchio celebre per maglioni e moda giovane e rimetterne il controllo assoluto in mano ai fondatori costerà il restante 28%, vale a dire meno di 200 milioni.

Un prezzo da saldo per quotazioni da saldo: negli ultimi tre anni il titolo Benetton ha perso in Borsa il 30% circa contro un calo dell'indice Ftse-Mib, che misura l'andamento complessivo del listino, inferiore al 15%. E proprio la performance deludente del titolo in Borsa, spiega chi in questi giorni ha seguito la vicenda a fianco della famiglia, è alla base della decisione dei Benetton di dire addio al listino.

A Ponzano Veneto pensano dunque che Piazza Affari sia oggi uno specchio deformante, che non riflette con fedeltà lo stato di salute e le prospettive del gruppo. E preferiscono pagare adesso 200 milioni per avere mano totalmente libera in una riorganizzazione e un'espansione all'estero che - questa è evidentemente la scommessa - aumenterà il valore della società ben oltre la valutazione attuale.

Di fronte alla scelta dei Benetton si può obiettare che il valore che la Borsa attribuisce a un'azienda quotata è corretto per definizione e che anzi il mercato esiste anche per dare un prezzo a qualsiasi oggetto venga trattato. E certo sulla quotazione depressa pesano ragioni industriali e commerciali: il marchio attraversa una fase difficile, stretto tra la crisi economica in Italia - dove fa oltre il 40% delle sue vendite - e l'aggressiva concorrenza di nuovi nomi come la spagnola Zara e la svedese H&M.

Ma è anche vero che, come è accaduto negli anni scorsi per le «bolle» speculative che hanno creato illusioni poi brutalmente crollate, anche oggi sui mercati siamo in presenza di comportamenti irrazionali che spingono - accade per le azioni delle società private come per i titoli di Stato - in basso le quotazioni, creando vere e proprie «bolle» negative. Dunque, questo episodio locale è anche il sintomo di uno scollamento globale tra il mondo della finanza e quello dell'economia reale. Una difficoltà di valutazione che passa tanto dalle quotazioni, volatili come non mai in questi tempi di crisi, quanto dai giudizi delle agenzie di rating.

La mossa dei Benetton sta comunque lì a dimostrare come la Borsa venga percepita oggi da una classe imprenditoriale, forse anche più estesa di quella italiana, non solo come un canale inefficiente per favorire la crescita, ma anche come strumento poco valido per la valutazione delle aziende.

Dall'altro lato i piccoli risparmiatori possono raccontare molte storie sull'inefficienza del mercato azionario come strumento di distribuzione di rischi e di profitti e hanno spesso la prova - le ultime vicende di Premafin e FonSai ne offrono buona testimonianza - di come la posizione di azionista di minoranza resti in Italia tra le meno invidiabili.

I numeri di Piazza Affari, per quanto aridi, fotografano bene questo legame spezzato tra impresa e risparmio: l'anno scorso 14 società hanno lasciato il listino contro 10 che vi si sono affacciate, mentre la capitalizzazione complessiva di Borsa è passata dal 27% del Pil nel 2010 a meno del 21% nel 2011. A questo si aggiunga una mega-quotazione, come quella di Prada, che ha preferito Hong Kong e non Milano sull'onda dell'espansione verso Est.

Difficile, dunque, classificare il caso Benetton come la smania di un imprenditore che vede sottovalutata la propria azienda. Più sensato vederci dietro un ruolo della Borsa e del mercato finanziario che, come sempre in momenti di crisi, andrà ripensato. Magari cercando di capire perché per le imprese italiane, storicamente a corto di capitale e troppo spesso appoggiate alle e dalle banche, Piazza Affari non sia la scelta naturale che potrebbe essere.

 

 

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