CALCIO E PUGNI (QUANDO L’AGONISMO DEI PADRI, RICADE SUI FIGLI. DEGLI ALTRI) - DUE GENITORI PICCHIANO UN BAMBINO COMPAGNO DI SQUADRA DEL LORO FIGLIO PERCHÉ “AVEVA GIOCATO MALE”

Carmine Festa per "La Stampa"

«Non hai passato la palla a nostro figlio. Hai giocato male. Insomma, abbiamo perso la partita per colpa tua». Magari questa parole fossero rimaste solo opinioni di fine partita. Purtroppo sono diventate accuse e poi spintoni e addirittura calci e schiaffi che due genitori hanno sferrato contro un ragazzino di dieci anni, compagno di squadra del loro figlio. Un'aggressione consumata sul campo di calcio di Nardò (Lecce), il 12 agosto scorso durante il torneo "Junior Cup", categoria "Esordienti".

Il derby tra due squadre di Nardò si era appena concluso quando il giocatore ragazzino è stato avvicinato e aggredito dai genitori del suo compagno di squadra. Quell'animosità nelle parole e poi la violenza non era sfuggita al pubblico che aveva assistito la gara. E neppure alle forze dell'ordine presenti a bordo campo. Tant'è che per raffreddare gli animi gli agenti furono costretti ad intervenire.

Di quella aggressione era rimasta traccia nei verbali della polizia ma solo ieri i genitori del ragazzino picchiato si sono decisi a sporgere querela per lesioni personali. Lesioni refertate dai medici con una prognosi di due giorni.

I genitori dell'aggressore, lui 63 anni di Milano, lei 50 anni di Nardò, erano arrivati in Salento per trascorrere le loro vacanze estive. E nel programma dell'estate neretina c'era anche l'iscrizione del proprio figliolo al torneo che coinvolge i giovanissimi aspiranti calciatori dai sei ai quattordici anni nelle categorie "Primi calci", "Pulcini", "Esordienti" e "Giovanissimi". Un appuntamento sportivo di richiamo che però per un giovanissimo calciatore è diventato un trauma.

Sergio Vatta, ex allenatore delle Giovanili del Torino commenta: «C'è poco o molto da dire su questo episodio. Il fatto in sé è fin troppo chiaro. Il torto sta tutto da una parte». E la parte è quella dei due adulti che aggrediscono un ragazzino: «Mi chiedo - aggiunge Vatta - quale educazione possano dare al loro figliolo. Lo sport serve a socializzare, il calcio si chiama giuoco ma questo non è chiaro a tutti».

E dalla sua vasta esperienza di allenatore dei giovanissimi, Sergio Vatta pesca decine di aneddoti sulla competitività spinta dei genitori, non dei figli che scendono in campo: «Li sento gridare dagli spalti: "dai forza, picchia anche tu", e mi chiedo che tipo di educazione possono trasferire genitori così ai loro figli. Ho fatto decine di stage per giovani calciatori. La verità è che gli stage dovremmo farli ai genitori».

Ma Vatta non è tenero neppure con gli allenatori: «C'è disonestà anche da quest'altra parte. In qualche caso sono loro a cedere alle pressioni delle famiglie. Sapesse quanti ne conosco che non pagano il barbiere, il macellaio, perché hanno promesso un posto in squadra». E conclude con un messaggio ai genitori: «Solo un giovane su quarantamila diventa professionista. E con quarantamila giovani si fanno tantissime squadre. Ecco, meglio pensare al gioco. E a divertirsi. In campo e sugli spalti».

 

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