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COME VIVERE (E MALE) SENZA SENNA- CAROL ALT RACCONTA IL SUO "AMORE CLANDESTINO" PER IL PILOTA: "E' IL MIO UNICO RIMPIANTO, IL GIORNO IN CUI MORI' 25 ANNI FA, LASCIAI MIO MARITO" - QUELLA FUGA NOTTURNA NELLE CAMPAGNE DI NOVARA CON LA SUA FERRARI...- GIORGIO TERRUZZI: "SENNA ERA UN FIGO. DOPO IL PRIMO TITOLO IN GIAPPONE DISSE DI AVER VISTO DIO IN FONDO AL RETTILINEO. SEMBRAVA UN MATTO MA NON LO ERA. UNA VOLTA IN AEREO MI SONO SENTITO UN COG*IONE: STAVO RACCONTANDO I CA*ZI MIEI A LUI" - VIDEO

Dario Falcini per www.rollingstone.it

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Ayrton Senna, nato 34 anni fa a San Paolo, se ne è andato il primo maggio del 1994. Alle 14 e 18 di quel giorno, alla curva del Tamburello del circuito di Imola, la sua Williams-Renault andava a sbattere contro un muretto laterale a 300 all’ora. Poco dopo le 18 moriva all’ospedale di Bologna. 25 anni dopo è ancora il più grande di sempre. Nemmeno in una disciplina rivoluzionata ogni decade dal progresso tecnico, una simile affermazione rischia di andare incontro a smentite. Ma è stato anche il più umano in pista e il più affascinante. Persino per chi rimane indifferente al rombo di motore.

 

«Quell’uomo lì era diverso», dice al telefono Giorgio Terruzzi. Sempre così lo chiama, “quell’uomo lì”, con la parlata che dalla Milano di Beppe Viola fino a oggi non ha perso un granello della sua capacità di conquistarti. Giornalista sportivo, ha seguito la parabola di Senna fin dall’inizio e fino a diventarne qualcosa di molto simile a un amico. Ora sta tornando dall’Emilia, perché ieri sera, quella dell’ultima notte passata in vita da Ayrton 25 anni, è stato nella stanza 200 dell’Hotel Castello di Castel San Pietro Terme. Qui il pilota brasiliano soggiornava sempre in occasione del Gran Premio di San Marino, qui Terruzzi ha ambientato un libro meraviglioso, Suite 200, il racconto di un uomo – e di un campione – alle prese con le profondità del suo io.

Ayrton Senna

 

«Sono stato con la signora Tosoni, la proprietaria, che è davvero carina», esordisce, prima di parlare del “suo” Senna.

 

Quanto è presente nella tua vita oggi?

In qualche modo quell’uomo è sempre qui, è come se fosse morto ieri. Mi avranno telefonato in duecento persone in questi giorni, mi scrivono in tanti, anche gente che non c’entra nulla con le corse. Mi hanno pure ripubblicato il libro, e sono passati 25 anni.

SENNA PROST

 

Com’è possibile?

Perché era un figo morto in circostanze tragiche, ovviamente. Ma, soprattutto, credo che un po’ come Pollicino negli anni Ayrton abbia seminato qualche grano di anima, e la gente lo avverte. I campioni, per definizione, fanno cose a noi precluse. Se all’improvviso ne trovi uno che ti somiglia, che manifesta i tuoi stessi impacci e turbamenti, succede qualcosa di particolare.

Nei tuoi racconti ti sei sempre soffermato molto sulle ombre di Senna. Perché?

Perché in lui erano esposte tanto quanto la luce. Manifestava le contraddizioni del vivere allo stesso modo in cui rendeva palese il suo talento e la sua ferocia agonistica. Così ha segnato un itinerario unico e ha toccato delle corde nei sentimenti degli altri.

 

Che rapporto avevi con lui?

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A me non piace quando un giornalista dice di un personaggio famoso “era mio amico”. L’amico è quello con cui vai in vacanza o a cui telefoni di notte perché hai i cazzi tuoi da dirgli. Però diciamo che ho avuto degli accessi intimi alla sua persona: tra noi c’era un capitolo due, nato un po’ per caso, che andava oltre il lavoro.

 

Com’è nato questo capitolo 2?

Nel 1984 il mio amico del cuore era andato a vivere in Brasile e io andai a trovarlo. Sapevo che Senna, al primo anno in Formula Uno, era tornato a casa per le vacanze di Natale. Lo chiamai e lui mi invitò nella sua casa di San Paolo, fu una bellissima giornata.

Poi come è proseguito il rapporto?

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Una volta, per una botta di culo clamorosa, spostarono il mio viaggio da San Paolo a Milano in business, perché c’era stato overbooking. Mi fecero sedere accanto a lui. Io in aereo non dormo mai, e abbiamo iniziato a parlare. Finii per fargli delle confidenze che riguardavano la mia vita, e che non avevo detto a molte persone. A un certo punto mi sono sentito un coglione: stavo dicendo i cazzi miei a Senna. Lui mi prese un braccio e mi disse di andare avanti. Ci siamo fatti un viaggio notturno insonne a chiacchierare, e quella cosa ha lasciato una traccia. Spesso in seguito, quando ci incrociavamo nel circuito, in un parcheggio o dietro un camion, ci prendevamo del tempo per parlare di come si sta al mondo.

 

Qual è la cosa che più ti colpiva di lui?

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La sua ossessione di restituire agli altri quello che aveva ricevuto in termini di opportunità. Era fissato con questa cosa, infatti poco prima di morire ha lanciato una fondazione con sua sorella per dare una mano ai ragazzini delle favelas. Diceva sempre “quelli potrebbero essere dei bravi medici o architetti, e non potranno mai mettere alla prova le loro abilità”. Aveva sempre davanti a sé questa idea.

AYRTON SENNA

 

Una sorta di eterno senso di colpa. Lo ha condizionato, secondo te?

Be’, di certo non è che abbia fatto una gran vita da un punto di vista degli svaghi. Era una specie di monaco delle corse e aveva un rapporto con la fede quasi divertente: era così severo con se stesso, che quando parlava con Dio questo finiva sempre per dargli ragione. Quando ha buttato fuori Prost a Suzuka deliberatamente, una cosa da pazzo scatenato, era convinto di aver fatto un atto di giustizia, e che Dio fosse dalla sua parte. Dopo il primo titolo del 1988 in Giappone disse di aver visto Dio a figura intera in fondo al rettilineo: sembrava un matto, ma non lo era. Semplicemente con quell’uomo lì era tutto diverso, speciale.

 

Ricordi qualche intervista in particolare?

Una volta davanti al microfono mi disse “non capisco gli uomini che non piangono, perché le lacrime sono la benzina dell’anima”. Era complesso, attraversato dalla vita. Ed è questo che resta di lui, più che le pole position e le vittorie.

Di lui in pista, invece, cosa resta?

A volte nella Formula Uno la macchina maschera le prestazioni, con lui non accadeva mai: era tutta roba sua. Ho perfettamente in mente quanto facesse spavento sull’acqua. E poi una serie di dettagli che rendono l’idea del suo modo di vivere la sua professione. Si faceva stringere le cinture della monoposto fino alla sofferenza fisica, per aumentare il grado di sensibilità in pista. Una volta disse ai meccanici giapponesi della Honda, con cui condivideva la maniacalità per il lavoro, “guarda che in quella curva tra la terza e la quarta perdiamo 500 giri con questa macchina”. Pareva una follia, una cazzata. Poi provò, e aveva ragione lui.

 

Come preparava le gare?

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Durante le prove io stavo sempre davanti al suo box, perché mi divertiva vederlo lavorare. Passavo lì delle ore, poi, quando lo incontravo la sera, lui mi chiedeva dove fossi stato. Avevo trascorso il pomeriggio a due metri da lui e non si era accorto di me. Lo dico sempre alle mie figlie: se uno con il suo talento non si sedeva mai, quando vi capita un’occasione – e a voi succede, a differenza di tanti altri – sfruttatela, cazzo.

Hai un ricordo molto dolce di lui. Ma è sempre stato così?

Io ho chiuso tutto in un cassetto per 20 anni. Quando mi hanno proposto il libro ho detto no, quattro giorni dopo ho fatto un sogno in HD in cui ero a Rio con Senna e ho deciso di riprendere in mano tutto il materiale che avevo messo da parte su di lui. Ho ricordato com’erano i giorni con quell’uomo lì e mi sono commosso. Alla fine è sempre una questione di sconfiggere la solitudine nella vita, e lui per me è stato un compagno. Mi ha fatto capire delle cose di me stesso, e io gli sarò per sempre grato.

 

SENNA E L'AMORE SEGRETO PER CAROL ALT

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Annalisa Grandi per corriere.it

 

Lui, Ayrton Senna, era l’idolo degli appassionati di Formula 1. Lei, Carol Alt, modella e attrice dagli occhi di ghiaccio, incantava il mondo. Si sono amati, lontano dai riflettori. Si sono amati fino al giorno di quel tragico schianto a Imola.

«L’ho amato profondamente»

Una storia d’amore clandestina, finita ugualmente sulle copertine perché non poteva essere diversamente. Un grande amore, iniziato nel 1990, quando lei aveva 30 anni, e finito in quel 1 maggio del 1994. Lei era sposata con Ron Greschner, giocatore di hockey su ghiaccio. Una relazione fatta di liti e gelosie, fino al giorno in cui, racconta Carol: «Per me si aprì un’altra porta, una porta bellissima». Quella porta, spiega nell’intervista a «Gq Italia», aveva un nome famoso: Ayrton Senna. «Era carino, pieno d’attenzioni. Mio marito non m’aveva mai fatto neppure un regalo di compleanno, lo sa? E io ero così giovane, e lavoravo così tanto, che quasi non ci facevo neppure caso» confessa. Si incontravano di nascosto, «mi raggiungeva su un’isola, a una sfilata, l’ho amato profondamente» dice lei.

 

«Il giorno della sua morte decisi di lasciare mio marito»

 

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«Ricordo una fuga notturna, nelle campagne di Novara, sulla sua Ferrari - racconta ancora - A un certo punto Ayrton si gira verso di me e fa: Carol, è finita la benzina. E io: ma sei serio? Dove lo troviamo un distributore adesso? Per miracolo, in mezzo al nulla, apparve questa stazione di servizio. E ricordo Ayrton scendere dall’auto e iniziare ad armeggiare con la pompa. Finché a un certo punto mi bussa al finestrino e dice:

 

Carol, hai idea di come diavolo funzioni? Per fortuna si fermò un’auto e ci salvò: la scena di questa madre di famiglia che aiuta Senna a fare rifornimento, non la dimenticherò mai». Ayrton e Carol si sono amati per quattro anni, seppur in modo clandestino, e si amavano anche quel giorno, quello dello schianto a Imola, quello che ha spezzato i loro sogni e la vita di Senna. «Il giorno della sua morte decisi di lasciare mio marito» svela oggi lei

 

«Ayrton è il mio unico rimpianto»

 

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Carol il giorno successivo avrebbe dovuto ricevere proprio dalle mani del pilota il Telegatto, a Milano. «So dove ero nel momento dell’incidente, cosa stavo facendo. E che mi crollò il mondo addosso.- spiega a «Il Fatto Quotidiano» - Poi il giorno dopo sarebbe accaduta una cosa che per me sarebbe stata speciale, avrei ricevuto il Telegatto a Milano e a consegnarlo doveva essere lui. Purtroppo non arrivò mai. Non ricordo chi fece la premiazione, ma per me è uno dei momenti più dolorosi della vita. Ho ricevuto il premio, Ayrton che doveva portarlo sul palco non c’era più. Quel giorno la mia vita ha preso un’altra direzione. Piango ancora oggi. È una mancanza enorme, se ne andò una parte di me». Un dolore che non da quel primo maggio non è mai svanito: «Ayrton è il mio unico rimpianto, mi manca ogni giorno».

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