1- IERI SERA, ALL’OPERA DI ROMA, ERANO TUTTI VERDI PER LA FELICITÀ DI AVERE ‘’RE GIORGIO’’ NAPOLITANO, BEN INTRONATO SUL PALCO REALE TRA CLIO E MONTI E ALEDANNO 2. MILANO TIè! IN BARBA ALLA PRIMA DELLA SCALA DELL’7 DICEMBRE CHE SE N’È FREGATA DI CELEBRARE IL BICENTENARIO VERDIANO E HA PREFERITO FESTEGGIARE IL KAISER WAGNER E DOVRà, A MENO DI SORPRESE LAST MINUTE, FARE A MENO DEL CAPO DELLO STATO 3. PER IL “SIMON BOCCANEGRA” SFILA UN’IMBARAZZANTE AMMUCCHIATA DI GENERONE CHE, CON 22 GRADI, SFOGGIA BRANCHI DI VISONE MANCO FOSSE SUL CUCUZZOLO DELLE DOLOMITI, DAME CON COPRICAPO PIUMATI CHE FORSE SOLO AD ASCOT, MARCHESE E MINISTRI 4. LE SOLITE SOLFE DELLA ROMA GODONA & STRAPPONA, PER DIRLA CON IL DIVINO ARBASINO CHE DAVANTI AL MANIFESTO DISEGNATO DA MIMMO PALADINO CON UNA NAVE IN GRAN TEMPESTA EVITA QUALSIASI COMMENTO CHé “OGGI QUALSIASI COSA DIVENTA METAFORA”

Foto di Luciano Del Bacco per Dagospia

Video di Veronica Del Soldà per Dagospia

Francesco Persili per Dagospia

 

1. QUIRINO CONTI DIXIT
Muti straordinario, l'orchestra, così come il coro, al più alto livello. Ferretti e Millenotti hanno lavorato egregiamente su un'immagine classica. Ma il pubblico...! Rumoroso, fastidioso, distratto. Segnalati: sbadigli, qualche cellulare acceso, un'attraversata della platea ad atto iniziato, un suono non esattamente dell'orchestra, nessuno sotto i trent'anni (del resto l'ermetismo della trama non aiutava). Applausi di cortesia al Presidente.

2. VERDI, MUTI E MONTI

«Abbiamo puntato tutto su Verdi e Muti». Alemanno sventola l'orgoglio tricolore nella serata che segna l'apertura della stagione del Teatro dell'Opera di Roma. «Una grande vetrina, non solo di immagine, per la città». Fa gli onori di casa, il sindaco. Stringe mani, accoglie gli ospiti convenuti per la prima del Simon Boccanegra di Verdi diretto dal maestro Muti.

 

«Una scelta di identità nazionale», scandisce con retorica Right Nation l'alpinista del Campidoglio che sottolinea come la culla dell'opera verista e del teatro musicale del Novecento sia oggi un luogo di eccellenza mondiale che non ha nulla da invidiare alla Scala. E, poi, rincara: «Milano ha sbagliato con la scelta di Wagner».

 

Alla vigilia dell'anno in cui ricorre il Bicentenario della nascita di Verdi (e del compositore tedesco), il sindaco (e presidente della fondazione Teatro dell'Opera), come molti altri melomani, arriccia il naso di fronte alla decisione di inaugurare la stagione della Scala con il Lohengrin di Wagner mentre si prepara ad accogliere Napolitano, che arriva insieme alla signora Clio (con mantella nera e stola di seta verde), seguito poco dopo dal premier Monti con la moglie Elsa, la first lady dagli orecchini di perla.

 

La voce, i gesti, le posture degli aristo-generone che popolano il foyer trovano una sintesi perfetta in Bruno Vespa che fa il baciamano al ministro Severino, noblesse oblige. Qualche metro più in là un levigatissimo Renato Balestra dai capelli luminescenti ha appena finito di posare per i fotografi. Ci sono anche i Cisnetto's, Vladimir Kekjahmann, direttore del teatro Mikhailovsky di San Pietroburgo, e il tessitor cortese Gianni Letta che sorride a fianco della moglie Maddalena.

 

La sobrietà dell'ex ragioniere dello Stato, Andrea Monorchio stride con la sostenibile frivolezza delle pseudo-celebrities che dispensano sorrisi a vuoto. Le solite solfe, per dirla con il Divino Arbasino che davanti al manifesto disegnato da Mimmo Paladino con una nave in gran tempesta evita qualsiasi commento chè «oggi qualsiasi cosa diventa metafora». Sfilano sciure blasonate in pelliccia e industriali in smoking d'ordinanza, dame con copricapo piumati che forse solo ad Ascot, marchese e ministri.

 

Dalla spending alla singing review: anche Giarda si iscrive al club degli appassionati dell'opera mentre della presenza di Ornaghi, titolare dei Beni Culturali, si riesce ad avere conferma solo durante l'Inno di Mameli, con cui Muti e l'Orchestra dell'Opera accolgono in sala Napolitano e Monti reduci da un incontro urgente al Quirinale sulla questione Ilva.

 

L'opera, tra le più politiche del compositore di Busseto, si apre in una piazza di Genova e mette in musica, dal prologo al terzo atto, una trama complicata. La storia del corsaro che divenne Doge, Simon Boccanegra, si intreccia alla lotta tra patrizi e plebei tra le atmosfere cupe di un XIV secolo vibrante di tormenti e audacia. Congiure e rivalità. Pugnalate e avvelenamenti.

 

Nella notte si muovono intriganti e politicanti, traditori e rapitori di fanciulle. Il privato si mescola al pubblico. Bassi e baritoni si alternano a dolci arabeschi di melodia strumentale. Scambi di identità e gesti di riappacificazione sullo sfondo dell'austero dritto popolar (la dignità della democrazia). Quel che è certo è che Muti ha voluto - per la prima volta per un'opera in italiano - i sovratitoli per aiutare la comprensione dei fatti di questa tragedia in musica scritta da Verdi nel 1857 sul libretto di Francesco Maria Piave e riscritta 24 anni dopo in collaborazione con il giovane Arrigo Boito. Così «raddrizzò le gambe» a quel «cane ben bastonato» fischiato alla Fenice di Venezia.

 

La complessa partitura presentata nel 1881 alla Scala è quella che Muti sceglie per il debutto romano del Simon Boccanegra. Shakespeariano è l'aggettivo più abusato della serata per definire l'opera di Verdi. Non è un caso, la messa in scena è affidata alla regia dell'inglese Adrian Noble, per anni direttore della Royal Shakespeare Company. Ma il genio italiano è presente con le scene del (pluri)premio Oscar Dante Ferretti e gli arredi scenici della moglie Francesca Lo Schiavo, i costumi di Maurizio Millenotti e il coro diretto da Roberto Gabbiani.

 

Nell'intervallo, tra la mostra dei centoventi costumi tratti dalle opere del compositore di Busseto e il buffet con il culatello della tenuta (che fu di) Verdi, nel foyer si incrocia Silvana Pampanini, in total white, che si avvicina al palco presidenziale. «Sono sempre entrata, quest'anno è la prima volta che non riesco a salutare il presidente», il rammarico si estende anche al Simon Boccanegra a cui« manca il quid» - secondo la Bella di Roma - al netto delle considerazioni sempre attuali «sull'importanza e la bellezza di Verdi».

 

La riscoperta delle nostre radici in musica viene avvalorata nell'opera del compositore emiliano anche dall'invocazione al mare, eletto a simbolo nazionale - nientemeno - da Vincenzo Gioberti che aveva indicato i progenitori della razza italica nei leggendari Pelasgi (gli uomini del mare, secondo il mito).

 

Non solo il carattere nazionale, Simona Marchini, grande esperta di lirica, invita a cogliere l'«universalità» della partitura. L'inutilità dell'odio, il grande segno di "cristianità" del perdono, «quel messaggio di amore ancora più necessario oggi, in un tempo di linguaggio violento e aggressività insopportabile». Anche la lettera di Petrarca con l'esortazione alla pace diventa per l'attrice-regista romana «un invito a ritrovare l'armonia».

 

La figlia di Alvaro, il costruttore calce e martello che donò al Pci la sede di Botteghe Oscure, continua ad avere come figura di riferimento Napolitano e plaude al segnale di «enorme civiltà» venuto dalle primarie del Pd dopo «vent'anni di politica urlata». Fa parte dell'assemblea nazionale del Partito democratico, Simona Marchini, e non fa certo mistero della sua simpatia per Bersani: «un emiliano pragmatico, un riformista serio che può ridare dignità e credibilità alla politica».

 

L'ex segretaria svampita rapita dal mondo delle telenovelas nella premiata arboristeria di Quelli della Notte prende le distanze dal «linguaggio mediatico frusto» e dallo «stile Mediaset» di Renzi. E sul tema del ricambio? «Anche io sono del parere che ci sia bisogno di dare spazio ai giovani ma non mi piace la parola rottamare, il rinnovamento si fa sulla qualità delle persone e delle idee, non  con la carta d'identità alla mano».

 

Sulle voci che, invece, vorrebbero un altro Marchini, Alfio, figlio del cugino, pronto a correre per il Campidoglio, Simona la rossa consiglia prudenza: «Mi pare azzardato buttarsi in questa avventura. Alfio è un ragazzo perbene ma Roma è una città difficile e fare il sindaco della capitale toglierebbe il sonno a chiunque». Lei chi vedrebbe bene al Campidoglio? «Speravo in Zingaretti ma anche un cattolico affidabile come Gasbarra potrebbe essere la soluzione giusta». Alemanno permettendo.

 

 

Valeria Licastro Teatro dell Opera Silvana Pampanini Stefania Giacomini Sandra Carraro Quirino Conti e Carla Fendi Renato Balestra Presidente Napolitano Quirino Conti Chicca Monicelli Candido Speroni Carla Fendi Piero Giarda Valter Mainetti e consorte Silvana Pampanini

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