1. IL VERO SCANDALO DI SORGENIA NON È’ CHE LE BANCHE TRASFORMINO I LORO CREDITI IN AZIONI. È GIÀ AVVENUTO RECENTEMENTE PER ZALESKI, ZUNINO E, 20 ANNI FA, PER LA FERRUZZI 2. ANDREA GIACOBINO: “IL VERO SCANDALO È CHE L'IMPRENDITORE CHE HA FALLITO NON FALLISCA: NON È FALLITO ROMAIN ZALESKI (CARO A BAZOLI), NÈ LUIGI ZUNINO NÉ FALLIRÀ RODOLFO DE BENEDETTI (“REPUBBLICA”). ALTRI IMPRENDITORI CHE NON HANNO COGNOMI - E RELAZIONI - ILLUSTRI, E CHE NON HANNO MONTAGNE DI DEBITI, INVECE, POSSONO FALLIRE O, SE PREFERISCONO, SUICIDARSI. COME SI SUICIDÒ - UNICO FRA I GRANDI - RAUL GARDINI” 3. AVEVA RAGIONE BERTOLD BRECHT: "SE CON LA BANCA HAI UN DEBITO DI 10.000 DOLLARI IL PROBLEMA È TUO, SE IL DEBITO È DI 1 MILIONE DI DOLLARI IL PROBLEMA È DELLA BANCA"

1. MAIL

Caro Dago, il vero scandalo di Sorgenia non è che le banche trasformino i loro crediti in azioni. Questo è già puntualmente avvenuto recentemente per la Carlo Tassara e per Risanamento e, 20 anni fa, per la Ferruzzi.

Il vero scandalo è che l'imprenditore che ha fallito non fallisca: non è fallito Romain Zaleski, nè Luigi Zunino né fallirà Rodolfo De Benedetti. Altri imprenditori che non hanno cognomi - e relazioni - illustri, e che non hanno montagne di debiti, invece, possono fallire o, se preferiscono, suicidarsi. Come si suicidò - unico fra i grandi - Raul Gardini.

Aveva ragione Bertold Brecht: "Se con la banca hai un debito di 10.000 dollari il problema è tuo, se il debito è di 1 milione di dollari il problema è della banca".

Con simpatia.
Andrea Giacobino


2. LE BANCHE VERSO IL CONTROLLO DI SORGENIA
Luca Fornovo per ‘La Stampa'

Montepaschi, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bpm, Banco Popolare, Ubi e altre 13 banche creditrici, sono a un passo dal mettere le mani su Sorgenia. La società dell'energia ha debiti per 1,9 miliardi di euro e la holding Cir, della famiglia De Benedetti, potrebbe perdere il controllo. Mentre l'altro socio, l'austriaca Verbund, ha già dichiarato chiusa la sua avventura italiana.

Secondo fonti finanziarie, le banche sono al lavoro per presentare entro la settimana a Sorgenia un piano per convertire i 600 milioni di debito in eccesso che - se approvato dal Consiglio di amministrazione del gruppo - porterà gli istituti di credito ad avere quasi il 100% del capitale di Sorgenia. Lo schema dellaproposta, ancora da affinare, dovrebbe prevedere una conversione in azioni per 400 milioni e un prestito convertendo da 200 milioni.

L'operazione è stata discussa ieri nel corso di una riunione a porte chiuse cui hanno partecipato i top manager dei sei istituti più esposti (Mps, Unicredit, Intesa, Bpm, Banco Popolare e Ubi) che hanno deciso di accelerare sul piano B, dopo aver preso atto dell'indisponibilità di Cir ad aumentare l'impegno nel salvataggio della controllata. La holding dei De Benedetti è intenzionata a immettere al massimo 100 milioni, che sarebbe l'unica iniezione di liquidità in Sorgenia, nell'ambito di un aumento di capitale da 190 milioni che la farebbe restare al 52,9%. Le banche hanno chiesto uno sforzo in più: arrivare a 150 milioni, ma Cir, che in quel caso diventerebbe socio di minoranza, ha detto no.

Il piano B sembra quindi inevitabile. A esserne convinti sono anche gli istituti come Mps, esposta per 600 milioni e Unicredit (180 milioni) che prima erano propensi a una soluzione più morbida. Certo nella proposta ci sarà qualche spiraglio per riaprire il negoziato con Cir. Ma se il piano B andrà in porto, le banche arriveranno al pieno controllo di Sorgenia, certo non subito. Il Cda dovrà dare l'ok alla proposta di conversione e poi dovrà convocare l'assemblea degli azionisti per il via libera finale.

Per quanto riguarda la governance futura di Sorgenia, l'attuale amministratore delegato, Andrea Mangoni, dovrebbe rimanere al suo posto, come uomo di garanzia per assicurare la continuità industriale. Una volta divenute le maggiori azioniste, le banche punteranno poi a cedere alcuni asset. L'obiettivo è mettere in vendita tutte le attività nelle energie rinnovabili. Una grana non facile da risolvere sarà la centrale elettrica a carbone Tirreno Power di Vado Ligure (al 39% di Sorgenia e al 50% di Gdf Suez) che è stata posta sotto sequestro dalla Procura di Savona.

Se il piano B avrà successo Mps, Intesa, Unicredit, Bpm, Banco Popolare e Ubi diventeranno i grandi soci della nuova Sorgenia, visto che a loro fa capo circa il 70% degli 818 milioni di debiti della capogruppo. Nella compagine azionaria entrerebbero poi altri 13 istituti, tra cui la società finanziaria Portigon (vanta crediti per 135 milioni), Bnp Paribas (98 milioni)) e Carige (41 milioni). Mentre resterebbero fuori Mediobanca e Raiffeisenbank, in quanto non sono esposte sulla capogruppo.

Sempre ieri le banche hanno discusso della richiesta di Sorgenia di avere un po' di ossigeno, con lo sblocco di linee di credito e fideiussioni. Ma al momento non sono stati riaperti i rubinetti della nuova finanza (si parla di circa 65 milioni) sotto forma di sconto fatture e garanzie. La richiesta è stata sollecitata dal Cda di Sorgenia, che martedì ha comunicato di avere comunque evitato la crisi di cassa grazie a interventi sul circolante e dismissioni.

3. INVESTIMENTI SBAGLIATI E PRESTITI FACILI, COSÌ SI SCARICA L'ENERGIA DI DE BENEDETTI
Francesco Manacorda per ‘La Stampa'

Un modello di capitalismo familiare che paga i costi di un investimento sbagliato e probabilmente anche quelli del tardivo inserimento - ottobre 2012, Monica Mondardini diventa amministratore delegato della Cir al posto di Rodolfo De Benedetti - di un manager esterno. Ma anche un modello bancario, guardacaso tutto italiano, che sconta la sua affezione a un sistema di capitalismo discretamente relazionale, piange adesso su crediti concessi con larghezza - su circa 1,9 miliardi di esposizione ben 600 milioni fanno capo al Montepaschi di mussariana memoria - e rischia forse di attuare un'operazione non abbastanza incisiva.

Nella grande partita a scacchi tra gli istituti di credito e la Cir (presidente esecutivo Rodolfo De Benedetti, presidente onorario suo padre Carlo) che controlla il 52,9% di Sorgenia per mettere in sicurezza la società energetica in profonda crisi, le ultime mosse sembrano vicine con un ultimatum che le banche si preparano a presentare già entro domani.
Ma in realtà alcune mosse decisive sono ancora tutte da tracciare sulla scacchiera delle trattative.

La prima riguarda il prezzo di conversione delle azioni Sorgenia: se quei 600 milioni di debito che le banche sono disposte a scalare alla società attraverso la trasformazione in equity di 400 milioni e altri 200 milioni da legare a un prestito convertibile in azioni fossero equivalenti al 100% del capitale Sorgenia, allora per la Cir sarebbe davvero«game over» nella società energetica. Se per ipotesi invece quella stessa cifra si trasformasse solo in una partecipazione di minoranza, allora la Cir e i suoi azionisti di riferimento potrebbero cantare vittoria. Qualche voce degli ultimi giorni sostiene che i rapporti tra istituti e famiglia si sarebbero un po' ammorbiditi: la percentuale di un'eventuale presenza bancaria nel capitale Sorgenia potrebbe dare presto un'indicazione sintetica dello stato dei rapporti.

Ma a monte della conversione rischia di esserci un altro problema. I seicento milioni che le banche sono disposte a scalare rappresentano poco meno di un terzo dell'indebitamento complessivo di Sorgenia. Probabile che nei calcoli degli istituti sia difficile o impossibile spingersi più in là, anche perché i debiti convertiti vanno di fatto cancellati dal bilancio. Ma in questo caso resterebbero comunque 1,3 miliardi di indebitamento in capo a Sorgenia. Nel suo nuovo piano industriale la società prevede di avere un Ebitda annuo di 110-120 milioni nel triennio che termina nel 2016.

Dunque l'indebitamento sarebbe pari a circa 10 volte l'Ebitda previsto a medio termine. Una riduzione del debito sarà possibile attraverso la cessione delle energie rinnovabili, che le banche avrebbero già in programma, ma una parte importante per la capacità di rimborso del debito di Sorgenia potrebbe averla anche il capacity payment, ossia quella remunerazione data, con i soldi delle bollette, a quelle imprese energetiche che mettono la disposizione l'eventuale capacità delle loro centrali tradizionali. Si prevedeva che il ministero delle Attività produttive indicasse la misura di questa remunerazione per fine marzo, ma c'è qualche ritardo. E con il taglio delle bollette promesso dal premier alle piccole e medie imprese lo spazio per capacity payment forti sembra ridotto.

 

 

 

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