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MAI DIRE CENSURA! IL DIRETTORE DELLA BIENNALE DELL’AVANA: “LA LIBERTÀ DELLE ARTI NON RIGUARDA SOLO CUBA - VENEZIA HA VIETATO NITSCH. LA VERITÀ È CHE NESSUN CURATORE, IN NESSUNA PARTE DEL MONDO, È MAI PIENAMENTE AUTONOMO”

Gianluigi Colin per il “Corriere della Sera

 

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L’arte a Cuba? Cosa cambierà? La risposta di Jorge Fernández Torres, direttore della Biennale d’Arte dell’Avana, è racchiusa in un sorriso liberatorio. Ma anche in un lungo sospiro, quasi a sottolineare un futuro non privo di incognite: «Assisteremo a un cambiamento sostanziale del nostro modo di vedere, muteranno i nostri sistemi percettivi, ci sarà la contaminazione di tutti i processi creativi e il design, le tecnologie, il tessuto urbano subiranno delle radicali trasformazioni. Sì, cambieranno molte cose». 

Jorge Fernandez Torres conosce come pochi il rapporto tra l’arte cubana e il mondo. Per questo, meglio di chiunque altro può prefigurare i nuovi scenari dopo la notizia della caduta del muro tra Stati Uniti e Cuba. Un mese fa Fernández Torres era a Milano al Pac a parlare dello stato dell’arte cubana e delle sue relazioni con il sistema internazionale. Da quell’incontro si sono aperti inaspettati e nuovi orizzonti: «Certo, ci sarà un impatto importante sulla nuova generazione di artisti, sulla qualità delle loro opere e, ovviamente, in molti modi, tutta la società cubana sarà toccata». 
 

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Cubano, 49 anni, sorriso aperto e capelli bianchi fluenti, Jorge Fernández Torres è da tempo protagonista di un importante processo di apertura nell’enclave artistica dell’isola di Fidel. Ne è prova il padiglione cubano della scorsa edizione della Biennale di Venezia, con una mostra al Museo Archeologico in Piazza San Marco, curata insieme all’italiano Giacomo Zaza, esperienza che ripeterà con l’edizione di quest’anno.

 

Jorge Fernández parla lentamente, consapevole di avere di fronte uno scenario complesso ma al tempo stesso entusiasmante: «Questa nuova situazione ci porta a riflettere non soltanto sullo sviluppo del microcosmo di Cuba, ma soprattutto sullo spazio globale, sul network digitale e infine, cosa più importante, sui processi economici in procinto di venire alla ribalta».

 

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Certo, l’arte con la sua forza profetica, i confini li ha già abbattuti da tempo. Sono molti gli artisti cubani di respiro internazionale e non a caso proprio in questi giorni è in corso alla Galleria Bianconi di Milano un ciclo di esposizioni dal titolo Cuban Contemporary Perspectives (curato da Giacomo Zaza) con gli artisti Eduardo Ponjuan, Lázaro Saavedra e Tonel, i cui lavori sono visibili sino al 18 gennaio. 
 

Non solo: il legame con l’Italia è consolidato anche grazie all’editore Maretti che ha pubblicato il volume della Biennale dell’Avana ed è ormai alla quarta edizione del «Maretti Award», che lo scorso novembre ha premiato (all’Avana) l’italiano Filippo Berta e le cubane Susana Pilar Delahante Matienzo e Grethell Rasúa Fariñas. 
 

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Come dire: il dialogo col mondo è aperto da tempo. Jorge Fernández Torres è infatti ottimista, benché consapevole della necessità di difendere un’identità culturale: «L’arte continuerà a incorporare tutte le discipline e a generare discussioni, mappature, studi di territori, ricongiungimento di comunità fuori e dentro l’isola. Tuttavia a Cuba non ci sarà mai un andamento lineare.

 

Assorbirà la forza cubana e discuterà la trasformazione sociale». Poi aggiunge: «Nell’ultimo periodo, come mai prima, il “New York Times” ha pubblicato diversi editoriali contro l’embargo, considerato una forma politica obsoleta, riconoscendo a Cuba una forma di garanzia in materia di politiche sociali: le scuole sono gratuite, i cambi sono stabili, non c’è terrorismo. Cuba, ad esempio, ha inviato i propri medici a combattere l’Ebola. E il “Nyt” l’ha sottolineato». 
 

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È a questo punto che Fernández Torres non riesce a trattenere una battuta: «Certo, tutti gli artisti che ho invitato alla Biennale sono presenti a condizione di andare a combattere l’Ebola in Africa!». E giù una risata. Ma battute a parte, il legame tra arte e libertà resta un tema non semplice.

 

Come si concilia l’arte in un Paese in cui la libertà è indiscutibilmente limitata? «La limitazione della libertà è un concetto relativo», risponde tranquillamente Fernández. E continua: «Durante la scorsa Biennale di Venezia, al Museo Archeologico ci vietarono di esporre un’opera di Hermann Nitsch. Ci dissero che non era possibile esporre un nudo dentro il museo, se era realizzato dopo l’Ottocento. Era considerata una sorta di profanazione.

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Un esempio speculare: alla Biennale dell’Avana abbiamo presentato una serie di opere di Andres Serrano. Lo stesso artista confermò che quel tipo di esposizione non avrebbe mai potuto essere concepita per qualsiasi spazio negli Stati Uniti. La verità è che nessun curatore, in nessuna parte del mondo, è mai pienamente libero: deve sempre dialogare e confrontarsi con le istituzioni, che sia a Cuba, al Moma di New York o al Maxxi di Roma». 
 

E Fernández, di fronte all’idea della censura, sottolinea: «Sempre, quando c’è un progetto con un artista, c’è una mediazione, ci si confronta con la qualità del lavoro, sul senso del lavoro. Il curatore deve rispondere solo a questo. L’arte è osservatorio, materiale di studio, soprattutto critica, deve stimolare, pungere la società. A Cuba c’è un concreto rispetto verso l’artista. Non c’è alcuna repressione, non viene negata nessuna forma di critica. Questo vale anche per la letteratura, per il cinema, per tutte le forme del sapere. Non siamo come in Unione Sovietica, dove gli artisti lavoravano a due tipi di opere, quella di propaganda e quella personale. No, a Cuba c’è un unico lavoro: quello espresso dalla volontà dell’artista». 

La specificità dell’artista cubano è quella di riuscire a incorporare nella sua opera i temi della storia, della cultura, della società. «Proprio per questo, gli artisti continuano ad avere, nonostante l’embargo, una vera visione internazionale capace di dialogare con i linguaggi degli altri artisti nord-americani ed europei. La cosa che m’interessa è capire la loro relazione con la società, conoscere la loro forza, la loro capacità di entrare nel tessuto sociale, capirne le trame, rielaborarle e restituirle a tutti.

 

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La libertà di muoversi? Ci sono artisti che aprono studi a Miami, a Madrid. Prima era un privilegio soprattutto degli artisti, ma ora la legge per l’emigrazione è molto più flessibile. Tutti gli studenti possono utilizzare internet, si collegano con Facebook, la vera questione sono le tecnologie. La connessione è vecchia, va male. Questo è il vero limite, non la censura». 
 

L’arte ha una funzione di rinascita e di cambio sociale, continua il direttore della Biennale cubana. «Gli artisti sono l’ossigeno per la società. La cosa più interessante di Cuba è che molti artisti credono fermamente nell’arte come responsabilità sociale. È la portata etica che conta, non solo quella estetica».

 

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Jorge Fernández Torres si ferma. Poi conclude: «Mi viene in mente il ricordo del mio vecchio amico, scrittore e filosofo Francisco Jarauta che anni fa tenne un incontro con Luigi Nono sul tema “La composizione” e che ben si sposa con il clima di questi giorni. Nono parlò per 40 minuti della perestroika di Gorbaciov. Francisco, imbarazzato, gli passò un bigliettino: “Ricordati, il tema è la composizione!!!”. Luigi Nono rispose sorridendo. La perestroika di Gorbaciov non è forse una grande composizione?». 

 

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